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L’idea americana in Sudan: embargo (e impunità) per tutti
La guerra si allarga in Ciad, dove le forze di Khartoum attaccano un convoglio delle Rsf. Gli Stati Uniti condannano il raid, ma si ostinano nel loro silenzio sul ruolo degli Emirati Arabi Uniti
28 AGO 26

La guerra in Sudan combattuta tra il governo centrale di Khartoum e le milizie sostenute dagli Emirati Arabi Uniti è ormai uscita dai confini dello stato. Il Ciad ha fatto sapere che lo scorso 20 agosto dei droni di fabbricazione turca appartenenti al governo sudanese hanno sconfinato un centinaio di chilometri nel loro territorio e distrutto un convoglio di quasi 200 pick up. Khartoum ha ammesso di avere eliminato una colonna di rifornimenti proveniente da Kufra, la base aerea nel sud della Libia che alimenta da anni la guerra delle Rapid Support Forces (Rsf) sostenute dagli Emirati. Negli ultimi tre anni, l’esistenza del ponte aereo che dal paese del Golfo arriva in Libia, in Ciad ed Etiopia per poi dirigersi in Sudan è ampiamente documentata da organizzazioni internazionali – come il Panel of Experts delle Nazioni Unite – e non governative. A ottobre dello scorso anno, quando hanno conquistato la città di El Fasher, capitale del Nord Darfur, sterminando migliaia di civili dopo un assedio durato mesi, le Rsf hanno usufruito proprio della via di approvvigionamento che passava da Kufra. Altri voli diretti da Abu Dhabi sono atterrati direttamente in Ciad, agli aeroporti di Amdjarass e N’Djamena e a quello di Bole ad Addis Abeba, in Etiopia. Per questo, il governo di Abdel Fattah al Burhan, che guida il Sudan dal colpo di stato del 2021, ritiene che colpire anche oltre le frontiere del paese le vie di rifornimento di chi si è reso colpevole di massacrare civili innocenti sia una forma di legittima difesa.
Nonostante le Nazioni Unite accusino le Rsf di perpetrare un genocidio in Darfur, mercoledì gli Stati Uniti hanno invece condannato pubblicamente le Forze armate sudanesi per il raid di agosto. “Gli Stati Uniti condannano i recenti attacchi aerei delle Forze Armate sudanesi (Saf) in Ciad. La violenza deve cessare in Sudan e altrove. Non esiste una soluzione militare a questo conflitto e non vi è alcuna giustificazione per estendere la violenza oltre i confini del Sudan”, ha scritto su X Massad Boulos, inviato della Casa Bianca in Africa. L’intervento del consuocero di Donald Trump ha suscitato la rabbia di Khartoum, che accusa la Casa Bianca di prendere apertamente le difese delle Rsf e dei loro alleati emiratini.
A peggiorare la situazione, lunedì scorso, è stata la proposta avanzata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dallo stesso Boulos per conto del governo degli Stati Uniti per modificare l’attuale sistema di embargo delle armi in Sudan, in vigore dal 2005. La nuova proposta americana prevede di allargare l’embargo dal solo Darfur all’intero paese. La filosofia di fondo è che nessuna delle due parti coinvolte nel conflitto – né le Rsf né il governo di Khartoum, riconosciuto dalla comunità internazionale – debba armarsi. Dietro a questa lettura naïf molti osservatori internazionali vedono piuttosto una chiara strategia da parte degli Stati Uniti: quella di impedire anche ai nemici delle Rsf, cioè al governo sudanese, di difendere la popolazione da eccidi come quello di El Fasher. Per Amgad Fareid Eltayeb, un attivista e analista politico sudanese, se dovesse passare la proposta americana “diminuirebbe la possibilità di difendere i civili, la responsabilità internazionale si indebolirebbe e la capacità delle Rsf di commettere violazioni dei diritti umani aumenterebbe. E così, una misura che dovrebbe monitorare le violazioni dell’embargo e punire i trasgressori si trasforma in uno strumento per ostacolare la supervisione e aumentare la capacità di chi commette violazioni di commetterle”.
Sul perché gli americani siano tanto impegnati nell’allargare l’embargo delle armi a tutto il Sudan è opinione largamente condivisa che ci sia la strenua difesa di Washington dei suoi alleati emiratini. Nonostante il ponte aereo da Abu Dhabi verso i paesi limitrofi al Sudan sia provato da immagini satellitari e tracciamenti di voli cargo, gli Stati Uniti non sono mai intervenuti per condannare il paese del Golfo, né risulta a oggi alcuna dichiarazione in cui specificamente Washington faccia riferimento diretto al coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti nella guerra in Sudan. Ieri, un drone turco che secondo il governo sudanese farebbe parte di una delle “consegne” recapitate da Abu Dhabi all’Etiopia, che sostiene le Rsf, è stato abbattuto dopo avere sconfinato nello stato del Nilo Blu, in Sudan. Nessuna dichiarazione americana è arrivata per condannare l’attacco.
Nel frattempo, si avvicina il momento della pubblicazione del rapporto degli esperti delle Nazioni Unite che dovrebbe mettere nero su bianco tutte le violazioni dell’embargo accertate finora. Pare che la lobby emiratina a New York si sia già attivata per ostacolare l’adozione del rapporto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.