Perché il verdetto sul voto postale è un bel guaio per Trump

La Corte suprema ha respinto l’ordine esecutivo con cui il presidente aveva introdotto varie restrizioni nel voto per corrispondenza. Si tratta di una nuova sconfitta per l'inquilino della Casa Bianca, dopo quelle subite con le decisioni della Corte sulla cittadinanza e sui dazi

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La decisione con cui la Corte Suprema americana ha respinto l’ordine esecutivo con cui Trump aveva introdotto varie restrizioni nel voto per corrispondenza assume una notevole importanza, sul piano giuridico e politico, in vista delle elezioni di metà mandato, che si volgeranno all’inizio di novembre.
Sul piano giuridico, l’ordine emanato da Trump perseguiva il dichiarato obiettivo di contrastare le frodi elettorali, ma attraverso restrizioni difficilmente utilizzabili. Le memorie depositate prima del giudizio sia dai funzionari elettorali democratici, sia da quelli repubblicani segnalavano che le restrizioni avrebbero rischiato di compromettere seriamente le operazioni di voto, perché il regolamento approvato dall’ufficio postale federale solo a fine agosto avrebbe richiesto di approvare milioni di nuove buste conformi alle nuove regole nell’arco di poche settimane. Il fattore tempo è stato determinante perché, trattandosi di un intervento di urgenza, la Corte Suprema si è limitata a confermare il provvedimento con cui il giudice di primo grado aveva sospeso l’efficacia dell’ordine presidenziale. È probabile che gli Stati ricorrenti avrebbero vinto nel merito, dal momento che secondo la Costituzione il potere di regolare e amministrare le elezioni spetta primariamente ai singoli Stati, ma la questione verrà discussa e decisa in via definitiva ben dopo le elezioni di metà mandato.
Ma è soprattutto sul piano politico che la decisione rappresenta una pesante sconfitta per il presidente. Innanzitutto, si tratta di una nuova sconfitta per Trump, dopo quelle subite con i verdetti della Corte sulla cittadinanza e sui dazi, tanto più pesante in quanto la nuova decisione è stata condivisa sia dai tre giudici liberal, sia dal presidente della Corte, sia da tre giudici conservatori nominati da Trump, che si è sfogato definendoli “una pallida ombra di ciò che erano”. Solo due giudici ultra-conservatori (Alito e Thomas) sono rimasti al suo fianco. In secondo luogo, dal 2020 Trump ha impostato la sua retorica elettorale sull’affermazione che il voto per corrispondenza sia intrinsecamente insicuro e comporti il rischio di brogli, pur se non vi sono prove. Inoltre, anche il voto ordinario può creare incertezze: basti pensare alle schede annullate in Florida nel 2000, quando fu eletto George Bush. Secondo alcuni osservatori, in realtà, Trump mirava a limitare il voto per corrispondenza, reputato più favorevole ai democratici, ma il tentativo è fallito.
Infine, la mossa di Trump ha creato una frattura all’interno del suo stesso partito, perché molti governatori e funzionari elettorali hanno espresso forti contrarietà nei confronti del controllo centralizzato del governo federale sulle elezioni. I repubblicani, infatti, sono tradizionalmente gelosi custodi delle prerogative degli stati. Proprio per questo motivo, la battaglia legale è destinata a spostarsi nelle aule dei tribunali statali e locali, dove vari aspetti del voto per corrispondenza (per esempio, i termini per ricevere le schede postali dopo il giorno dell’elezione e le procedure di verifica delle firme) potranno essere contestati. Nel frattempo, la decisione della Corte verrà probabilmente presentata come un torto, cui bisogna porre rimedio con il voto. Anche per questo motivo, le elezioni di metà mandato avranno un’importanza decisiva.