I democratici americani sono un po’ troppo ottimisti su midterm

Il vento soffia a loro favore, ma questo non significa cha abbiano già vinto. Per i democratici la contesa dei seggi in bilico potrebbe complicarsi anche a causa dei risultati delle primarie che hanno premiato candidati spostati molto a sinistra 

4 SET 26
Ultimo aggiornamento: 06:03
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(Foto La Presse)

A due mesi dal voto americano nelle elezioni di midterm, la narrazione prevalente è quella di un Donald Trump in crisi nei sondaggi e di un Congresso che starebbe per finire nelle mani dei democratici. La Camera, che viene completamente rinnovata, sarebbe preda facile per l’opposizione, mentre il rinnovo di un terzo del Senato può offrire alcune chance ai democratici di puntare alla maggioranza. Ma adesso che si sono concluse le primarie per scegliere i candidati e inizia la volata finale, la narrazione tradisce un po’ troppo ottimismo da parte del mondo anti Trump. Anche mettendo da parte il Senato, che sarà deciso all’ultimo voto, la domanda che inizia a circolare tra sondaggisti e analisti politici riguarda la Camera: siamo sicuri che sia davvero avviata a passare nelle mani dei democratici?
Il tema è decisivo per il futuro del paese, perché c’è una differenza enorme tra l’affrontare gli ultimi due anni dell’Amministrazione Trump e il voto per la Casa Bianca 2028 con un presidente che continua a controllare tutto il Congresso o, in alternativa, con l’esecutivo frenato e bilanciato da una o entrambe le camere di segno politico opposto. Illudersi di aver già vinto la Camera e concentrarsi sul Senato, in questo scenario, potrebbe rivelarsi una doccia fredda per i democratici. Un’analisi interessante in questo senso l’ha fatta sul Washington Post Henry Olsen, esperto di elezioni dell’Ethics and Public Policy center. Un think tank conservatore, ma non troppo simpatizzante per Trump.
Il primo elemento che rischia di trarre in inganno è il 40 per cento (o meno) di gradimento attuale di Trump. Storicamente un presidente così impopolare porta il suo partito al massacro. Nel 2018 Trump era al 45 per cento e i repubblicani lasciarono sul terreno 40 seggi. Nel 2010 Barack Obama era al 45 per cento e i democratici ne persero 63. Con Trump sotto quella soglia, la logica direbbe che il disastro per lui è già servito. Invece non è così automatico. Le grandi ondate di metà mandato si producono quando il partito al potere perde i seggi che pendevano già dall’altra parte. Nel 2018 i repubblicani difendevano 25 collegi che Hillary Clinton aveva vinto due anni prima: ne persero 22. Oggi quel serbatoio si è prosciugato. Grazie alla polarizzazione e a una tornata di ridisegno dei collegi, i repubblicani controllano solo otto seggi vinti da Kamala Harris nel 2024. Il redistricting ha spostato la mappa a destra in modo strutturale. Il 3 novembre si vota per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera, ne servono 218 per avere la maggioranza. Il seggio mediano, il duecentodiciottesimo, quello che decide il controllo dell'aula, con le mappe del 2024 era l’Arizona 1, vinto da Trump di 3,1 punti. Ora è la Virginia 1, vinta con 4,9 punti di vantaggio. Per avere la maggioranza i democratici devono conquistare quel collegio e tutti quelli che Trump ha vinto con margini inferiori.
Al momento i sondaggi dicono che i democratici possono contare su 208 seggi, i repubblicani su 207, mentre quelli in bilico sono venti. I democratici però si sono complicati la vita durante le primarie, perché spesso hanno eletto candidati spostati molto a sinistra, soprattutto quelli dell’ala socialista, che rendono più difficile contendere seggi in bilico.
Il vantaggio di 6,4 punti nei sondaggi nazionali che viene dato ai democratici nel voto di midterm sembra ampio, ma potrebbe non bastare, perché è un dato che non vede la realtà dei singoli duelli. Ci sono incumbent repubblicani difficili da sradicare. Brian Fitzpatrick tiene da dieci anni un collegio della periferia di Filadelfia che Harris ha vinto, e lo tenne persino durante l’“onda blu” del 2018. Mike Lawler siede in un distretto di New York che Joe Biden aveva vinto di dieci punti, e che ospita una delle comunità ebraiche più numerose del paese: quanti elettori ebrei tradizionalmente democratici si sposteranno, di fronte alla deriva pro Palestina di una parte del partito?
Il vento soffia dalla parte dei democratici, ma questo non significa che abbiano già vinto. Eppure i segnali che mandano sono spesso di distrazione, come se il 3 novembre fosse una partita chiusa. In questi giorni il Partito democratico si è concentrato per esempio a disegnare la mappa delle primarie del 2028, scegliendo un percorso nuovo che partirà dalla Carolina del sud e punterà poi sul Nevada, spostando solo al terzo turno il New Hampshire e spingendo ben oltre l’Iowa, cioè i due stati che tradizionalmente erano i primi. Una rivoluzione che potrebbe avere effetti significativi sulla scelta del candidato o della candidata che si batterà contro i Maga per il controllo della Casa Bianca.