Esteri
La crisi del cavolo •
Dalla formaldeide fino al Tibet, in Cina il controllo dell’informazione è potere
Lo scandalo dei cavoli trattati con formaldeide riapre la ferita della sicurezza alimentare cinese e mette alla prova la fiducia dei consumatori. Mentre anche sul disastro in Tibet Pechino seleziona le informazioni da rendere pubbliche

Nei giorni scorsi il governo sudcoreano ha aumentato i controlli sul cavolo cinese importato dalla Repubblica popolare dopo che un video diventato virale in Cina ha svelato che alcuni commercianti immergevano la verdura nella formaldeide, sostanza vietata negli alimenti e cancerogena. Il timore, a Seul, riguarda soprattutto il kimchi, il piatto nazionale coreano a base di cavolo cinese, in gran parte importato. La vicenda spiega bene il rapporto di Pechino con uno dei suoi problemi più sensibili, e cioè la sicurezza alimentare, la fiducia dei cittadini nel sistema che dovrebbe garantirla e l’ossessione maniacale della leadership di Xi Jinping di controllare le informazioni su qualunque genere di crisi, altrimenti considerate segnali di fallimento o di vulnerabilità.
La sicurezza alimentare è da sempre la spina nel fianco del Partito comunista cinese. Non è un caso che la maggior parte degli scandali alimentari in Cina sia scoperta dai cinesi stessi, dai media locali: lo scandalo del cavolo alla formaldeide l’ha rivelato un blogger cinese il 22 agosto scorso, quando ha pubblicato un video girato nella contea di Kangbao, nello Hebei, nel quale si vedono i cavoli immersi nella sostanza proibita. Subito dopo le autorità locali hanno confermato che i commercianti utilizzavano formaldeide per conservare i cavoli durante il trasporto. Il caso è esploso velocemente, il quotidiano The Paper ha seguito il possibile percorso dei cavoli verso Anhui e Jiangsu, e a Suqian le autorità hanno detto di aver controllato la merce e di non aver trovato formaldeide oltre i limiti. Ma i prezzi del cavolo sono crollati lo stesso, perché all’improvviso tutti hanno smesso di comprare la verdura, sia i grossisti sia i consumatori, nel dubbio che qualcuno, nella filiera, mentisse. E’ proprio la sfiducia, più ancora della formaldeide contenuta in un singolo lotto, il problema per il Partito, perché la sicurezza alimentare è da sempre una delle sue spine nel fianco.
Nel 2008 lo scandalo del latte alla melamina provocò almeno sei morti e problemi di salute a circa 300 mila bambini. Nel 2024 fu la volta delle autocisterne utilizzate per trasportare sia prodotti chimici sia olio alimentare. Ogni volta Pechino reagisce con indagini, controlli e punizioni esemplari per mostrare il lato duro: perfino nel piano d’azione nazionale per la sicurezza alimentare 2023-2027, il Consiglio di stato definisce la sicurezza alimentare una responsabilità politica e chiede alle autorità locali di garantire che “la sicurezza alimentare sia una responsabilità condivisa e che la sicurezza del cibo sia effettivamente tutelata”. Secondo diversi osservatori, però, così facendo la leadership pone più attenzione alla gestione dello scandalo, che alle violazioni stesse, evitando che si parli di un fallimento “strutturale”. Si tratta della stessa logica con cui la leadership di Xi Jinping gestisce anche le altre crisi, controllando quali informazioni possono circolare e quale significato debbano assumere. L’altro ieri al vertice della Sco in Kirghizistan, incontrando Xi il presidente della Federazione russa Vladimir Putin ha espresso le proprie condoglianze per le vittime dell’alluvione in Tibet. Ma il riferimento è stato ignorato nel resoconto cinese del bilaterale diffuso dall’agenzia di stampa statale Xinhua, che si concentra invece sui rapporti tra i due paesi e sulla cooperazione strategica. Secondo diversi media e ong, anche sulla catastrofe che ha colpito mercoledì scorso il confine fra Tibet e Nepal, Pechino sta selezionando e diffondendo le informazioni sulla portata dei danni e delle vittime. Come se il vero veleno per Pechino non fosse la formaldeide, ma il dubbio instillato nei cittadini sul sistema che dovrebbe proteggerli, sul fatto che non sia più sufficientemente affidabile.