Esteri
Il peso dell’Argentina •
Milei riforma la Banca centrale
Da candidato la voleva chiudere. Ora invece sta ricostruendo la credibilità e l'indipendenza dell'istituto per sconfiggere l'inflazione
29 AGO 26

Durante la campagna elettorale per le presidenziali, in un paese falcidiato dall’inflazione, Javier Milei diceva che il peso argentino era un “escremento” e prometteva la “dollarizzazione”, Ovvero la chiusura della Banca centrale. Il candidato libertario era diventato famoso per aver distrutto, letteralmente, in tv un modello di Banca centrale con una mazza. Ma una volta eletto presidente dell’Argentina sta facendo coerentemente il contrario: ricostruire il valore della moneta e la credibilità della Banca centrale.
Mercoledì, la Camera dei deputati ha approvato una riforma dello statuto della Banca centrale per garantirne l’indipendenza e risolvere, anche istituzionalmente, le cause dell’alta inflazione. La riforma è passata con un’ampia maggioranza – 144 voti favorevoli (le forze di governo e anche pezzi di opposizione) e 102 contrari (il peronismo e la sinistra) – e ora necessita dell’approvazione del Senato. Il cuore della riforma della Carta organica è nell’articolo 1, che stabilisce le finalità dell’istituto: “La missione primaria e fondamentale della Banca centrale della Repubblica Argentina è preservare il valore della moneta”. Si torna, quindi, a un unico obiettivo. Com’è ora per la Bce e com’era in Argentina negli anni 90.
Attualmente, invece, dopo la riforma del 2012 fatta dal peronismo kirchnerista, la Banca centrale argentina ha sei obiettivi: la stabilità monetaria, la stabilità finanziaria, l’occupazione, lo sviluppo economico e l’equità sociale. Il problema è che negli ultimi 15 anni nessuno di questi obiettivi è stato minimamente raggiunto. Anzi, l’Argentina ha attraversato un lungo periodo di alta inflazione, crisi finanziarie, lavoro precario, stagnazione economica e disuguaglianze sociali. Ma la perdita totale d’indipendenza della Banca centrale argentina si manifestò nel 2010, quando la presidente Cristina Kirchner – ora agli arresti dopo una condanna definitiva per corruzione, ma ancora leader del peronismo – cacciò il governatore Martín Redrado perché non lasciava le riserve valutarie a disposizione del governo.
Da allora, e a maggior ragione dopo al riforma dello statuto del 2012, la Banca centrale ha perso ogni autonomia. E’ diventata una succursale del governo, limitandosi a stampare moneta a volontà e vendere tutte le riserve per coprire il deficit fiscale cronico. La conseguenza, inevitabile, in assenza di una correzione fiscale, è stata l’entrata in un regime ad alta inflazione quasi fino all’iperinflazione nel 2023 (220 per cento). L’altro pezzo della riforma di Milei è il rafforzamento della figura del governatore, prevedendo una maggioranza qualificata dei due terzi di entrambe le camere per la sua rimozione, in modo da garantirne l’indipendenza. Dal 2012 al 2023, prima dell’attuale governatore Santiago Bausili, si sono succeduti 7 presidenti della Banca centrale con una durata media inferiore ai due anni. La riforma statutaria si aggiunge a un rafforzamento patrimoniale dell’istituzione, dopo la pulizia dai bilanci di tutte le passività passate al Tesoro e la massiccia accumulazione di riserve (13 miliardi di dollari finora nel 2026).
Il fatto che l’uomo che doveva distruggere la Banca centrale stia tentando di ricostruirne la credibilità, alla fine, non è una grande incoerenza per gli elettori. Nel senso che il mandato di Milei era abbattere l’inflazione e questa riforma va in quella direzione, vietando il finanziamento monetario del Tesoro. Il nuovo statuto va nel solco delle riforme attuate dagli altri paesi della regione che hanno sconfitto l’inflazione. La differenza, non di poco conto, è che in paesi come Cile, Brasile o Uruguay c’è stato un consenso politico trasversale sul tema. In Argentina no. Il peronismo ha già annunciato che se tornerà alla Casa Rosada cancellerà la riforma di Milei per riportare la Banca centrale al guinzaglio del governo. Il vero voto sull’indipendenza della Banca centrale non sarà quindi quello del Senato nei prossimi mesi, ma quello degli argentini nel 2027.