In Iraq prende forma la nuova geometria dell’asse della resistenza

L'Iran ha capito come colpire i suoi nemici dai paesi proxy: cellule di combattenti più piccole e più controllabili da Teheran

15 SET 26
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L’asse della resistenza ha cambiato forma. La testa, che poggia a Teheran, muove i suoi tentacoli con un’organizzazione più snella ed efficace, adatta allo scenario mutato dopo il 7 ottobre. Sul campo, la conferma è arrivata il 29 luglio scorso, dopo un bombardamento americano in Iraq. Allora, si scoprì che tra le vittime c’era un comandante houthi, nome di battagli Abu Khalid. La presenza di militari yemeniti in Iraq confermava alcune indiscrezioni che circolavano già da circa un anno: dei terroristi houthi erano stati dislocati in Iraq per combattere la guerra delle milizie filo sciite contro americani e sauditi. Domenica scorsa, proprio dall’Iraq è partito un attacco con droni che ha distrutto l’oleodotto che taglia in due la penisola arabica da est a ovest. L’evento potrebbe essere frutto di questo nuovo genere di collaborazione fra le milizie irachene e gli houthi, sotto la regia dell’Iran. L’attacco è stato lanciato presumibilmente dal triangolo Maysan-Babil-Wasit, che dalla capitale Baghdad si spinge fino al sud-est dell’Iraq. Mesi fa, fonti del quotidiano arabo Asharq al Awsat parlavano di un quartier generale a Jurf al Sakhar, una roccaforte filoiraniana a 60 chilometri da Baghdad. Qui una cellula di miliziani houthi sarebbe operativa sin dal giugno 2024.
La cooperazione fra houthi e milizie filoiraniane in Iraq non è una novità. Già prima del 7 ottobre il coordinamento tra le forze dell’asse della resistenza era la regola, coinvolgendo anche Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e il regime di Bashar el Assad in Siria. Quel che sta cambiando nell’ultimo tempo è la struttura e la finalità di questa cooperazione. Un tempo, i pasdaran erano impegnati prevalentemente nelle campagne mediatiche o nell’addestramento delle forze alleate nei paesi proxy. In casi eccezionali, i pasdaran intervenivano a scopi difensivi con ufficiali di collegamento dislocati all’estero. Lo schema attuale è cambiato e a marzo scorso fu proprio Esmail Qaani, comandante delle forze speciali iraniane al Quds che si occupano delle missioni speciali all’estero, a spiegare come. Qaani parlò di “unificare le sale operative”, mettendole sotto un controllo più centralizzato che rispondesse direttamente a Teheran. Tecnicamente, si tratta di creare delle cellule di combattenti composte solo da poche decine di effettivi scelti tra diverse milizie eterogenee. Questo non solo rende più complicato identificarle e neutralizzarle ma soprattutto le sottrae al controllo delle singole milizie concentrandolo in Iran. Il problema della schizofrenia dei gruppi armati iracheni, della difficoltà di Teheran di tenerli tutti sotto il suo controllo, si era manifestato soprattutto dopo il 7 ottobre. Mentre alcune milizie si erano unite alla guerra a oltranza dichiarata dall’Iran contro Israele e Stati Uniti, altre restavano neutrali, altre ancora colpivano senza rivendicare l’attacco. Il mondo “dovrà abituarsi a questo nuovo ordine nella regione”, aveva detto Qaani enunciando questa specie di corollario della dottrina Soleimani, il suo predecessore che aveva ideato il sistema dei proxy a guida iraniana nella regione.
Se l’asse della resistenza cambia al mutare degli tempi, il governo iracheno resta incapace di fare altrettanto. A metà luglio, quando andò a Washington per incontrare il presidente americano Donald Trump, il premier Ali al Zaidi promise quello che molti analisti definirono impossibile: convincere le milizie filo iraniane attive nel paese a deporre le armi e a unirsi alle forze regolari irachene entro la fine di settembre, giusto in tempo prima che l’ultimo soldato americano lasciasse il paese, come programmato dalla Casa Bianca. Arrivati a metà mese, il conto delle milizie convinte a recedere il cordone ombelicale che le lega a Teheran esiguo. Ieri, le Unità della resistenza yazida, che parteciparono alla guerra contro lo Stato islamico, si sono dette disponibili a deporre le armi, ma si tratta di pochi uomini, peraltro molto più malleabili rispetto a quelle più irriducibili. Da Kataib Hezbollah alle brigate Badr passando per Asa’ib Ahl al Haq, tutte le formazioni militari inglobate tecnicamente nelle Forze di mobilitazione popolare e stipendiate dal governo di Baghdad continuano a rispondere in via esclusiva a Teheran e contano pure sul sostengo di partiti politici filoiraniani in Parlamento e di emittenti televisive. Dopo avere descritto al Zaidi un “guerriero” durante la visita a Washington, ora i dubbi di Trump sulla reale capacità del premier iracheno di mantenere la promessa fatta sembra stiano aumentando. Fonti curde ripetono insistentemente della rabbia degli americani, che vorrebbero riproporre una minaccia già ventilata ai tempi del predecessore di al Zaidi, quando il capo del governo era Abu Shia al Sudani: congelare i depositi bancari iracheni aperti alla Federal Reserve di New York e dove finisce tutto il denaro derivante dalla produzione del petrolio. Per l’Iraq sarebbe il fallimento economico, per gli Stati Uniti la miccia per generare il caos che Trump dice di volere fortemente scongiurare