Esteri
Stallo a Stoccolma •
In Svezia vince la sinistra, “ma è come esultare per il lancio di una monetina”
L’opposizione la spunta al fotofinish e Andersson si dice pronta a governare. “Attenzione però a parlare di svolta”, spiegano i politologi. “I trend elettorali sono invariati: l’ultima volta premiarono la destra, oggi la sinistra. Avrebbe potuto finire in qualunque modo”

Se in Svezia la destra piange, la sinistra non ride. Eppure esulta ed è chiamata a formare un governo in una situazione di sostanziale stallo elettorale. Il verdetto delle urne per il rinnovo del Riksdag mostra ancora una volta un Paese spaccato in due: si è votato domenica, i risultati definitivi sono stati confermati soltanto nella giornata di giovedì – a riprova di un conteggio davvero all’ultima scheda. Così Ulf Kristersson, primo ministro conservatore, alla fine si è dimesso. Mentre Magda Andersson, leader dell’opposizione, raccoglie il testimone dichiarando che “gli svedesi hanno votato per un nuovo corso, per l’unità e contro le divisioni interne”. Sembra quasi un augurio rivolto alla stessa coalizione di centrosinistra, vista l’eterogeneità delle forze in campo: il risicato vantaggio in Parlamento – 176 seggi a 173 – richiederà una compattezza che sulla carta si presenta piuttosto complessa. E secondo gli esperti, in ogni caso, in Svezia sta cambiando soltanto il governo. Non l’elettorato.
“Oggi come quattro anni fa l’esito è molto equilibrato, più di quanto prevedessero i sondaggi alla vigilia”, spiega Olle Folke, professore di Scienze politiche all’Università di Uppsala. “Arrivare a un governo stabile sarà un’operazione difficile. L’opposizione ha vinto per uno zero virgola, 50mila voti, ma non registriamo alcuna differenza in termini di trend elettorali: ci sono stati dei flussi all’interno delle coalizioni, spostando così qualche punto percentuale, ma parlare di svolta per il Paese sarebbe un’interpretazione non supportata dai dati”. In altre parole, “le elezioni in Svezia continuano a funzionare essenzialmente come il lancio di una monetina: l’ultima volta aveva premiato la destra, oggi la sinistra. Ma i due blocchi restano numericamente invariati”.
Eppure ciascuno schieramento tende ad alimentare la narrativa più funzionale ai propri scopi. L’esecutivo uscente punta il dito contro il campo larghissimo di Stoccolma, che va dagli ex comunisti ai centristi liberali – ma a sua volta conta su un raggio altrettanto ampio, dagli ex neonazisti ad altri liberali. Andersson e colleghi invece sovrastimano i contorni di un sorpasso modesto: era la prima volta che il centrodestra apriva le porte della coalizione agli estremisti, prendendosi un grosso rischio, e tutto sommato l’esperimento ha retto. La mappa elettorale per circoscrizione mostra anzi che il fronte progressista ne ha perse due rispetto alla precedente tornata – questione di dettagli, ancora una volta. È fuorviante pure il tema dell’affluenza “record”, perché in Svezia è sempre stata molto alta anche negli ultimi anni: oggi oltre l’85 per cento, nel 2022 l’84,2, nel 2018 oltre l’87.
L’aspetto forse più interessante è che gli sconfitti – i non vincitori? – di queste elezioni sono i due partiti che venivano indicati come potenziali protagonisti: i Democratici svedesi di Jimmie Akesson, cioè la destra antisistema, e proprio i Socialdemocratici della premier in pectore Andersson. Hanno perso rispettivamente undici e otto seggi. I primi pagano il dietrofront su alcune tematiche identitarie – smorzando i toni su antisemitismo e dintorni, un passo necessario per entrare a tutti gli effetti nella coalizione – e registrano un calo di consensi per la prima volta dalla fondazione del partito alla fine degli anni Ottanta. Sono stati scavalcati per voti totali anche dai Moderati di Kristersson, in crescita come tutti gli altri partiti di centrodestra. Lo stesso è accaduto nel centrosinistra a discapito dei Socialdemocratici. Che restano il primo partito del Paese, ma tornano ridimensionati alla guida del Riksdag grazie alla spinta di tutti gli altri: Verdi, Sinistra e Centerpartiet. Se il travaso di voti avrà come moneta di scambio i punti critici – e poco condivisi – del programma di governo, non sarà una legislatura facile. Per nessuno.