Esteri
Donetsk blindato •
La controffensiva silenziosa di Kyiv attorno a Lyman non è poca cosa
Putin colpisce le città, attacca i centri commerciali ma i suoi soldati sul fronte vanno lenti e a volte all’indietro

Un centro commerciale è un punto della città in cui un drone troverà sempre delle persone da ammazzare, soprattutto in posti vicini al fronte, dove magari i negozi hanno chiuso ma i centri commerciali sono diventati attività nevralgiche. Anche in guerra attirano persone, anche vicino al fronte capita siano aperti e la Russia ha aumentato la frequenza con cui li colpisce. Nella sola giornata di ieri, sono stati attaccati un centro commerciale a Sumy e uno a Pavlohrad, nella regione di Dnipropetrovsk. Nel primo caso, era notte, nel secondo era pomeriggio e il numero di morti e feriti non ha fatto altro che crescere per tutta la serata.
Anche città più lontane dal fronte rispetto a Sumy e a Pavlohrad, convivono con la stessa paura, i segnali che Mosca ha scelto di colpire ovunque con forza e insistenza li percepiscono tutti, dall’est all’ovest del paese. Per mesi, in una città come Kyiv, andare a dormire portava a porsi una domanda: suoneranno le sirene questa notte? Di solito, quando Mosca prepara un grande attacco missilistico, le avvisaglie si hanno in anticipo grazie agli spostamenti dei lanciatori che l’intelligence ucraina è in grado di seguire, quando si tratta di qualcosa in scala ridotta, magari soltanto droni, semplicemente si spegne la luce e ci si addormenta nell’attesa. Ormai il suono della sirena, che prima rompeva il silenzio delle notti, copre anche il rumore del traffico quotidiano, con allerte che durano ore, che non hanno confini temporali, che portano gli ucraini a confrontarsi con il dilemma se interrompere quello che stanno facendo per andare a rifugiarsi o affrontare il rischio. L’arrivo dei droni a reazione, più veloci e più potenti rispetto agli Shahed già pesantemente modificati, ha allungato le retrovie: tutto il paese è ormai una retrovia. I droni a reazione, che per tutta l’estate sono stati il tormento di Odessa, adesso arrivano ovunque, probabilmente uno è riuscito ad arrivare fino in Moldavia per attentare mercoledì al viaggio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, diretto in Norvegia.
Tutto ciò che accade in città fa rumore perché blocca il continuo svolgersi delle attività quotidiane, perché ha a che fare con la vita e con la morte dei civili e non dei soldati, ma se le città non hanno requie è anche perché il fronte è pressoché fermo. Mosca non avanza se non di pochi chilometri al giorno a un ritmo che non è una conquista ma è un trascinarsi logorante per le distese ucraine. In alcuni tratti del fronte, l’esercito del Cremlino non soltanto non avanza, ma arretra, ed è questa la sorpresa estiva dei movimenti di Kyiv che sono riusciti a creare le condizioni per una controffensiva nella zona di Lyman, nella parte settentrionale dell’oblast di Donetsk.
E’ stata un’operazione militare fatta di sapienza nel combattimento e di silenzio, i soldati ucraini ci lavorano da maggio, ma nulla è uscito perché nulla doveva uscire, soprattutto nulla doveva arrivare agli occhi dei russi che sono stati colpiti in un punto in cui non ritenevano, evidentemente, di dover essere numerosi. Il 3° corpo d’armata dell’Ucraina è riuscito a tagliare l’esercito russo, liberando 200 chilometri quadrati di territorio. Si tratta di una zona molto importante, che però Mosca ha sottovalutato. Gli ucraini hanno visto le pecche delle difese russe nei tempi adeguati per sorprenderli. Questo settore del fronte è rilevante perché è la base da cui far partire ulteriori offensive dirette verso Izium e Sloviansk, una delle città-fortezza del Donetsk, che Vladimir Putin pretende perché sa quanto sono difficili da espugnare con la forza. Si tratta di un’area che la Russia era riuscita ad assicurarsi soltanto dopo due anni di combattimenti e perdite elevate. Dopo averla presa, Mosca pensava di tenerla per le future offensive, mentre concentrava le forze in altri settori del fronte. Kyiv ha visto il pertugio e ha iniziato un’operazione lenta, laboriosa, prima con i droni da ricognizione, poi con gli uomini nascosti nelle foreste. Il piano era avvolgere i russi, non far sentire loro la pressione nelle prime fasi, come fa il ragno con le vittime che cadono nella sua tela. Nessuno doveva lanciare l’allarme, tutto doveva sembrare routine, la notizia non doveva arrivare né a Valeri Gerasimov, il capo delle operazioni in Ucraina, né ai voenkory, i blogger militari che seguono i soldati russi e spesso raccontano la verità sulle condizioni del fronte quando il Cremlino non fa che ripetere “va tutto secondo i piani”.
A detta del consigliere di Putin per la politica estera, Yuri Ushakov, Mosca avrebbe proposto agli emissari di Trump uno scambio: bloccate l’Ucraina, non rifornitela più di quel poco con cui la rifornite, e noi fermeremo la guerra. Sul fronte la realtà è lenta, quella che Putin descrive come una cavalcata è uno strisciare, a volte all’indietro. Ma questo stallo non si vede, più evidente è il fumo sulle città ucraine, la crisi del gelo, l’invivibilità degli inverni, gli ucraini sfiancati, Kyiv bloccata fra le sirene: immagini forti da mettere davanti agli occhi di chi non sa certo dove si trova Lyman e salmodia la sconfitta dell’esercito ucraino contro Mosca l’indistruttibile.