Esteri
a Mosca •
La costituzione di Vladimir Putin
Il presidente russo non ha ancora bisogno di riscriverla, la sta già svuotando dall’interno. Il nuovo ordine della Vittoria
17 SET 26

Putin in conferenza stampa al termine della parata del Giorno della Vittoria (Getty Images)
Il Cremlino non dubita che l’Ucraina crollerà. “E’ solo una questione di tempo”, ha detto il presidente russo Vladimir Putin, ostentando grande sicurezza, nel rispondere alle domande dei giornalisti russi presenti al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, tenutosi a Bishkek dal 31 agosto al 1 settembre scorso.
Nella narrazione del Cremlino l’operazione militare speciale è soltanto una parentesi tra la morte del vecchio e la nascita del nuovo ordine mondiale che la Russia, insieme ai propri alleati, è faticosamente impegnata a costruire. La proiezione esterna del paese non è altro che il riflesso dell’evoluzione della sua dimensione interna, come spiegava l’ex ricercatore del Carnegie Moscow Center, Andrei Kolesnikov, da queste colonne nel gennaio scorso. La forma di stato russa ha, infatti, subìto nel tempo una progressiva torsione in senso autoritario, accentuatasi ulteriormente dopo il 24 febbraio 2022. Una parziale cartina al tornasole di tale adeguamento della forma di stato, latente già dalla fine degli anni Novanta, è stata la revisione costituzionale del 2020, che ha modificato la seconda parte della Costituzione del 1993. In quella sede non è stato introdotto solo il primato del diritto nazionale su quello internazionale, l’azzeramento dei mandati presidenziali e un rafforzamento della struttura centralistica dello stato quale regime personale del presidente, ma sono state aggiunte anche norme di principio di natura simbolico-identitario quali il richiamo ai “valori spirituali e morali” e alla “memoria storica” come basi dell’indirizzo politico statale. I primi due capi – quelli dedicati ai diritti e alle libertà fondamentali, improntati al modello del costituzionalismo liberale – sono, invece, rimasti formalmente intatti in quanto non sottoponibili a semplice revisione costituzionale (art. 135 Cost.). Resta, così, che la Costituzione russa è oggi uno strano “Giano bifronte”, in cui al volto dell’impianto originario, anche frutto della circolazione dei modelli americano e francese, corrisponde il volto illiberale della “verticale del potere” putiniana.
Nell’ottica della costruzione di un nuovo ordine mondiale questa discrasia tutta interna al testo costituzionale pone problemi di immagine, ma anche di legittimazione, tanto da aver fatto storcere il naso a diversi pezzi di establishment. Da tempo alcuni dei suoi membri più influenti propongono la convocazione di un’Assemblea costituente che rimuova del tutto le incrostazioni di un passato scomodo, ritenuto non genuinamente russo, bensì dominato da interferenze straniere. A infastidire è più di tutto l’art. 13 che, a valle del catalogo dei diritti, riconosce il pluralismo ideologico (comma 1) e, di conseguenza, vieta l’imposizione di un’ideologia di stato (comma 2).
Già al Forum giuridico di San Pietroburgo del 2023 il capo del Comitato investigativo federale, il generale Alexander Bastrykin, aveva invitato le istituzioni a elaborare una “nuova ideologia ufficiale” cui dare copertura costituzionale. Nel 2025, l’attuale ministro della Giustizia, Konstantin Chuychenko, ha chiarito che il suo dicastero non possa più avere come obiettivo la sola tutela dei diritti fondamentali dei cittadini o la garanzia dello stato di diritto, ma debba semmai mettere al centro della propria azione il “rafforzamento della statualità” dalle interferenze straniere, vera chiave di lettura dell’intera storia russa. Al Forum giuridico di San Pietroburgo dello scorso giugno, Chuychenko ha rincarato la dose: “Quando è stata scritta la nostra Costituzione si diceva che i diritti e le libertà dei cittadini sarebbero dovuti essere una priorità. Ma mi sembra che questo approccio non sia del tutto corretto, perché è impossibile garantire i diritti senza rafforzare lo stato”. Tale impostazione, di matrice hobbesiana, è in realtà condivisa ben al di fuori dai confini russi da tutti coloro che, pur esprimendo fiducia nel costituzionalismo, ritengono che lo stato sia l’unica e anzi la più alta forma di coscienza sociale entro cui è possibile realizzare a pieno i diritti dei cittadini. Pur senza esplicitarlo, Chuychenko sembra però andare ancora oltre e avanzare la tesi di una gerarchia di valori, in cui lo stato e i suoi interessi vengano sempre prima dei diritti. E anzi, i diritti non sarebbero più barriere e limiti alle scelte dello stato, ma, secondo un’impostazione schmittiana, dovrebbero essere garantiti fintantoché funzionalmente orientati a sostenere i compiti dello stato, da considerare prioritari rispetto alle scelte individuali. Il ministero della Giustizia, del resto, è il dicastero che più di ogni altro ha incarnato sul piano interno questa necessità costituzionale di protezione della statualità dall’ideologia liberale dei “nemici del popolo”, come tali accusati di essere finanziati dall’estero: il registro degli agenti stranieri, così come quello delle organizzazioni terroristiche ed estremiste o di quelle indesiderate, aggiornato con cadenza periodica, ne sono un esempio emblematico.
A rendere più chiaro quale sia il punto di caduta del ragionamento del ministero della Giustizia sono le dichiarazioni dei circoli ultranazionalisti e religiosi, in prima linea nel chiedere con insistenza una revisione costituzionale. L’influente oligarca ultraortodosso Konstantin Malafeev, sempre al Forum giuridico di San Pietroburgo di quest’anno, ha sottolineato con una certa stizza che, benché la Costituzione attuale faccia professione di agnosticismo quanto ad ideologia, in realtà, promuova ancora l’ideologia liberale dei diritti su tutti gli altri titoli e capi della Costituzione. “E dove sono i doveri? Due articoli sulle tasse e sull’esercito”, ha sbottato deluso.
Da ultimo, a inserirsi nel dibattito è stato Alexander Dugin, il filosofo nazionalista, tra i teorici russi dell’euroasiatismo. Il 28 agosto scorso, intervenendo al forum dall’inequivocabile titolo “Insieme vinceremo”, Dugin ha risposto alla domanda di un veterano dell’operazione militare speciale sull’attualità della Costituzione del 1993, “redatta sotto l’attenta guida di persone che ora sono nostri avversari, persino nemici”.
Secondo Dugin, in effetti, “molte disposizioni della nostra Costituzione risalgono agli anni Novanta e sono destinate a scomparire prima o poi. Non a caso – ha ricordato il filosofo – il riferimento a Dio e al popolo russo sono comparsi durante la pandemia”, quando la seconda parte della Costituzione è stata profondamente rivisitata. “Credo che il lavoro per migliorare la nostra Costituzione e allinearla alle norme storiche che permeano la nostra società debba continuare. Penso, anzi, che la Costituzione a un certo punto dovrà essere rivista e ciò accadrà dopo la vittoria. Avremo una Costituzione della Vittoria”, ha concluso enfatico Dugin. Sembra di capire che dal vecchio testo siano da espungere tutte le disposizioni del primo e secondo titolo che richiamano il costituzionalismo liberale occidentale. Al suo posto, si prefigura l’istituzionalizzazione di una chiara gerarchia di valori, in cui al vertice stiano la sovranità nazionale, l’ortodossia spirituale (intesa come difesa della tradizione cristiano-ortodossa) e il dovere di servizio del cittadino verso lo stato-comunità. In questa prospettiva, la Costituzione dovrebbe cessare una volta per tutte di essere un limite al potere per trasformarsi essenzialmente in uno strumento di legittimazione attiva e consolidamento dello stato, incarnando quella visione schmittiana per cui i diritti fondamentali sono un sistema omogeneo di valori positivizzati. A questo proposito anche la pena di morte, ad oggi sostanzialmente vietata, potrebbe tornare in discussione.
Al momento, comunque, il Cremlino sembra continuare a preferire una strategia graduale, che lasci formalmente intatta la prima parte della Costituzione, ma la svuoti progressivamente di significato. Il rappresentante plenipotenziario del presidente presso la Duma di stato, Garry Minkh, sempre ad agosto, ha dichiarato di non ravvisare ragioni oggettive per emendare la Costituzione. E, del resto, la maggior parte dei costituzionalisti, specie quelli che nel frattempo militano nelle fila di Russia Unita alla Duma di stato, come Andrei Klishas, hanno sempre ritenuto che la Costituzione del 1993 fosse sufficientemente elastica da consentire un ampio adattamento della forma di stato e di quella di governo, se del caso anche in continuità con il regime sovietico precedente. Tra loro c’era anche Boris Ebzeyev, morto proprio lo scorso 26 agosto dopo una lunga carriera, prima come costituente e giudice costituzionale, poi come governatore della regione della Karachaj-Circassia e, infine, come membro della Commissione elettorale centrale. Del resto, però, se è vero che della Costituzione del 1993 diceva che fosse “più intelligente di chi l’ha scritta e di chi la commenta”, proprio per la sua capacità dinamica di adattamento alle più varie esigenze di garanzia dell’integrità statale, fu lo stesso Ebzeyev a non esitare un attimo a sostenere la necessità della sua revisione nel 2020, enfatizzando, tra le altre cose, la bontà di un richiamo esplicito ai valori tradizionali. E non a caso è proprio su di essi che Bastrykin e i circoli nazionalisti e religiosi hanno in mente di articolare la nuova prima parte di quella che sarà, un giorno, la Costituzione della Vittoria.
Che cosa resta, dunque, del costituzionalismo in Russia? Se l’è chiesto qualche anno fa anche William Partlett, autore di “Why the Russian Constitution Matters” (2024). Nelle conclusioni del volume, il giuspubblicista australiano ha spiegato piuttosto bene perché studiare l’involuzione del costituzionalismo in Russia è e resta importante. Non si tratta di un interesse puramente etnografico o di maniera, ma, come sempre accade per gli studi comparatistici, risulta imprescindibile per spiegare anche certi movimenti tellurici, che, semplificando, abbiamo voluto ribattezzare populisti o illiberali, ma che hanno ormai preso piede anche nelle democrazie liberali.