Il possibile rilascio delle europee prese in ostaggio dall’Isis nel Sahel

Le notizie sul rilascio delle due donne, avvenuto il 10 settembre scorso, sono state ridimensionate dai pochi commenti ufficiali trapelati: “Il processo, complesso e altamente pericoloso, non è ancora stato portato a termine con successo”. Il ruolo della mediazione libica e la strategia del gruppo terroristico
15 SET 26
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Bamako (Foto LaPresse)

Istanbul. Le notizie sul rilascio, avvenuto il 10 settembre scorso, di due donne europee, entrambe prese in ostaggio nel Sahel nel 2025 e che da anni vivevano nelle comunità locali, sono state ridimensionate poco dopo dai pochi commenti ufficiali trapelati. “Ci sono notizie incoraggianti, ma il processo, complesso e altamente pericoloso, per il suo rilascio e la sua consegna non è ancora stato portato a termine con successo”, ha dichiarato il ministero degli Esteri austriaco in una nota relativa al caso di una delle due donne, la cittadina austriaca Eva Gretzmacher, rapita ad Agadez, in Niger, nel gennaio 2025. E in effetti, quasi sempre, sono vicende complesse. Spesso, anche a distanza di anni, si comprende poco di ciò che è realmente avvenuto dietro le quinte, sia per quanto riguarda i sequestri in sé sia per le azioni intraprese per ottenere il rilascio degli ostaggi.
Secondo alcune fonti, dietro il rilascio delle due donne vi sarebbe una mediazione libica guidata da Tripoli, attraverso canali collegati a quelli che ad agosto avevano portato alla liberazione del cittadino statunitense Kevin Rideout. Il mese scorso, secondo quanto riportato da Reuters, “le autorità della Libia orientale, sotto il comando militare di Khalifa Haftar, hanno contribuito a ottenere il rilascio di un missionario americano tenuto in ostaggio da un’affiliata dello Stato islamico (Isis) nella regione del Sahel, nell’Africa occidentale, scortandolo verso la libertà attraverso la Libia”. L’agenzia ha aggiunto che, mentre una fonte ha sostenuto che sia stato pagato un riscatto, “una fonte di alto livello all’interno delle forze di Haftar ha detto che è stata condotta un’operazione militare in Mali per liberare l’ostaggio”.
Le due donne erano – e forse lo sono tuttora – ritenute prigioniere anche dell’Isis, il gruppo terroristico internazionale nato e balzato agli onori delle cronache nei primi anni della guerra in Siria. In quegli anni il gruppo prese in ostaggio numerosi operatori umanitari internazionali e giornalisti, arrivando a uccidere brutalmente molti di coloro per cui non fu pagato alcun riscatto, tra cui i giornalisti statunitensi James Foley e Steven Sotloff e gli operatori umanitari Kayla Mueller e Peter Kassig. Federico Motka, operatore umanitario italiano, riuscì invece a sopravvivere e in seguito testimoniò davanti a un tribunale statunitense di essere stato picchiato, tenuto in isolamento e sottoposto a posizioni di stress durante i mesi della prigionia. Come molti altri ostaggi europei, alla fine venne comunque rilasciato. Non è chiaro se per il suo rilascio sia stato pagato un riscatto. Diversi ostaggi statunitensi e britannici, tuttavia, sono stati uccisi dopo che i rispettivi governi erano arrivati a minacciare di perseguire penalmente le famiglie delle vittime qualora avessero tentato di raccogliere autonomamente il denaro.
Uno studio dal titolo “How Much Bang for the Buck? Exploring the Effects of Ransom Payments on Terrorist Activity in West Africa”, pubblicato nell’ottobre 2025, ha analizzato gli effetti di breve periodo del pagamento dei riscatti sui successivi attacchi terroristici. Analizzando i dati dal 2017 al 2023 relativi ai sequestri a scopo di riscatto compiuti da due gruppi terroristici designati attivi nel Sahel – Jama’a Nusrat ul-Islam wa al Muslimin (Jnim) e l’affiliata locale dello Stato islamico, lo Stato islamico nel grande Sahara (Isgs) – lo studio ha rilevato che: “In due casi, in seguito al pagamento di riscatti al Jnim, si osserva un aumento a breve termine del numero o dell’intensità degli attacchi, mentre l’attività dell’Isgs è rimasta stabile. Al contrario, in un caso che ha coinvolto uno scambio di prigionieri senza pagamento di riscatto, l’attività terroristica è diminuita”. Secondo un approfondimento di Chatham House del 2022, “l’Isis ha ottenuto decine di milioni di dollari dagli europei in cambio degli ostaggi, una somma che per quel periodo rappresentava tra il 3 e il 5 per cento delle entrate del gruppo”. “Si potrebbe tuttavia sostenere che, per il gruppo, uccidere gli ostaggi risultasse più vantaggioso, poiché ne accresceva la visibilità a livello internazionale”, si legge ancora nel documento, portando al contempo “notorietà e favorendo il reclutamento alla causa”.