Il problema cinese del Partito democratico in Italia

Una missione parlamentare italiana, guidata da Centinaio (Lega), arriva a Taiwan per fare diplomazia e business (tech). Unico assente il partito di Elly Schlein. Ma come fa la principale forza d'opposizione a capire la Cina se parla solo con Pechino? 

1 SET 26
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A fine giugno l'ex presidente taiwanese Tsai Ing-wen è arrivata a Roma, per la prima volta, quasi di nascosto. Nessun protocollo da visita ufficiale, solo un tour a Palazzo Madama e l’incontro con alcuni rappresentanti parlamentari: tutti, tranne quelli del Pd. E pensare che l’ex presidente di Taiwan, oggi privata cittadina, che ha trasformato l’isola in una fortezza della democrazia globale e del progressismo asiatico, era in Italia per partecipare al Global Women Leaders Summit di Hillary Clinton sul lago di Como. 
La discrezione con la quale è stata accolta non era soltanto una scelta italiana: la presenza di Tsai fuori dai confini taiwanesi è quasi sempre sufficiente a provocare le proteste formali delle ambasciate cinesi, che considerano l’ex presidente taiwanese una figura particolarmente sensibile, proprio per la sua storia politica, il suo carisma e la sua influenza. Ma negli stessi giorni di giugno era a Milano anche Lin Chia-lung, ministro degli Esteri di Taiwan, arrivato in Italia per rafforzare i rapporti industriali e commerciali. Anche lui ha incontrato rappresentanti politici locali. Anche in questo caso, nessuno del Pd. Nel quadro della diplomazia parlamentare italiana verso la Cina, questo pattern racconta qualcosa di più preciso: il Partito democratico parla volentieri con Pechino, molto meno con chi deve confrontarsi ogni giorno con le conseguenze delle politiche di Pechino. In vista delle elezioni politiche del prossimo anno, l’interrogativo che iniziano a porsi molti osservatori anche fuori dai confini nazionali è: come pensa il Pd di capire la Cina se parla quasi soltanto con la Cina? Sulla sovracapacità industriale, la coercizione economica, la repressione transnazionale, lo spionaggio e la disinformazione, le partnership internazionali e, non ultima, sulla revisione della Legge sulla mobilitazione della difesa nazionale, approvata venerdì scorso, anche le forze di centrosinistra in Europa e negli Stati Uniti sanno di dover parlare con la Cina, ma anche di dover ascoltare chi da anni è costretto a misurarsi con le conseguenze delle politiche di Pechino. In Italia però, la principale forza d’opposizione, nonostante il tema attualissimo del ruolo della Repubblica popolare nel mondo, ha scelto volontariamente un ascolto selettivo, quasi esclusivo. Secondo quanto risulta al Foglio, si tratta di una scelta politica precisa della leadership, che punta a tessere relazioni sottotraccia sempre più forti con Pechino, evitando situazioni che potrebbero irritare la Cina, e lasciando così il tema ai partiti di centrodestra.
Un’altra dimostrazione c’è stata ieri, quando è atterrata a Taiwan una delle più numerose delegazioni parlamentari italiane degli ultimi anni: dieci parlamentari di maggioranza e opposizione, guidati dal senatore leghista Gian Marco Centinaio. Oltre a tre parlamentari della Lega, nella delegazione ci sono tre parlamentari di Forza Italia, due di Italia viva, uno di Azione e uno di Noi Moderati. Nessuno del Partito democratico. E’ previsto un incontro con il presidente Lai Ching-te, ma gran parte del programma dei parlamentari è dedicato a questioni molto concrete: industria, commercio, tecnologia e anche cultura. A luglio il Parlamento italiano ha votato una garanzia di immunità dal sequestro per le opere straniere prestate temporaneamente ai musei italiani, a condizione di reciprocità – una norma fondamentale per Taiwan, perché Pechino può contestare i prestiti internazionali e rivendicarne il sequestro sulla base della pretesa sovranità cinese sull’isola. Il Partito democratico ha votato contro la legge.
Non è una novità che alcuni dei principali esponenti del Pd abbiano costruito negli anni relazioni con la Repubblica popolare, da Romano Prodi a Massimo D’Alema. Ma il fenomeno è ormai più ampio e complesso: un mese fa il deputato del Partito democratico Vinicio Peluffo ha guidato una delegazione parlamentare nella Repubblica popolare. Peluffo, presidente dell’associazione parlamentare “Amici della Cina”, ha raccontato durante la visita di aver camminato sull’isola di Nanhu, visitato il Museo commemorativo della rivoluzione e visto da vicino la Barca Rossa, il luogo simbolico della nascita del Partito comunista cinese: “Comprendere questi percorsi storici è il primo passo per costruire relazioni fondate sul rispetto reciproco”, ha detto Peluffo in un discorso pronunciato il 20 luglio scorso a Jiaxing, nella provincia dello Zhejiang, davanti a Ma Hui, vicedirettore del dipartimento internazionale del Comitato centrale del Partito comunista cinese. Ma per conoscere la Repubblica popolare cinese bisogna parlare con chi ci fa i conti tutti i giorni. E pensare che, da Alexandria Ocasio-Cortez alla vicepremier canadese Chrystia Freeland, i riferimenti politici internazionali ai quali Elly Schlein viene più spesso accostata hanno una discussione sulla Cina molto più articolata di quella del Pd.