Esteri
l'intervista •
L’Ispi vuole vedere oltre i fatti, dice la presidente Zappia. Giugliano alla guida del nuovo corso
“Di fronte alle crisi geopolitiche e ai populisti, gli enti di ricerca hanno un ruolo divulgativo sempre più fondamentale”, dice la presidente dell’istituto milanese, che ha scelto il giornalista come nuovo direttore. La sfida della comunicazione e l'importanza dei dati

Anticipare gli scenari, oltre all’analisi dei fatti. È questa la sfida intrapresa dal nuovo corso dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), alla cui direzione ci sarà il giornalista Ferdinando Giugliano a partire dal prossimo 15 settembre. “Era da un po’ di tempo che mancava questa figura professionale, in grado di fare attività di coordinamento giorno per giorno”, spiega al Foglio Mariangela Zappia, presidente dell’Ispi e già ambasciatrice italiana negli Stati Uniti. “Cercavo un economista, qualcuno con un buon senso della comunicazione e pronto a proseguire il nostro lavoro da osservatorio del rischio. Questo è il passo ulteriore che l’Ispi deve fare: guidare, per quanto possibile, oltre ad approfondire. Soprattutto in questo momento di forte complessità geopolitica, in cui la capacità di trasmettere all’esterno i contenuti delle nostre ricerche diventa fondamentale”.
Giugliano è un profilo di comprovata esperienza. Ha lavorato per Repubblica, Bloomberg e il Financial Times, per poi diventare il portavoce della presidenza del Consiglio durante il governo Draghi (2021-2022). In seguito è diventato responsabile delle relazioni istituzionali presso UniCredit. “Io e Ferdinando veniamo da percorsi molto diversi, che si compenetrano bene all’interno di una macchina che funziona”, continua Zappia. “Serviva soltanto fissare i passi successivi: più geoeconomia, più comprensione dei rischi, più reattività nell’intercettare le soluzioni rispetto a problemi articolati”. Il fattore Trump, la nuova ascesa degli estremismi, la questione ucraina. “Gli ultimi avvenimenti a Kyiv rappresentano bene dove e come possiamo incidere da ente di ricerca. Qualcosa dall’Ucraina uscirà per forza: Putin non potrà cedere su alcuni aspetti che hanno scatenato questo conflitto, è prigioniero della sua stessa politica; al contempo Zelensky è in sofferenza per il cedimento americano e se in Europa si vengono a creare equilibri diversi da quelli attuali aumenterà ulteriormente la pressione sul paese invaso. Quello che potrebbe succedere è finire in una sorta di congelamento in stile Coree, se non addirittura verso alcuni cedimenti territoriali in cambio di elementi ancora da chiarire. In quanto Ispi abbiamo il compito di tracciare e comunicare con chiarezza questi scenari. Dobbiamo osare di più nell’immaginare cosa potrebbe succedere: vale anche per il medio oriente, anche se lì il grado di complessità interna è ancora più elevato. Siamo il think tank italiano più importante, con una grossa reputazione internazionale da rafforzare ulteriormente”.
L’Ispi dunque può fare anche da sentinella nei confronti dell’opinione pubblica? “Il ruolo di questi istituti di ricerca, questo terzo settore, è proprio fornire gli strumenti necessari”, spiega la presidente. “Se l’Ispi riuscisse costantemente a demistificare i temi populisti della destra e della sinistra – dall’immigrazione alle crisi economiche – contrapponendovi la verità dei fatti, senza partigianerie, sarebbe un’opera utile contro la crescente disinformazione di questi tempi”. Il problema è che ormai i dati stessi vengono sempre più delegittimati, visti con diffidenza: per una cospicua fetta di popolazione conta soprattutto rinforzare le proprie credenze pregresse. “Ed è qui che si gioca la sfida della comunicazione: dobbiamo trovare il modo di far arrivare in modo più diretto la realtà delle cose. È vero, i dati si possono manipolare. Ma sono i dati stessi che ci spiegano come va il mondo: noi dobbiamo esporli in maniera per quanto possibile neutra, pur mantenendo la nostra fermezza nei confronti delle distorsioni della politica populista”.
Secondo Zappia, in questo senso in Italia abbiamo anticorpi più efficaci rispetto all’America. “Una realtà che conosco molto bene: almeno da noi c’è un’informazione mainstream ancora incisiva e che funziona – pur con tutti i suoi difetti –, mentre negli Stati Uniti ognuno ormai guarda al proprio podcast, alla propria cellula di manipolazione di una realtà sempre più frammentata. La gente è stufa, aumenta il rischio della polarizzazione. Dunque oggi i centri di ricerca come l’Ispi sono chiamati a farsi sentire per analizzare con oggettività ciò che succede attorno a noi. Non possiamo lasciare questa partita agli altri”.