Sánchez non ha risolto la crisi di Ceuta ma l'ha moltiplicata

Il premier prima ha sottovalutato il problema, poi lo ha negato e ora lo rincorre. Un mese dopo l'arrivo in massa nell'enclave, la crisi da migratoria è diventata anche sociale, politica e istituzionale. Lezioni utili anche per l'Italia

1 SET 26
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“Un’altra crisi risolta da Pedro Sánchez”, commentava lo scorso 1° agosto sui social network il ministro dei Trasporti spagnolo Óscar Puente. Era il giorno successivo all’invasione di Ceuta, l’exclave spagnola sul continente africano, quando la grandissima parte dei 70-80 mila immigrati provenienti dal Marocco erano stati rimpatriati. Dopo un mese esatto, quella crisi non è stata risolta, ma si è moltiplicata. Da migratoria è diventata anche sanitaria, umanitaria, sociale, politica e istituzionale. Il governo spagnolo ha sottovalutato dall’inizio una situazione molto pericolosa, che aveva un precedente nella crisi migratoria del 2021 usata come arma di pressione politica dal Marocco, e l’ha gestita peggio dopo. Due giorni fa, il presidente della città autonoma di Ceuta, Juan Jesús Vivas, ha detto di aver avvisato Madrid lunedì 27 luglio dell’aumento degli arrivi e di aver ricevuto rassicurazioni dalla Moncloa, di aver chiesto il martedì al governo lo stato d’allarme per sentirsi dire il mercoledì che non c’erano i presupposti: “Il giovedì è arrivata la avalancha”. La valanga. Il governo, con il ministro dell’Interno Marlaska, ha parlato di un “attacco all’integrità territoriale della Spagna” ma anche dopo è stato passivo. Pensando che in pochi giorni tutto si risolvesse grazie alla “ottima collaborazione” con il Marocco. E invece la crisi si è incancrenita, per la permanenza di 5-7 mila immigrati, molti dei quali minori, nella città. Sánchez ha negato il problema, probabilmente per non seguire l’agenda della destra anti immigrazione. E così si è trovato a doverla inseguire. Ad approvare, in ritardo, tutte o quasi le misure che la destra chiedeva. Rientrato dopo una ventina di giorni di vacanza alle Canarie, durante i quali a Ceuta sono esplose le tensioni sociali tra i cittadini esasperati e gli immigranti vagabondi o accampati nella spiaggia, Sánchez ha convocato il Consiglio di Sicurezza nazionale e ha dichiarato, per la prima volta nella storia della Spagna, lo stato di “Interesse per la sicurezza nazionale”. Il governo ha poi presentato una riforma che restringe le leggi sull’immigrazione, mentre il ministro della Salute ha poi inviato 45 mila vaccini per prevenire una crisi sanitaria.
La Procura generale spagnola ha registrato 23 aggressioni sessuali durante la crisi a Ceuta, di cui nove nei confronti di minori. Gli scontri tra residenti e migranti sono all’ordine del giorno, con raid contro gli accampamenti nelle strade o sulle spiagge da e aggressioni nei confronti dei mezzi dell’esercito. “Ceuta, città rotta”, titolava domenica il quotidiano progressista El País parlando di “paura, sensazione di abbandono e assenza di soluzioni” in una cittadina ormai “sull’orlo dell’esplosione”.
Dopo aver rifiutato per due volte, allo scoppio della crisi e a metà agosto, l’offerta di aiuto dell’Europa attraverso Frontex (l’agenzia che controlla le frontiere), sabato Madrid ha scritto alla Commissione per ottenere il supporto di Frontex. Nel frattempo la ministra della Difesa Robles e quello dell’Interno Marlaska si sono scontrati fornendo due versioni opposte sull’esistenza di un’informativa dei servizi segreti che aveva avvisato sul rischio di una crisi migratoria.
Ieri Sánchez ha rilasciato una lunga intervista sulla crisi in cui ha difeso su tutta la linea l’operato del governo, senza l’ombra di un’autocritica, fornendo versioni dell’accaduto a tratti surreali. Ad esempio sulle versioni contrapposte tra Robles e Marlaska ha detto che sono “compatibili”, perché i rapporti dell’intelligence ci sono stati (come dice la Difesa) ma senza prevedere ciò che è accaduto (come dice l’Interno). Sulle polemiche per la lunga villeggiatura a Lanzarote durante la crisi, Sánchez ha rivendicato il diritto alle vacanze: “Ho lavorato e mi sono riposato. E’ un mio diritto”.
Anche sulle responsabilità della crisi, la versione di Sánchez appare falsa o quantomeno incompleta. Il primo ministro spagnolo accusa “organizzazioni criminali” e la diffusione di notizie false sui social network da parte di “reti” russe e israeliane. Ma non compare il Marocco, che secondo tutti gli osservatori ha favorito l’invasione o quantomeno non ha fatto nulla per impedirla. Rabat non poteva non sapere né rendersi conto. E invece per Sánchez le autorità marocchine, che rivendicano Ceuta e Melilla, sono state impeccabili per la loro “collaborazione”. Se c’è l’operato di un governo che il premier socialista difende più del proprio è quello del Marocco. E se c’è un re che attacca non è Muhammad VI del Marocco ma Felipe VI di Spagna: “In 20 anni, quante volte il Re è andato a Ceuta e a Melilla?”, ha detto con una punta di veleno. Peccato che il figlio di Juan Carlos stia sul trono spagnolo da 12 anni e che per andare a Ceuta necessiti dell’autorizzazione della Moncloa (che finora non ha voluto).
La versione di Sánchez non ha convinto nessuno. Neppure i suoi alleati della sinistra radicale, che gli chiedono di “superare la sua sindrome di Stoccolma con il re del Marocco”. Figurarsi gli elettori. Secondo un sondaggio di ieri del Mundo, quasi due terzi degli spagnoli definiscono negativa la gestione della crisi di Ceuta: nelle intenzioni di voto i moderati del Pp e la destra di Vox hanno un’ampia maggioranza, mentre il Psoe e i suoi alleati di sinistra perdono 2,2 milioni di voti rispetto al 2023. Per Pedro Sánchez sarà difficile risolvere questa crisi d’immagine e di consensi prima delle elezioni del 2027.
Luciano Capone