Esteri
La battaglia di Vienna •
L’Austria vuole “vietare l’islam politico” (e la sinistra ci sta)
“Uno stato governato dal diritto, una democrazia, deve difendersi quando una religione viene strumentalizzata per attaccare questo stato e questa democrazia”, ha detto il segretario di stato austriaco
4 SET 26

Il cancelliere austriaco Christian Stocker (foto Epa via Ansa)
“Quando la religione viene usata politicamente, dobbiamo contrastarla con la massima severità. Un’interpretazione politica dell’islam è incompatibile con la democrazia e con i valori occidentali. Dico chiaramente: sono favorevole all’introduzione di un divieto costituzionale dell’islam politico”. Così parla il cancelliere austriaco, Christian Stocker, in un’intervista al quotidiano Heute. La proposta del Partito Popolare austriaco di “vietare l’islam politico” è accolta con favore dai suoi partner di governo a Vienna. Dopo i liberali di Neos, i socialdemocratici di Spö si dicono pronti a votare la legge. (Meotti segue a pagina tre)
Il Segretario di stato austriaco, Jörg Leichtfried, appartenente alla sinistra, ha dichiarato che una democrazia deve difendersi dagli attacchi. “Uno stato governato dal diritto, una democrazia, deve difendersi quando una religione viene strumentalizzata per attaccare questo stato e questa democrazia”, ha affermato Leichtfried.
La ministra dell’Integrazione, Claudia Bauer, ha annunciato che presenterà ai suoi partner di coalizione una prima bozza per un “divieto costituzionale dell’islam politico”. Bauer ha anche dichiarato che il governo combatterà “l’islam politico e le sue organizzazioni in Austria e in Europa con tutti i mezzi”, definendolo “il più grande pericolo del nostro tempo”. Non è un’improvvisazione. L’Austria ha già agito.
Nel 2018, Vienna espulse sessanta imam legati a Erdogan e chiuse numerose moschee. Nel 2021, l’Austria è diventata il primo paese europeo a bandire la confraternita islamista fondata un secolo fa dall’egiziano Hassan al Banna. Slogan e letteratura dei Fratelli musulmani sono stati vietati. La loro diffusione è punibile con una multa di quattromila euro e un mese di carcere.
Una decisione che intende colpire anche la Turchia di Erdogan: in Austria i turchi controllano 58 moschee su 250. Il governo finanzia anche il Dokumentationsstelle Politische Islam di Vienna, il centro voluto per monitorare l’islam politico. Quella austriaca è una sinistra che fa parte del gruppo europeo che ha più chiara la minaccia islamista. Il ministro dell’Immigrazione danese, anch’egli membro della sinistra europea, ha annunciato il divieto della chiamata islamica alla preghiera in tutto il paese, sostenendo che alcune parti del paese sembrano “un sobborgo di Islamabad”. Morten Bodskov, ministro e dirigente dei Socialdemocratici, ha detto: “La chiamata alla preghiera non deve essere udita sopra i tetti danesi. Non ha posto in Danimarca e non si dovrebbe avere alcun dubbio se ci si trova in un sobborgo di Islamabad quando si cammina per la Danimarca”.
La sinistra scandinava e quella austriaca appartengono a quella minoranza europea che ha smesso di confondere la libertà religiosa con l’immunità ideologica. Le moschee finanziate da regimi terzi, le confraternite transnazionali, le cellule armate non sono invenzioni della destra. Sono dossier di polizia e di intelligence.
Un’operazione condotta dai servizi segreti e di intelligence austriaci a Vienna ha condotto al ritrovamento di un deposito contenente armi e ordigni esplosivi di Hamas. Appartenevano a Muhammad Naim, figlio di un alto funzionario dell’ufficio politico di Hamas a Gaza, Basem Naim, vicino a Khalil al Hayya, il leader di Hamas. Nell’ambito dell’indagine che ha svelato la responsabilità di Naim nella costruzione della cellula terroristica a Vienna sono emerse ulteriori informazioni su un incontro tenutosi in Qatar tra lui e il padre a settembre di quest’anno. La tempistica dell’incontro indica un possibile coinvolgimento della leadership di Hamas nell’avanzamento del terrorismo in Europa, concedendo autorità e approvazione agli agenti per promuovere attacchi.
Non si tratta di una minaccia mediorientale, ma di una matrice ideologica globale la cui onda d’urto è già penetrata nel tessuto sociale dell’occidente.