Esteri
eterno sconfitto •
Mohsen Rezaei incarna lo sguardo corto del pasdaran
Il capo più longevo nella storia dei guardiani della rivoluzione era in prima linea ai tempi di Khomeini e ha partecipato a quattro elezioni, senza successo. Nella sua storia ci sono i frammenti dell’ottusità e del rancore di chi guida oggi l’Iran
16 SET 26

Il generale Mohsen Rezaei nella capitale iraniana Teheran per partecipare a una cerimonia (foto di Morteza Nikoubazl/NurPhoto/Getty Images)
Per gli analisti l’Iran è notoriamente la tomba delle previsioni, ma in un articolo pubblicato il 23 agosto sull’Atlantic, “Iran Unleashed”, Robert Kagan si arrischia a presentarne una da far tremare i polsi: l’avvento di un Iran senza freni, un Iran che dopo aver fronteggiato Israele e Stati Uniti ed essere sopravvissuto, si impone come nuova forza dominante del medio oriente, una potenza in grado di ridisegnare gli equilibri regionali. La comunità internazionale ha passato anni a temere un Iran nucleare – scrive Kagan – ma d’ora in avanti dovrà preoccuparsi di uno scenario ancora più inquietante, un Iran che tiene in ostaggio il Golfo Persico e non ha più paura dell’America, un Iran ferito e vulnerabile e ciò nonostante più aggressivo, un Iran istintivamente più incline alla sfida che al compromesso. Quando Kagan parla dell’Iran, intende la Repubblica islamica e la sua classe dirigente (la distinzione tra il regime e gli iraniani non è più all’ordine del giorno da mesi), non indaga le alchimie che la sottendono, come la gran parte dei commentatori, si limita a rimarcare la novità di una postura che, per una volta, è tanto bellicosa nei fatti quanto nelle parole.
Ma gli uomini contano, contano ancora di più nell’assenza del leader designato Mojtaba Khamenei e dopo che una pletora di decapitazioni ha ridisegnato la geografia del potere; contano, a maggior ragione, nell’incertezza e nella disinformazione imperante, dentro un moltiplicarsi di spifferi che oppongono colombe propense all’accordo a falchi arrembanti votati all’escalation; contano perché, in fondo, gli scarni dati di realtà di cui disponiamo ce li offrono proprio loro, “i generali” che a vario titolo sono entrati nella cabina di comando. Non sappiamo se Mojtaba sia morto, moribondo o semplicemente nascosto, magari in un bunker, a Mashad, sotto il “sacro recinto”, ma per ora i fatti dicono che sono Ahmad Vahidi, Hossein Taeb, Mohammad Bagher Ghalibaf e Mohsen Rezaei a reggere il gioco ed è probabile che siano proprio le loro alleanze, le rivalità, gli errori e le ambizioni che li accomunano e li separano a determinare, nel bene e nel male, il corso dei prossimi mesi.
Tra questi nomi, quello di Rezaei è uno dei più sorprendenti, non perché si tratti di una nuova leva, tutt’altro, se esiste un uomo d’apparato fatto e finito questo è proprio lui che della Repubblica islamica ha attraversato con ostinazione tutte le stagioni, ma perché lo precede una reputazione da sconfitto, quella del rivoluzionario tutto d’un pezzo, ma senza carisma, quello che nella corsa per una poltrona non è l’eterno secondo, né il terzo, semmai l’eterno quarto e quinto. A cristallizzargli addosso quest’aura di mediocrità, hanno senz’altro contribuito i tanti tentativi falliti di assurgere alla presidenza, quattro in tutto, tra il 2005 ed il 2021, un’epoca peraltro assai favorevole per un ex pasdaran e Rezaei dei pasdaran è stato il capo più longevo della storia. Eppure la sua storia elettorale è un buco nell’acqua dopo l’altro, nonostante l’invenzione di un programma interattivo, il “Wiki Rezaei” (in cui era possibile presentare proposte apportare modifiche, alla maniera di Wikipedia), nonostante un paio di slogan ai limiti dell’ortodossia: “Creeremo il governo dell’amore” (era il 2005) e “Fonderemo un’amministrazione inclusiva e all’insegna della speranza”, (era il 2013), nonostante la promessa di ripulire le istituzioni iraniane da spie e infiltrati (era il 2021). Rezaei ha fallito sempre e comunque, con il volto sorridente e con quello truce, con le elezioni truccate (2009) e con le elezioni prevedibili (2021) e nel corso della sua carriera da candidato è stato battuto proprio da tutti, populisti, pragmatici e ultraconservatori, al punto che, da un certo momento in poi, la sua presenza sulle liste è diventata una barzelletta. “Le elezioni senza Mohsen Rezaei sono come il kebab senza la cipolla”, hanno iniziato a sghignazzare i rivali, mentre su Telegram girava la battuta: “Trovati qualcuno che ti ami quanto Mohsen Rezaei ama le elezioni”.
Ha attraversato ostinato tutte le stagioni, con la fama da sconfitto, da rivoluzionario senza carisma
E persino a giugno, quando a Teheran non c’era motivo per sorridere di niente, la sua comparsa in uniforme al notiziario della sera Shabake Khabar ha destato un moto d’ilarità. Rieccolo, l’immarcescibile Rezaei, con la barba lunga e le palpebre cascanti, il volto scavato, più emaciato che mai e un leggero tremore ad agitargli le dita. Formalmente a giugno era ancora il consigliere militare di Mojtaba, ma iniziavano già a girare le voci che lo volevano vicino a sostituire Mohammad Bagher Zolghadr al vertice del Supremo Consiglio per la sicurezza nazionale, secondo alcuni a causa della manifesta incapacità di Zolghadr, secondo altri per arginare le mire di Ghalibaf, e secondo altri ancora perché nel suo momento di maggiore vulnerabilità il deep state della Repubblica islamica non può che affidarsi a uomini di comprovata esperienza e assoluta fedeltà al sistema, ossia gli uomini della prima generazione rivoluzionaria, quelli forgiati dal mito di Ruhollah Khomeini e non dal culto di Ali Khamenei. Insomma Rezaei finalmente ce l’ha fatta, ma come il papabile di risulta.
E dire che all’inizio era davvero il rivoluzionario ideale, umile, rabbioso e appassionato. Nato nella provincia petrolifera del Khuzestan, in un villaggio con le notti bollenti che sorge un paio d’ore a nord del capoluogo di provincia Ahvaz, Rezaei appartiene alla tribù bakhtiari. Leggenda vuole che il suo nome all’anagrafe fosse Sabzevar (“luogo verde” in persiano) e che sia stato Khomeini a ribattezzarlo Mohsen. Quale che sia la verità, i luoghi che Rezaei ha bazzicato da bambino sono tutt’altro che verdi e la sua è stata un’infanzia altrettanto aspra e povera, un’infanzia che non aveva nulla a che spartire con quella dei pargoli degli expat americani, o con quella dei rampolli dei dirigenti iraniani della National Iranian Oil Company, per cui quando approda alla prestigiosa scuola superiore fondata dalla società petrolifera si trascina dietro un gran senso di rivalsa, gli ex compagni lo ricordano come un ragazzo inquieto e in effetti, ancora adolescente, Rezaei ha già aderito al gruppo islamista armato Mansurun. Nel 1973 questo attivismo gli vale sei mesi di carcere, ma la prigione invece di placare il suo spirito di ribellione lo irrobustisce.
Quando nel 1978 scoppiano i disordini che porteranno alla rivoluzione Rezaei figura tra i fondatori di uno dei primi gruppi di guerriglia pro Khomeini, una formazione che in seguito convoglierà nel corpo dei pasdaran e la sua ascesa a questo punto pare irresistibile. Nel 1981 a soli 27 anni diventa il capo del corpo dei sepah-e-pasdaran e il suo ruolo negli anni della guerra con l’Iraq è centrale. Il suo momento decisivo arriva il 14 febbraio del 1982, dentro una clubhouse abbandonata, su una collina, protetta dalle montagne, a est del fiume Karun. Si tratta del quartier generale del fronte meridionale e questo è il giorno in cui viene pianificata una delle operazioni militari più significative della guerra Iran-Iraq. Sulla porta della stanza in cui si svolge l’incontro si legge: “La base per coloro che attendono il martirio”, dentro i leader pasdaran sono tutti ventenni, Rezaei, Ali Shamkhani e Hassan Bagheri. Qualche giorno prima in questa stanza si affaccia anche Qassem Soleimani, ma non è ancora il principe delle ombre che diventerà un giorno, gli uomini del momento sono Rezaei e gli altri che approntano piani di vendetta e riconquista e si convincono di essere invincibili. Tra questi combattenti, Rezaei è il più oltranzista di tutti, il più insistente nel perseguire il sogno della vittoria e dell’annientamento di Saddam anche dopo la riconquista di Khorramshahr, spesso il meno realista e in alcuni casi il più bugiardo, Rezaei allora è il profeta della guerra a qualsiasi costo, così lo dipingono gli storici, così lo racconta uno sprezzante Ali Akbar Hashemi Rafsanjani nelle sue memorie: ottuso, sentimentale e incapace di prendere decisioni difficili.
Contro l’Iraq, era tra i più oltranzisti nel volere l’annientamento di Saddam, il meno realista e il più bugiardo
Se l’obiettivo della Repubblica islamica è consolidare il potere all’acme della più profonda tra le sue crisi Rezaei potrebbe essere l’uomo giusto per l’impresa, ma se il suo ruolo richiede l’elaborazione di qualcosa di più e di diverso, una trovata, un colpo di genio, il sospetto è che gli servirebbe qualcosa di più della fedeltà alla causa.