La tempesta che verrà. Caos e velocità, ecco le guerre di droni, AI e Starlink

Si addensano le nubi di un nuovo conflitto apocalittico, dice Bret Stephens, ma pensarlo come prosecuzione delle guerre novecentesche è un errore
28 AGO 26
Immagine di La tempesta che verrà. Caos e velocità, ecco le guerre di droni, AI e Starlink

Foto Getty

Quella storia bergogliana della guerra mondiale a pezzi era una trovata reticente e autocontraddittoria. Se è mondiale non è a pezzi, e se è a pezzi non è mondiale. Era un po’ come la prima mandata del kit di sopravvivenza bellica per i britannici, che sembrava a molti la solita bizzarria della comunità insulare e coraggiosa ossessionata da ricordi e maestose tradizioni. Più in generale, della guerra mondiale, intesa come condizione nella quale siamo decisamente entrando, the gathering storm, la tempesta che si addensa, non sappiamo bene che cosa pensare e che cosa fare. Come sempre quando vanno bene e più che bene, in economie cicliche, i mercati finanziari possono sembrare minacciosi, la famosa bolla, ma solo fino a prova provata possono scattare preoccupazione e panico, e i mercati registrano la vitalità di un sistema interconnesso a breve e medio termine, rassicurandoci entro certi limiti, perché, come diceva Maynard Keynes, nel lungo termine siamo tutti morti. La tendenza a un modo di vedere il mondo, come si dice, apocalittico, è diffusa, ma si concentra sul clima e sulle sue conseguenze in una battaglia di sensibilità e interpretazioni che alla fine riguardano le vacanze o il prezzo delle zucchine e dei mirtilli più ancora che l’invivibilità energetica e il costo globale del pianeta.
La Cina balla, le democrazie occidentali non hanno una guida sicura, tutt’altro, e le devastanti crisi cosiddette regionali proliferano mentre è in rivoluzione, fino a un certo punto decrittata e comprensibile, tutto l’armamentario tecnologico bellico. Lo stato del mondo e dell’occidente, che fu il perno dell’equilibrio finché è durata, è pessimo. La Russia parla e straparla dell’arma fatale fine di mondo, e risulta odiosamente minacciosa sia quando la si veda forte sia quando la si consideri debole nel carnaio ucraino. Ma come si deve prendere la diagnosi di Bret Stephens, convinto che si sono radunate e stanno maturando velocemente le stesse condizioni generali che portarono, dopo l’invasione della Polonia nel 1939, al conflitto mondiale? Stephens è una persona informata, ragiona con la stessa facilità e precisione di un coltello affilato che taglia il burro, accatasta con perizia i precedenti, gli esempi, gli elementi semplici di previsione sempre più convincenti dei cosiddetti modelli di previsione, e lo fa con cura, sul New York Times, per concludere che infine ci siamo. Tutto è tenebroso mistero e allarme, dalla visita del capo della Cia a Mosca fino alle nuove regole per le scorte dettate dal governo di Londra mentre si infittiscono le minacce che ormai non riguardano più solo il fronte stretto dell’Ucraina ma un giro di compasso allargato in cui campeggiano anche altri siti militari, altri confini, e non solo nell’Europa centrale e orientale. Senza crederci senz’altro, uno non ha più voglia di voltarsi dall’altra parte. Ma è veramente complicato situarsi nella guerra che arriva pensandola come prosecuzione di quella o di quelle dell’altro secolo. Bisogna avere molta fantasia per inventarsi il reale, quando arriva. Lo sconquasso attuale ha dei tratti irriducibili allo schema storico della guerra novecentesca conosciuta, ha un altro sapore, allude ad altri pericoli, e tutto è confuso e così straordinariamente veloce. Nella nostra vecchia cultura guerra mondiale vuol dire Europa, blindati e bombe a grappolo, battaglie dell’aria guidate da piloti, mappe che si ridisegnano, masse in ordine gerarchizzato, passo dell’oca, totalitarismi forti almeno come le democrazie politiche.
E in più mitomaniaci, l’allargamento agli Stati Uniti guidati da un patrizio liberal e al Giappone imperiale e decadente è come un altro pezzo d’Europa che si aggiunge, tutto ruota intorno a Londra e Parigi e Berlino, tutto scivola sull’identità e la razza, sui miti omicidi e fanatici del Führerprinzip, sulle immense biblioteche della nazione ottocentesca e della psicologia della folla, gli ebrei sono carne da macello bimillenaria senza uno stato che li protegga, sono l’eroismo di un ghetto a Varsavia e il sacrificio degli innocenti nei treni blindati, la guerra è un immenso bianco e nero, il mondo escluso dal suo raggio è abbastanza vasto, è la tempesta d’acciaio priva della sospirata leggerezza che infine arriva, più micidiale della pesantezza, con la battaglia dei droni e l’intelligenza artificiale dispiegata e l’intelligence divenuta marziana con Starlink, altro che battaglia delle Ardenne o Coventry o il ponte delle spie.