Per i progetti invernali di Mosca, serve Pechino

Il capo del Cremlino pensa soltanto alla sua guerra contro l'Ucraina e in Kirghizistan, durante l'incontro con Xi Jinping, Putin vede evaporare la sua influenza in Asia centrale 

1 SET 26
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Le richieste non cambiano: quando Vladimir Putin si chiude in un incontro con il leader cinese Xi Jinping ha sempre le stesse carte sul tavolo: il gasdotto per portare cinquanta miliardi di metri cubi di gas dalla Russia alla Cina, chiamato Sila Sibiri 2, in italiano Potere della Siberia, in inglese Power of Siberia. Il massimo che ha ottenuto è stato un accordo per arrivare all’accordo, la costituzione di gruppi di lavoro per far avanzare il progetto. Putin propone, Xi rimane sul vago e la scena si ripete ogni volta che i due si incontrano, anche ieri, a Bishkek, in Kirghizistan. 
L’incontro è stato a margine della Sco, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai che il capo del Cremlino cerca di non perdersi nonostante, ogni anno che passa, il vertice diventi la rappresentazione dei cambiamenti nel suo rapporto con Xi Jinping. Quest’anno la Sco è stata in Kirghizistan, il paese dell’Asia centrale fa parte dell’organizzazione assieme, fra altri, ai paesi che un tempo erano nell’Unione sovietica e che sono diventati lo spazio fisico in cui la Russia si è lasciata superare dalla Cina. In questo sorpasso la guerra contro l’Ucraina ha avuto un ruolo decisivo.
Ieri Putin ha incontrato a Bishkek Xi Jinping e anche il dittatore bielorusso Aljaksandr Lukashenka, leader imposto di un paese che, diversamente da quelli dell’Asia centrale, rimane ancora saldamente vicino a Mosca, tanto da essere coinvolto nell’invasione contro Kyiv. Lukashenka ha permesso che i soldati e i mezzi militari russi stazionino sul territorio bielorusso e da lì muovano i loro attacchi, ha regalato un fronte a Putin e adesso, per vedersi sollevare alcune sanzioni, si mostra disposto a scarcerare prigionieri politici su pressione degli Stati Uniti di Donald Trump. Lukashenka è rimasto legato a Putin, mentre in Asia centrale è in atto una separazione lenta da Mosca, che coincide con un’unione con Pechino dettata anche dal tentativo di non fare la fine di Minsk e non lasciarsi intrappolare nelle richieste russe contro Kyiv.
Ieri l’ospite d’onore era Xi Jinping, Putin è andato a Bishkek soprattutto per avere l’occasione di parlare con lui. Il capo del Cremlino ha un piano per l’inverno: aumentare il ritmo della guerra contro l’Ucraina, mandare sul campo un numero maggiore di uomini, almeno trecentomila nuovi soldati da mobilitare da settembre, colpire senza sosta anche di giorno le città ucraine. Per farlo ha bisogno di copertura economica: l’aumento di armi con cui attaccare devono essere prodotte e gli uomini mandati al fronte saranno sottratti alla forza lavoro. Necessita del sostegno della Cina che finora ha aiutato Mosca a eludere le sanzioni e anche a costruire delle sinergie militari. In questo contesto, il bisognoso è Putin, Xi Jinping è invece colui che continua a mostrarsi esitante di fronte all’offerta di un grande progetto infrastrutturale come il Sila Sibiri di cui il Cremlino ha una grande necessità.
Ieri a Bishkek, di fronte all’accoglienza di una parte di mondo compresa fra l’influenza russa e quella cinese che si volta sempre più verso Pechino, Putin ha visto l’effetto della sua guerra in Ucraina. I leader dell’Asia centrale stringono sempre più accordi economici ed energetici con i cinesi. Il Kirghizistan, come il Kazakistan, il Tagikistan e anche la Bielorussia, fa parte della Csto, l’Organizzazione del trattato collettivo; ospita basi militari russe sul suo territorio, ma gli affari li fa con Pechino, che è diventato il primo partner commerciale di Bishkek e la principale fonte di investimenti diretti. La Russia rimane importante, il Kirghizistan non mette in dubbio l’alleanza, ma poi si consegna economicamente alla Cina. Lo stesso avviene con il Kazakistan, guidato da un presidente, Qasym Jomart Tokaev, soprannominato “il cinese” per il mandarino fluente e per aver scelto di spostare sempre più verso Pechino gli interessi kazachi, che passano anche attraverso l’oleodotto che collega i giacimenti di Astana alle raffinerie cinesi.
All’inizio del 2026, il deputato russo Konstantin Zatulin disse che il rapporto fra Cina e Russia era simile a quello fra Unione europea e Ucraina. Secondo Zatulin, Pechino non stava facendo abbastanza per Mosca e inoltre il paragone suggeriva una relazione di dipendenza. Il dibattito si spense in fretta, ma fuori dal Cremlino l’idea che Putin abbia accettato un rapporto di sudditanza infiamma discussioni che tentano di non far rumore. E la prima sconfitta è proprio in Asia centrale.