Mentre Xi allarga la rete a Bishkek, Washington non sa dove guardare

Al summit della Sco il leader cinese incontra Putin e i non allineati per costruire il confronto con l'occidente. Intanto gli Stati Uniti, impegnati tra Iran e medio oriente, dirottano armi e navi lontano dall'Indo-Pacifico, lasciando Taiwan, Corea del sud e Giappone ad aspettare

29 AGO 26
Tradotto con IA
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Il leader cinese Xi Jinping arriverà domani a Bishkek, al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), da una posizione di forza. Pechino è già il perno attorno al quale si muovono i paesi non allineati che aderiscono all’organizzazione, ma questo vertice sarà soprattutto un momento per mostrare al resto del mondo la leadership cinese. Nella capitale kirghisa sono attesi anche il presidente della Federazione russa Vladimir Putin (con cui Xi avrà un bilaterale lunedì) e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nella stessa stanza si troveranno anche il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif e quello indiano, Narendra Modi. La Sco è stata spesso descritta come una specie di accolita anti Nato, ma non è né un’alleanza militare né un blocco politico compatto, tutt’altro. E’ una piattaforma per tessere relazioni, scambiare informazioni, e costruire, insieme con paesi dagli interessi divergenti ma obiettivi simili, il confronto strategico con l’occidente.
Il summit di Bishkek arriva in un momento delicato per l’influenza americana nel mondo, ma soprattutto per la proiezione di forza degli Stati Uniti sotto l’Amministrazione Trump. Si parla sempre più spesso di un problema molto concreto, che riguarda la distribuzione degli armamenti americani tra Europa, medio oriente e Indo-Pacifico. Se l’intelligence russa ritiene che la guerra contro l’Iran abbia indebolito gli Stati Uniti, l’altro ieri il sottosegretario del Pentagono Elbridge Colby è stato ricevuto al quartier generale della Nato per consultazioni. 
Colby ha parlato della “revisione della struttura militare”, tornando sul tema della “Nato 3.0” che sia in grado di funzionare anche in caso di “crisi simultanee”, con gli alleati che assumono la responsabilità primaria della difesa convenzionale dell’Europa. Tutte queste aree di crisi simultanee, di cui sicuramente si parla anche nelle riunioni della Sco, e che potrebbero mettere a rischio la prontezza operativa americana preoccupano non solo l’Europa, ma pure l’Indo-Pacifico. In settimana Washington ha annullato un’esercitazione congiunta di sbarco anfibio con la Corea del sud, che si sarebbe dovuta tenere a settembre, parlando esplicitamente di “limitate disponibilità” delle forze americane dovute alla guerra in Iran. Molte navi da guerra americane che solitamente sono dispiegate nell’Indo-Pacifico, come forza deterrente contro le mire cinesi, sono state dirottate in medio oriente. La Corea del sud, come il Giappone, Taiwan e altri partner americani in Asia, “dipendono da Washington come principale fornitore di armi convenzionali e si trovano a dover affrontare anni di arretrati”, ha scritto qualche giorno fa il Washington Post.
I tempi si allungano anche perché le consegne previste negli ultimi mesi sono state dirottate verso gli arsenali americani, e quindi in medio oriente. Tokyo, Seul e Taipei cercano di fare da soli, ma la pressione militare cinese contro l’isola de facto indipendente e democratica che Pechino rivendica come proprio territorio è costantemente in aumento. L’altro ieri il Parlamento taiwanese ha approvato una legge da circa 7,3 miliardi di dollari in sei anni per sviluppare e acquistare sistemi a pilotaggio remoto – il punto discusso per mesi da maggioranza e opposizione a Taiwan riguardava la porzione di investimenti da dedicare alla costruzione di una propria industria autonoma. La legge stabilisce che i sistemi militari dovranno essere adatti alle diverse fasi di una possibile operazione anfibia cinese, a partire dalla sorveglianza costiera, e poi l’attacco costiero e l’aiuto di piccoli droni navali kamikaze. Ma per costruire un’industria intera ci vuole tempo, e nel frattempo il pacchetto di armi americane per Taiwan del valore di circa 14 miliardi di dollari è ancora fermo alla Casa Bianca, e sicuramente Trump non lo firmerà prima di incontrare il leader Xi Jinping il mese prossimo. All’inizio del mese Politico ha rivelato che Colby ha provato più volte a essere invitato in Cina per riattivare un dialogo ad alto livello con i funzionari di Pechino, ma non ci è riuscito. E così, mentre Xi allarga la rete cinese, Washington si trova a dover scegliere dove concentrare la propria forza, apparentemente senza coordinamento né pianificazione.