Che faccia ha Hamas nell'inchiesta di Haaretz

Il 7 ottobre per Sinwar era la missione di una vita, non è ragionevole pensare che volesse avvisare Israele o rinunciarvi per benefici economici. Chi ha davvero avvertito chi. Intervista a Milshtein

12 SET 26
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Si pensava che il 7 ottobre potesse finire lo scorso anno, quando un accordo per la liberazione di tutti gli ostaggi vivi e la restituzione dei corpi dei morti era stato concluso fra Israele e Hamas e con vari mediatori coinvolti dagli Stati Uniti. Invece il giorno atroce di Israele ha continuato a vivere nella quotidianità del paese e si è fatto fantasma e vicolo cieco della campagna elettorale per il voto del 27 ottobre. Si è visto questa settimana con l’articolo pubblicato dal quotidiano Haaretz. 
L’esclusiva, che racconta l’avvertimento che Benjamin Netanyahu avrebbe ricevuto dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, si è aggiunta al supplizio di una campagna elettorale diventata il barometro delle divisioni nel paese, delle rabbie accumulate, delle paure che da tre anni non si placano. Un’autoanalisi continua, una colpevolizzazione straziante incline all’autoflagellazione che sta cambiando i tratti di quello che avvenne quel giorno: un massacro perpetrato da Hamas che intendeva colpire cittadini israeliani e sorprenderli assopiti nei loro letti oppure sballati alla luce dell’alba nel deserto del Negev – i ragazzi del Supernova festival, in realtà, furono un dono inatteso per i piani di mattanza dei terroristi di Hamas che vedendo tanti giovani insonni si fermarono e tardarono l’assalto contro alcuni dei kibbutz. Uno dei problemi dell’inchiesta di Haaretz, giornale di opposizione dura al premier Benjamin Netanyahu, è che, per demonizzare il primo ministro, indulge nei confronti dell’organizzazione terroristica e del suo leader, Yahya Sinwar, che emerge come dedito ai negoziati economici e ansioso di concluderli prima dell’attacco e incline a rilasciare gli ostaggi quasi nell’immediato dopo il pogrom. Michael Milshtein, ex ufficiale dell’intelligence, capo del Forum per gli studi palestinesi del Centro Moshe Dayan, ha trascorso la sua vita professionale a studiare Hamas e, leggendo l’inchiesta, “non ho potuto non pormi delle domande”, ammette parlando con il Foglio. Le sue domande non sono sulle responsabilità del primo ministro, “credo che il cuore del rapporto sia vero, che un avvertimento da parte degli Emirati gli sia arrivato, riguardava qualcosa di preoccupante che accadeva a Gaza. Ma dubito che Bin Zayed conoscesse i dettagli”. Per Milshtein non è ragionevole che Sinwar abbia cercato di comunicare a Israele le sue intenzioni, “credo piuttosto che gli avvertimenti arrivati fino agli Emirati fossero una ricostruzione fatta da Mohammed Dahlan – ex funzionario di Fatah, compagno di università di Sinwar, fuggito dalla Striscia perché diventato bersaglio degli islamisti – che parlando con i leader di Hamas ha iniziato a nutrire dei sospetti e li ha fatti arrivare fino a Bin Zayed. E’ questa la ricostruzione che credo più accurata, non penso che Sinwar abbia voluto far sapere le sue intenzioni a Israele”. Milshtein parte da un presupposto semplice: il 7 ottobre non è stato organizzato in due settimane o in un mese. Sinwar non si è messo a pensare a come ammazzare quanti più israeliani possibili quando Netanyahu smise di prestare attenzioni ai negoziati per la tregua nella Striscia, “ha passato anni ad architettare ogni singolo elemento e ora, secondo l’inchiesta, voleva che Israele sapesse e arrivasse a bloccare il suo piano? E lo manda a dire agli Emirati? Per Sinwar il 7 ottobre era la missione della sua vita, l’offensiva su cui ha messo la firma, è forse ragionevole credere che improvvisamente volesse rinunciarci per le relazioni economiche di Gaza, per i contratti dei lavoratori?”. Non è Sinwar l’uomo che manda un messaggio per veder fallire la sua offensiva distruttiva che tanto aveva pensato e di cui aveva parlato e che aveva promosso. “Dai documenti portati fuori da Gaza, si legge che non erano certo i lavoratori l’oggetto della sua attenzione. Alcune parti dell’articolo sono strane, a volte suonano ridicole”. E’ mentalità, è costruzione di una carriera, “Sinwar lavorava per il jihad, non per gli accordi economici”. Ha avuto pazienza, ha atteso, ha stravolto Israele e ha causato una guerra che ha distrutto la Striscia. “Pianificava tutto per motivi ideologici, un terrorista ragiona così, non cerca ragioni per essere fermato, non rinuncia alla sua guerra per il benessere economico”. Secondo l’inchiesta anche il capo dei servizi segreti dello Shabak era stato allertato, prima di Netanyahu, e comunque non avrebbe fatto nulla. Soltanto a quel punto, Bin Zayed si decise a chiamare il premier, “gli Emirati sapevano qualcosa, avevano più percezioni che evidenze. Non esiste che un capo dello Shabak rimanga immobile di fronte un forte avvertimento”.
Tutto il medio oriente guarda questa campagna elettorale che procede a schiaffi (figurati), anche i leader del mondo arabo hanno le loro preferenze, “vorrebbero un altro governo, pur sapendo che la politica estera sarebbe identica, ma Netanyahu è visto come un fattore di instabilità soprattutto interna. Nessuno si farà promotore di una politica estera diversa, questo lo sanno. Preferire chiunque basta che non sia l’attuale premier, per il mondo arabo vuol dire cercare la soluzione meno peggiore”. Quello che si capisce, anche dal canale diretto creato da Bin Zayed con Netanyahu, è che un Israele instabile ora non lo vuole nessuno, “se non le bande dei terroristi di Gaza”.