La Corea voleva la sua isola esotica. Poi sono stati trovati quattro cadaveri

Negli ultimi dieci anni l’isola ha cambiato forma e aspetto decine di volte, portandosi dietro sempre quest’aura magica ed esotica che ha contribuito al suo successo, e forse anche al suo declino. La cronaca ora supera la fantasia

27 AGO 26
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Foto Epa via Ansa

Jeju è un’isola maledetta, dicono oggi i podcaster e gli youtuber che in Corea del sud avvelenano da anni il sistema informativo. Da secoli l’isola più esotica della Corea del sud, a circa 90 chilometri dalla costa meridionale, dominata dal monte Halla (1.950 metri, il più alto del paese) e posizionata in mezzo fra penisola coreana, Giappone e Cina, gode di una ricchissima mitologia fatta di fantasmi, sciamani e leggende sulla morte. Ma pure la politica ci ha messo del suo, nel tempo, per fare di Jeju un’isola maledetta. Solo che adesso la cultura tradizionale si mescola con la cronaca, e soprattutto con la cronaca nera, in una narrazione difficilmente controllabile con comunicati e smentite di governo. I fatti: il 15 maggio una donna di 37 anni, Jang Mi-ran, scompare. Viveva a Jeju da una decina d’anni con il compagno, e alloggiava in una struttura nell’area di Hallim, nella parte occidentale dell’isola. La sua famiglia si rivolge alla polizia, e il caso viene affidato a un agente trentacinquenne della squadra delle forze dell’ordine locali dedicata alle persone scomparse. Pochi giorni dopo, l’agente chiama la famiglia di Jang e dice di essere riuscito a parlare con la donna, che è al sicuro, e che il caso è chiuso. Due mesi dopo la prima denuncia la famiglia torna alla polizia perché la donna continua a non dare notizie di sé, qualcun altro riprende il caso in mano e scopre che l’agente aveva falsificato tutto, compresa la registrazione agli atti di una telefonata mai avvenuta con la vittima. Il corpo di Jang viene trovato lunedì scorso, a circa un chilometro da dove abitava. Due giorni prima era stato trovato anche il corpo senza vita di un’altra persona scomparsa a luglio, il cui caso era stato chiuso dallo stesso agente, con le stesse false dichiarazioni alla famiglia. Durante le ricerche di questi giorni, e in una coincidenza che ha contribuito ad alimentare la psicosi online, a Jeju vengono trovati in tutto quattro corpi di persone denunciate come scomparse, e le cui cause di morte non sono ancora state divulgate. Ma nel frattempo la vicenda è diventata nazionale e ha aperto diversi livelli di dibattito pubblico: sulle responsabilità degli agenti di polizia – il poliziotto che aveva falsificato i primi due casi è stato arrestato, altri quattro suoi superiori sono sospesi dagli incarichi –, sul sistema legale e le procedure per trattare i casi di persone scomparse, e poi, naturalmente, su Jeju.
Negli ultimi dieci anni l’isola ha cambiato forma e aspetto decine di volte – portandosi dietro sempre quest’aura magica ed esotica che ha contribuito al suo successo, e forse anche al suo declino.
Fino a un decennio fa gran parte dell’economia dell’isola si basava sul turismo cinese. I visitatori della Repubblica popolare arrivavano a milioni, favoriti dal regime speciale di ingresso senza visto, e riempivano alberghi, casinò, negozi duty free e ristoranti. Poi, nel 2016, il governo sudcoreano decise di accettare il dispiegamento del sistema antimissilistico americano Thaad. La Cina reagì con un boicottaggio economico non ufficiale ma efficace: le agenzie di viaggio smisero di organizzare viaggi di gruppo verso la Corea del sud e i turisti cinesi scomparvero quasi da un giorno all’altro, soprattutto a Jeju. Per ribilanciare le assenze, il governo di Seul reagì con la sua arma magica: la Korean wave. Serie come “Our Blues” e, soprattutto, il recente successo internazionale di “Quando la vita ti dà mandarini” (gli agrumi sono il prodotto simbolo dell’isola) hanno trasformato i paesaggi, le celebri donne subacquee haenyeo e i villaggi di Jeju in uno dei nuovi immaginari esportabili della popolarità coreana. Solo che la cronaca di questi giorni rischia di cambiare ancora una volta tutto: online circolano decine di teorie del complotto su vari serial killer coperti dalla polizia, strane storie su turisti scomparsi dai resort, furgoni bianchi dal forte odore di candeggina e riti propiziatori al tramonto. Sui media sudcoreani non si parla che di questo: se la nuova “Jeju horror story” sarà materiale per nuove sceneggiature che porteranno ancora più fortuna all’isola, o se la maledizione del paradiso sudcoreano abbia colpito ancora.