“La strage di ebrei a Bondi non è antisemitismo”, assicura lo scrittore pluripremiato Flanagan

Secondo il vincitore del Booker Prize, la colpa dell'attentato in Australia, dove sono morti sedici ebrei, è della "politicizzazione del massacro da parte della lobby israeliana”
2 SET 26
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Foto LaPresse

Richard Flanagan è un pluripremiato romanziere, vincitore del Booker Prize e pubblicato in Italia dalla Nave di Teseo. Flanagan ha dichiarato a un festival a Sydney che l’attentato dell’Isis a Bondi Beach non era antisemita. “A parte la malvagità omicida dei due uomini armati, dove si trovava l’antisemitismo a Bondi in quel terribile giorno? Da nessuna parte, da nessuna parte, da nessuna parte”, ha detto Flanagan. Due uomini, ispirati dallo Stato islamico, hanno aperto il fuoco contro una festa ebraica. Sono morti sedici ebrei: rabbini, un sopravvissuto alla Shoah, una bambina di dieci anni. Il bersaglio era una celebrazione ebraica. Ma per Flanagan non è antisemitismo. La colpa, invece, è della “politicizzazione del massacro da parte della lobby israeliana”. Affermare che l’attentato terroristico sia il risultato dell’antisemitismo australiano secondo Flanagan è un “mito distruttivo costruito intorno al massacro di Bondi”. “La libertà di parola e di espressione è ora in pericolo in Australia a causa della politicizzazione e dell’uso strumentale del massacro di Bondi”, ha detto lo scrittore. Il più blasonato festival culturale australiano era stato cancellato dopo la decisione di disinvitare una importante scrittrice australiano-palestinese, decisione che ha scatenato una massiccia reazione negativa, un esodo di altri autori e la cancellazione del festival.
Randa Abdel-Fattah è stata rimossa dal festival dopo la strage a Bondi. Dall’ex premier neozelandese Jacinda Ardern alla scrittrice britannica Zadie Smith, in tanti si sono cancellati a loro volta, sebbene Abdel-Fattah avesse scritto che “i sionisti non hanno alcun diritto alla sicurezza culturale” e che “l’obiettivo è la fine di questa colonia sionista assassina” (Israele). Tra le polemiche che la riguardano c’è anche un’immagine pubblicata sui social nelle ore successive all’attacco del 7 ottobre, che raffigura una persona che si lancia con il paracadute e una bandiera palestinese. Al Nova Festival ne sanno qualcosa. Intanto a Parigi si prepara il processo all’eurodeputata della France insoumise Rima Hassan, che dovrà rispondere dell’accusa di “apologia del terrorismo”. Al centro, un post su X in cui la Hassan cita come esempio Kozo Okamoto, ex membro dell’Armata rossa giapponese e uno dei tre autori della strage compiuta per conto del Fronte popolare per la liberazione della Palestina il 30 maggio 1972 all’aeroporto israeliano di Tel Aviv: 26 morti. Il post diceva: “La resistenza non è solo un diritto, ma un dovere”.
Dopo due anni di segnalazioni e denunce su dichiarazioni ambigue e talvolta scioccanti sul terrorismo, la procura ha cambiato atteggiamento sulla prima parlamentare a essere processata per apologia del terrore. Indifendibile, ma non per l’Onu. Così una lettera, indirizzata al governo francese, e firmata da cinque relatori speciali delle Nazioni Unite, esprime “grave preoccupazione” riguardo alla Hassan. “Molestie politiche e giudiziarie per la repressione, da parte delle autorità francesi, delle voci che difendono i diritti del popolo palestinese”. Dall’Onu al ceto letterario, le stragi terroristiche in cui a morire sono gli ebrei suscitano sempre tanti distinguo e comprensione.