La malattia senile del Vecchio continente sono le pensioni

Da Merz a Burnham, da Macron a Meloni: i governi europei sono costretti a rivedere i loro programmi sotto la pressione delle forze populiste e della demografia

9 SET 26
Ultimo aggiornamento: 06:45
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Le classi dirigenti europee sono consapevoli che il Vecchio continente è il malato del mondo e si trova di fronte a tre sfide esistenziali: l’innovazione tecnologica, per rendere l’economia competitiva con Stati Uniti e Cina in settori di frontiera come l’AI e per uscire dalla trappola dell’industria mid-tech; la transizione energetica, per avere maggiore autonomia e ridurre i costi per famiglie e imprese; la sicurezza, per potersi difendere da minacce esterne, come la Russia, in un mondo più ostile e dove la protezione di Washington non è più garantita. Il problema, però, è che nell’agenda elettorale a dominare sono altri temi come le pensioni.
In Germania, subito dopo lo scioccante trionfo dell’AfD in Sassonia-Anhalt, il ministro delle Finanze e leader dell’Spd Lars Klingbeil, junior partner del cancelliere Friedrich Merz (Cdu), ha messo in discussione le riforme del governo di grande coalizione e, in particolare, quella delle pensioni, per allentarla. Un cambiamento reso necessario dalla dinamica demografica, ma che è estremamente impopolare soprattutto con altre elezioni alle porte (Berlino e Meclemburgo-Pomerania il 20 settembre).
Lo scenario è ancora più complicato in Francia, dove la presidenza di Emmanuel Macron ha perso gran parte del suo capitale politico sulla riforma delle pensioni, fallendo. La legge, approvata nel 2023, è stata infatti congelata fino al 2028, e tutti i candidati alla presidenza promettono di abolirla, se non addirittura di fare una controriforma per abbassare l’età pensionabile a 60 anni: da Marine Le Pen all’estrema destra a Jean-Luc Mélenchon all’estrema sinistra, passando per sfumature diverse della stessa tinta per i candidati più moderati. Tutto questo, nel contesto di un paese come la Francia in crisi fiscale, con un deficit superiore al 5 per cento e in aumento.
Problemi analoghi ce li ha nel Regno Unito il nuovo governo laburista di Andy Burnham, che è arrivato a Downing Street con la promessa di allargare il welfare state. Ma anche Londra ha problemi fiscali e di aumento del costo del debito. Burnham potrebbe trovare risorse smontando il triple lock, il generoso sistema di indicizzazione delle pensioni che rivaluta gli assegni in base al più alto di tre parametri: tasso di crescita dei salari, inflazione o il 2,5 per cento. Un meccanismo che gonfia la spesa previdenziale e che è costato molto di più di quanto era stato stimato alla sua introduzione nel 2011. Ma, ancora una volta, il problema per Burnham è che toccare il triple lock porterebbe consensi a Reform di Nigel Farage. In Italia, infine, il paese con la più alta spesa pensionistica, il governo Meloni – per arginare l’avanzata di Vannacci – sta già pensando a interventi sulle pensioni nella prossima legge di Bilancio, ad esempio bloccando l’adeguamento dell’età di uscita alla speranza di vita come chiede Matteo Salvini.
L’Europa sta così per essere schiacciata dalla sua dinamica demografica, che da un lato accresce il peso di una spesa pensionistica insostenibile e dall’altro aumenta il numero delle coorti più anziane, rafforzando il potere politico di chi si oppone alle correzioni del sistema. In un Vecchio continente che invecchia l’orizzonte si accorcia e le sfide che riguardano il futuro, spesso, si fermano all’età pensionabile.