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Cinquemila dollari a elettore sono troppi, presidente Trump. Si fidi della tradizione italiana: “Cchiù pilu pe’ tutti”
Il presidente americano ha promesso di distribuire un'ingente somma di denaro a ogni americano adulto se i repubblicani vinceranno le elezioni di mid-term. Ma il dono di scambio non è una questione di quantità, è una disciplina esatta con un solo paese al mondo in cui sia stata condotta a perfezione. Il nostro, ovviamente. Un consiglio
11 SET 26

Foto LaPresse
Bisognerà pure che qualcuno glielo dica, a Donald Trump, che cinquemila dollari sono troppi. Ha promesso di distribuirli a ogni americano adulto se i repubblicani vinceranno le elezioni di mid-term. E la notizia, che pure ha fatto un certo rumore, ci ha lasciati in quello stato di temperata malinconia che coglie il maestro quando vede l’allievo affrontare con mezzi sterminati un problema che lui aveva risolto, in povertà, molti anni prima. Perché il dono di scambio, in politica, non è affatto una questione di quantità, e chi lo crede dimostra soltanto di essere ricco e nuovo del mestiere. Il dono è una disciplina esatta, con le sue regole, i suoi trattatisti, la sua scuola napoletana, e con un solo paese al mondo in cui sia stata condotta a perfezione. Il nostro, ovviamente. La bibliografia è vasta e la conosciamo a memoria, va da dal “piano dentiere” di Silvio Berlusconi, che fu la via odontoiatrica al moderatismo, fino al “gra-dui-da-men-de” scandito sillaba per sillaba da Giuseppe Conte in trentuno piazze diverse, eventualità che resta il vertice del genere, perché prometteva non una somma né un oggetto ma addirittura una condizione dello spirito. Del resto, sull’elargizione elettorale, l’Italia ha in tutta evidenza costruito la sua industria più competitiva.
L’abolizione dell’Ici del 2006, la restituzione dell’Imu del 2013, gli ottanta euro di Renzi, la carta “dedicata a te” con 500 euro, i mille euro che adesso Meloni vorrebbe dare a ogni nuovo nato, lo sconto sulle accise, il salario minimo di Schlein, il reddito di cittadinanza, e infine il superbonus centodieci per cento, che aveva la particolarità geniale di valere più di cento, come i voti dei collegi bulgari, e che ha lasciato dietro di sé ponteggi, cappotti termici e una voragine che pagheranno (con i mille euro di Meloni) quelli che nasceranno l’anno prossimo. Tutto questo senza tenere conto, s’intende, della minutaglia composta da condoni edilizi, condoni fiscali, scudi, sanatorie, rottamazioni ormai numerate come i film di cassetta, baby pensioni concesse dopo quattordici anni sei mesi e un giorno di servizio, quote varie, e ancora la pioggia dei bonus, cultura, vacanze, monopattini, rubinetti, zanzariere, occhiali, psicologo, serrature e aria condizionata distribuiti da governi di ogni colore con la mano distratta di chi getta il mangime alle carpe.
Il padre di tutto questo fu Achille Lauro, che una mattina del 1952 mandò i suoi uomini per i quartieri di Napoli con i pacchi di pasta, di zucchero e di farina, le scarpe spaiate e le mille lire tagliate in due, con l’impegno di consegnare l’altra metà a elezione avvenuta. In quel gesto, che i manuali sbrigano come voto di scambio e che è invece un’invenzione formale paragonabile al sonetto, c’era già tutto. C’era la parsimonia, perché si dava mezza banconota. C’era la sospensione, perché il resto arrivava dopo. E c’era soprattutto la scarpa sinistra, che resta la trovata geniale, dal momento che un uomo con una scarpa sola non è un uomo che ha ricevuto un regalo, ma è un uomo che ha un problema, e per risolverlo dovrà tornare da chi glielo ha procurato. E insomma Donald Trump ha scoperto l’acqua calda con l’entusiasmo di chi crede di aver scoperto il fuoco, mentre noi quell’acqua la teniamo sul fornello da settant’anni. Adesso però bisogna accogliere il neofita con la benevolenza che si deve agli allievi tardivi, e con la generosità di un consiglio che deriva dalla nostra esperienza di italiani: Cchiù pilu pe’ tutti, presidente, e non ci pensi più.
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Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.
