Le strane coincidenze degli scoop sulle armi chimiche in Sudan

Prima del voto sull'allargamento dell'embargo alle armi all'Onu, dopo i leak del rapporto del Gruppo sugli esperti, due settimane prima del discorso di Burhan a New York e, soprattutto, la stessa fonte

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Secondo due inchieste giornalistiche di sabato scorso sul New York Times e sul Washington Post, le Forze armate sudanesi avrebbero creato un arsenale di armi chimiche testandole per sei mesi nel 2024. L’arsenale sarebbe stato sviluppato a partire da forniture di cloro inizialmente consegnato per depurare l’acqua ma poi impiegato per scopi bellici e in violazione delle convenzioni internazionali. Le inchieste sono distinte fra loro, ma per una strana coincidenza sono state pubblicate lo stesso giorno, il 5 settembre. Per un’altra strana coincidenza, anche la fonte delle foto, dei video e dei documenti messi a disposizione dei giornalisti americani è, per stessa ammissione delle due testate, la stessa: “un servizio di intelligence mediorientale”, che secondo gli osservatori può condurre solamente a due alternative: agli Emirati Arabi Uniti oppure a Israele. In quella che verosimilmente è solo un’altra coincidenza, le due inchieste arrivano a tre giorni dal voto decisivo di giovedì, quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sarà chiamato a votare una controversa proposta americana che estende l’embargo alle armi a tutto il Sudan – quindi anche alle Forze armate di Khartoum – e non solo al Darfur. E ancora: a fine settembre, il presidente del Consiglio di transizione sudanese, Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, ora accusato di testare armi chimiche, è atteso a New York per rivolgersi all’81esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, con un discorso che avrebbe rappresentato un atto di accusa formale contro gli Emirati Arabi Uniti, i principali sostenitori dei ribelli delle Rapid Support Forces (Rsf), giudicate dall’Onu responsabili di genocidio nel Nord del Darfur. Infine, ultima delle coincidenze, gli scoop seguono di appena un paio di giorni alcuni leak del rapporto del Gruppo di esperti dell’Onu per il Sudan – un team imparziale – che ha formulato gravi accuse a carico degli Emirati Arabi Uniti, con prove documentate sulle violazioni dell’embargo per sostenere le Rsf.
Gli scoop sono di giornalisti rinomati – fra cui i premi Pulitzer Declan Walsh e Ronen Bergman – ma le critiche sulla bontà del materiale pubblicato sono state molte, alcune anche fattuali. Tra queste, c’è una foto che mostra delle bombe al cloro messe in fila in un magazzino con una costruzione sullo sfondo. Si tratta di un edificio particolare denominato barjeel, una torre del vento, dall’architettura facilmente riconoscibile e ideata per permettere una più facile areazione degli spazi interni. Il dettaglio è importante perché i barjeel – sostengono i detrattori delle inchieste – sono strutture tipiche dei paesi del Golfo e sono inesistenti in Sudan. Uno dei paesi in cui invece queste torri del vento sono più diffuse sono proprio gli Emirati Arabi Uniti.
Cameron Hudson, analista ed ex inviato speciale della Casa Bianca in Sudan, ha notato su X un’altra anomalia a proposito delle presunte responsabilità delle forze di Khartoum: il fatto che finora non ci siano prove che qualcuno sia stato ucciso in attacchi chimici in Sudan. L’idea che queste armi non convenzionali “siano state usate contro le Rsf, ma che le Rsf non abbiano mai rivendicato alcuna vittima” causata da bombe al cloro “richiede ulteriori indagini. Rifiutare di far entrare gli ispettori Onu crea più speculazioni di colpevolezza”. In sostanza, entrambi gli scoop giornalistici fanno acqua da molte parti, ma bollarle come non attendibili senza inviare prima un team di indagini indipendente potrebbe essere controproducente per Burhan, la cui immagine è uscita fortemente macchiata a sole due settimane dal suo discorso di New York.
Le accuse arrivano mentre l’avanzata delle Rsf vive una fase di difficoltà che Dagalo sta tentando di sbloccare muovendosi su due fronti. Il primo conduce a Israele, perché secondo le ultime rivelazioni di Africa Intelligence, il leader delle Rsf e alcuni suoi collaboratori tra maggio 2025 e febbraio 2026 si sono recati due volte a Tel Aviv per concordare una “fornitura di tecnologia militare e di sorveglianza israeliana”. Poi ci sono gli Emirati, che oltre ad alimentare il ponte aereo a vantaggio delle Rsf attraverso Libia, Ciad ed Etiopia si sono attivati anche con canali non convenzionali per contrastare l’offensiva diplomatica delle Nazioni Unite. Prima hanno fatto lobbying a New York per tentare di edulcorare e ritardare la pubblicazione del rapporto del Gruppo di esperti dell’Onu. Poi, una volta usciti i leak, hanno diffuso una nota per ribadire che non sono coinvolti nella guerra in Sudan. Nel mezzo, resta la più grande crisi umanitaria del mondo: 14 milioni di sfollati, 25 milioni di persone a rischio carestia e un numero indefinito di morti, che si aggira attorno alle centinaia di migliaia.