Esteri
che ci facciamo a niamey •
Prima i jhadisti (due volte), ora i golpisti. Ha ancora senso restare in Niger?
Terzo attacco in un anno alla Base 101 di Niamey. Russi e algerini combattono per ragioni economiche. L'Italia lo fa per la sicurezza. Che però va a rotoli ovunque nel paese
1 SET 26

La visita del generale Figliuolo alla missione Misin a Niamey nel 2024 (foto: ministero della Difesa)
Il tentato colpo di stato che sabato ha fatto credere a un’imminente caduta della giunta militare in Niger è lungi dal considerarsi un episodio chiuso. La frattura che si è aperta in seno alle Forze armate rischia di essere un favore fatto ai terroristi di al Qaida e dell’Isis che nel nord Tillabéri e a ridosso della capitale Niamey operano in libertà attaccando civili e militari. A gennaio era stato lo Stato islamico a prendere il controllo dell’aeroporto della capitale, a giugno era stata la volta di al Qaida. Sabato è toccato ai golpisti. Lì dove è accasermato il contingente di 300 militari italiani della missione Misin.
L’ammutinamento è stato motivato dal malessere che respirano gli ufficiali nigerini più giovani, molti dei quali impegnati in prima linea contro i jihadisti. Alcune ore prima del tentato golpe, la giunta militare guidata da Abdourahamane Tchiani aveva trovato un’intesa per il rilascio di alcune decine di combattenti di al Qaida, sollevando la rabbia degli ufficiali al fronte. Per quanto fallimentare sia stata fino a oggi la campagna d’Africa dei mercenari russi in Niger contro i terroristi islamici, solo il loro intervento, avvenuto inspiegabilmente a distanza di diverse ore dall’inizio dell’ammutinamento, ha evitato che la giunta cadesse e che si permettesse ai jihadisti di approfittare del caos generale. Uno scenario che non è detto possa prefigurarsi in futuro, perché nessuno può garantire che il malessere delle truppe al fronte non possa manifestarsi di nuovo.
Insieme agli Africa Corps si è mossa anche l’Algeria, che ha inviato domenica in sostegno alla giunta nigerina quattro caccia Su-30Mka, un aereo da rifornimento Il-78 e un cargo Il-76. All’aeroporto di Niamey il premier Ali Lamine Zeine ha accolto i primi militari algerini impegnati in una missione all’estero dallo Yom Kippur del 1973. Se a distanza di oltre mezzo secolo dall’ultima volta il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha preso la decisione storica di interrompere la politica neutrale del suo paese è perché un’eventuale caduta della giunta militare in Niger avrebbe messo a repentaglio la sicurezza dell’Algeria. Dalia Ghanem, analista senior al German Marshall Fund, spiega al Foglio che la decisione di intervenire è un messaggio chiaro di Tebboune: “Quella dell’Algeria è una strategia difensiva e realista, volta a prevenire un collasso caotico e un vuoto di potere in un paese confinante con il quale Algeri condivide ben 900 chilometri di frontiere. L’Algeria ha ora una politica estera più assertiva e pragmatica e riconosce l’autorità militare di Niamey come l’unica entità attualmente in grado di esercitare il controllo territoriale”.
Preservare lo status quo in Sahel non è un interesse esclusivo dei russi. Da anni è in corso una competizione agguerrita fra il Marocco e l’Algeria per il controllo delle risorse della regione. Il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio, il Mali il terzo produttore africano di oro e il Burkina Faso possiede ingenti giacimenti di manganese. Per il Marocco, che vanta un importante settore minerario e detiene il 70 per cento delle riserve mondiali di fosfati, garantire l’accesso a questi minerali è prioritario, mentre per l’Algeria si tratta di materiali utili a diversificare la propria economia dipendente dai combustibili fossili. “Si tratta anche di preservare infrastrutture strategiche critiche, come il gasdotto trans-sahariano, e di riaffermare il ruolo dell’Algeria come punto di riferimento essenziale per la sicurezza regionale”, dice Ghanem.
Ma se per Algeri il Niger è uno snodo strategico che mette a repentaglio la sua stessa sicurezza, per l’Italia il dislocamento di un contingente armato a Niamey – l’unico occidentale dopo il ritiro di americani e francesi dalla regione – oggi presenta tanti rischi a fronte di benefici limitati. Lanciata nel 2018, la missione Misin ha come obiettivo principale l’addestramento delle Forze armate nigerine per “supportare la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio”. Il tentato golpe di sabato, l’andamento fallimentare della guerra contro i jihadisti, l’assenza di benefici particolari sul fronte del monitoraggio dei flussi migratori – i traffici di migranti fra il Sahel e il nord Africa continuano indisturbati – lasciano diverse perplessità sull’utilità della missione italiana. Quella di sabato è stata la terza volta dall’inizio dell’anno che il nostro contingente si è ritrovato al centro di un attacco alla Base 101, inglobata all’interno dell’aeroporto di Niamey e a pochi metri da dove sono alloggiati i mercenari degli Africa Corps russi. Sebbene sabato pomeriggio il ministro della Difesa Guido Crosetto abbia detto che i nostri uomini non sono stati coinvolti nei combattimenti e che “non emergono elementi che facciano ritenere il nostro personale esposto a pericoli imminenti”, qualche dubbio resta. Mentre Crosetto diffondeva il comunicato, la Base 101 era da ore nelle mani dei golpisti.