Anche l’arte deve fare i conti con la visione di Trump

Il dipinto di Kehinde Wiley è stato rimosso da un’ambasciata americana: “Serve più patriottismo”. L'artista ha realizzato anche il ritratto ufficiale di Obama 
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Foto ANSA

C’è un dipinto che fino a poche settimane fa era appeso nell’ambasciata degli Stati Uniti a Santo Domingo, si intitola Young Artists After Siamesas 1960 e raffigura quattro giovani dominicani. Kehinde Wiley lo realizzò nell’ambito di Art in Embassies, il programma attraverso il quale il dipartimento di stato utilizza l’arte come strumento di diplomazia culturale. Commissionata con denaro pubblico nel 2013, l’opera appartiene dunque allo stato americano. Dopo essere stata coperta con una bandiera degli Stati Uniti, l’opera è stata ora rimossa. La nuova ambasciatrice americana nella Repubblica Dominicana, Leah Campos, nominata da Donald Trump, ha spiegato la decisione come parte di un cambiamento più generale. Le ambasciate non dovrebbero più promuovere ideologie “globaliste e woke” ma riflettere “il patriottismo americano e la bellezza del nostro grande paese”, ha scritto l’ambasciatrice in un post su Instagram, in cui si vedeva l’opera sostituita da un’immagine della bandiera americana. Il post era accompagnato dalla canzone “We’re Not Gonna Take It” dei Twisted Sister. Erin Scavino, direttrice di Art in Embassies, aveva precedentemente definito il dipinto di Wiley “very woke” e “aesthetically terrifying”. Probabilmente per Scavino le due cose sono direttamente legate. Ora, il New York Times riporta che il dipartimento di stato sta verificando la possibilità di venderlo. E’ quest’ultima eventualità a trasformare una controversia sull’opportunità di esporre un quadro in una questione assai più interessante.
Ogni governo ha il diritto, e il dovere, di scegliere il modo in cui vuole rappresentarsi, può cambiare gli arredi di un’ambasciata, scegliere determinati artisti, modificare la politica culturale (a tal proposito ci sarebbe da aprire una lunga parentesi sulle nostre ambasciate e le opere che le arredano). Ma una collezione pubblica non coincide con il governo che temporaneamente la amministra, altrimenti a ogni alternanza politica dovrebbe corrispondere un nuovo museo. Vendere l’opera significa intervenire permanentemente sulla memoria dell’istituzione. Esiste una differenza tra avere una politica culturale e possedere politicamente la cultura. La domanda posta dal caso Wiley è quindi semplice: a chi appartiene una collezione pubblica? Allo stato o a chi, in quel momento, governa lo stato?
Il fatto che al centro di questa vicenda ci sia Kehinde Wiley rende il caso particolarmente eloquente. Pochi anni fa Wiley occupava una posizione quasi opposta nell’immaginario istituzionale americano. Nel 2015 il dipartimento di stato gli conferì la “Medal of Art” per il suo contributo proprio ad Art in Embassies. Tre anni dopo Barack Obama lo scelse per realizzare il proprio ritratto destinato alla National Portrait Gallery di Washington, facendo di Wiley il primo artista afroamericano a ricevere l’incarico per il ritratto ufficiale di un presidente. Anche quella scelta rompeva una tradizione. Wiley aveva costruito la propria ricerca appropriandosi dei codici della grande ritrattistica occidentale, la posa aristocratica, la monumentalità, i simboli del potere. Ma al posto di re, generali e nobili inseriva giovani afroamericani incontrati nelle strade. Nel suo ritratto, Obama non appare accanto a una bandiera o davanti a una scrivania. E’ seduto su una sedia davanti a una vegetazione fitta che sembra quasi avanzare verso di lui. Il ritratto mantiene la frontalità e la dignità dell’immagine ufficiale ma ne altera il vocabolario. Scegliere Wiley non significava soltanto affidare il ritratto del primo presidente afroamericano a un artista afroamericano. Indicava qualcosa di più interessante, cioè la disponibilità dell’istituzione a lasciare che l’arte contemporanea ne modificasse il modo in cui essa stessa veniva rappresentata, facendo di fatto entrare l’arte contemporanea nella tradizione. Otto anni dopo, lo stesso artista viene considerato incompatibile con l’immagine dell’America che un’altra amministrazione intende proiettare. Non è cambiato Wiley ma è cambiata l’America che lo guarda.