Sermoni e reliquie, Kirill aiuta Putin anche alla pompa di benzina

La casa editrice del patriarcato ha dato alle stampe un nuovo volumetto per meglio giustificare la “guerra santa” in cui Mosca è immersa da più di quattro anni e mezzo. E sulla mancanza di carburante, l’arciprete Alexander Butrin ha invitato i fedeli a coltivare la pazienza e a non lamentarsi delle autorità

28 AGO 26
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Foto ANSA

La Chiesa ortodossa russa è una struttura pienamente integrata nella verticale del potere putiniana. Il Patriarcato agisce come catalizzatore di valori morali per una comunità rimasta priva di una bussola dopo il crollo dell’Urss. Più spesso sembra, però, limitarsi a fornire una copertura spirituale alle decisioni del potere temporale, secondo quella logica di controllo e subordinazione tipica del cesaropapismo zarista. Rientra nel novero di queste decisioni anche l’invasione dell’Ucraina che, lungi dall’aver rappresentato un’occasione di ripensamento della propria subalternità, ha costituito per la Chiesa il pretesto per dare nuova linfa a una certa visione millenarista del mondo, in cui la Russia è percepita come katechon, l’unica forza sulla Terra in grado di sbarrare la strada all’Anticristo.
Non deve perciò stupire se, approssimandosi le elezioni per il rinnovo della Duma di stato, la Camera bassa del Parlamento russo, anche la Chiesa sia attivamente impegnata a sostenere una causa più volte etichettata come esistenziale per le sorti del paese: la vittoria in Ucraina. Entro tale cornice si può spiegare la recente operazione della casa editrice del patriarcato, che, a fine luglio, ha dato alle stampe un nuovo volumetto per meglio giustificare la “guerra santa” in cui Mosca è immersa da più di quattro anni e mezzo. Si intitola: “Guerra: oltre le cause e gli effetti visibili” ed è una raccolta di sermoni, discorsi, interviste del Patriarca Kirill, divise per argomenti. Il messaggio di fondo del libro è che la guerra di oggi non è che la prosecuzione di quelle di ieri, non solo della Grande Guerra patriottica (1943-1945), vero e proprio mito fondativo della Russia moderna, ma anche di quelle precedenti e successive. C’è, insomma, un filo rosso che lega tutte le imprese militari della Russia attraverso i secoli: la storia della difesa della patria corrisponde sempre alla sacra difesa della cristianità contro le forze del male, perlopiù coincidenti con l’occidente, dilaniato da individualismo, mollezza e consumismo. Anche lo sviluppo dell’arsenale atomico da parte degli scienziati di Sarov ai tempi dell’Urss – ha ricordato il Patriarca Kirill il 1 agosto, rispolverando la cosiddetta “ortodossia nucleare” – è una manifestazione della grazia e della misericordia di Dio, uno scudo a protezione della Santa Rus’. La lente attraverso cui guardare agli eventi bellici di questi ultimi anni resta quindi soltanto quella escatologica della Salvezza: anziché giudicare l’operazione militare speciale razionalmente, in termini di torti e ragioni, occorre accettarla con piena disponibilità al sacrificio e mobilitandosi per la vittoria. Chi non lo fa, non è degno di dirsi cristiano ortodosso. Ancora il 28 luglio scorso, nel giorno del battesimo dell’antica Rus' – anniversario, cioè, della conversione al Cristianesimo della Rus' di Kyiv nell’anno 988, che la Chiesa e lo stato celebrano come festa dell’identità spirituale e culturale panrussa – il Patriarca ha inveito contro quei pastori pacifisti che, anziché restare uniti in questa congiuntura storica, hanno preferito abbandonare la Chiesa.
E’ in questo quadro di mobilitazione totale delle coscienze che vanno lette anche le recenti esternazioni di alti prelati del patriarcato circa l’insofferenza nella popolazione provocata dalla mancanza di carburante in ampie parti del paese. Complici gli attacchi alle raffinerie da parte dei droni ucraini e nonostante il divieto all’export in vigore da diversi mesi, dalla fine di giugno la Russia combatte con una grave penuria di benzina e diesel: chilometriche le file ai distributori, non infrequenti gli alterchi tra gli automobilisti incolonnati. La miscela perché la rabbia sociale esploda c’è tutta, tanto che i primi tentativi di sollevazione popolare a Perm e Volgograd sono stati subito soffocati con fermi e sanzioni amministrative. La Chiesa ha rincarato la dose. L’arciprete Alexander Butrin, in una parrocchia vicino a Mosca, ha invitato i fedeli a coltivare la pazienza e a non lamentarsi delle autorità: “Ci sono persone a questo mondo che non riescono nemmeno a sopportare un poco – ha sbottato Butrin durante la predica diffusa in un video dall’emittente Sota – Non sono persone di chiesa quelle che organizzano proteste e rivendicano diritti. San Serafino di Sarov fu visto in collera solo una volta, quando incontrò un uomo che aveva alzato un dito contro lo stato”, ha tuonato il sacerdote.
Questa forte saldatura ideologica tra fede e destino militare della Russia ha, del resto, trovato la sua massima espressione visiva nella consacrazione nel 2020 della mastodontica Cattedrale delle Forze armate a Mosca, dove cupole e mosaici celebrano i santi patroni militari e la storia bellica del paese. Ma che stato e Chiesa siano votati a un’unica santa missione lo dimostra, da ultimo, anche il clamoroso ritrovamento delle spoglie di Dmitri Donskoy, principe di Mosca che nel 1380 guidò la prima grande vittoria militare contro i mongoli nella battaglia di Kulikovo. Canonizzato dalla Chiesa ortodossa nel 1988, le sue reliquie sono state scoperte il 18 agosto nella Cattedrale del Cremlino. Il rinvenimento ha provocato un’ondata di entusiasmo nei circoli governativi e religiosi, che si sono affrettati a sottolineare il “carattere provvidenziale” dell’evento, avvenuto a poche settimane dalle elezioni e nel pieno del conflitto con l’Ucraina. Le reliquie di colui che lottò per l’unificazione delle terre russe e contro l’invasione dello straniero sono state oggetto di immediata venerazione da parte del presidente Putin e una parte di esse è ora destinata a essere inviata al fronte. L’operazione – la cui tempistica è subito apparsa alquanto sospetta – mira a tutti gli effetti a rinsaldare il consenso popolare attorno all’identità nazionale in un momento in cui la popolarità del regime torna a vacillare sotto il peso delle difficoltà socio-economiche e della crescente stanchezza per la guerra di gran parte dei russi.