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la stretta •
Gli Stati Uniti hanno sospeso i colloqui per i visti di immigrazione in tutto il mondo
Il dipartimento di stato dice che serve a formare i funzionari consolari su come valutare i richiedenti: la decisione arriva cinque giorni dopo che un giudice federale aveva bocciato una misura simile

Un ufficio dello U.S. Citizenship and Immigration Services (USCIS) a Salt Lake City, Utah (Charles-McClintock Wilson/NurPhoto via GettyImages)
L'Amministrazione Trump ha sospeso in tutto il mondo i colloqui necessari per ottenere un visto di immigrazione negli Stati Uniti. La notizia è stata data martedì dal Financial Times e poi confermata da un portavoce del dipartimento di Stato, secondo cui all'inizio di agosto è stata avviata una "iniziativa globale di formazione" in tutte le ambasciate e i consolati statunitensi, e per farle spazio gli appuntamenti per i servizi consolari "saranno adeguati". Le persone che avevano già un colloquio fissato hanno ricevuto nei giorni scorsi una email che ne comunicava la cancellazione: verrà riprogrammato, ma non è stato detto quando.
La sospensione riguarda i cosiddetti immigrant visa, cioè i visti che portano alla green card e si ottengono dall'estero passando per un consolato: soprattutto ricongiungimenti familiari e assunzioni sponsorizzate da un datore di lavoro americano. Non risulta invece che siano stati sospesi i visti temporanei, quelli per turismo, studio o lavoro a termine. Il colloquio in consolato è però uno degli ultimi passaggi della procedura, quindi di fatto lo stop blocca le pratiche arrivate quasi in fondo.
La formazione riguarda le regole sulla public charge, l'"onere pubblico". Secondo la legge americana un richiedente può essere dichiarato inammissibile se i funzionari ritengono che, una volta negli Stati Uniti, finirà per dipendere da alcune forme di assistenza pubblica. La valutazione tiene conto dell'insieme delle circostanze: età, salute, situazione familiare, risorse economiche, istruzione e competenze. È una previsione, non un accertamento, e lascia quindi ampi margini di discrezionalità.
La decisione arriva cinque giorni dopo una sentenza federale che aveva annullato una misura analoga. A gennaio il dipartimento di stato aveva sospeso il rilascio dei visti di immigrazione ai cittadini di 75 paesi — tra cui Afghanistan, Brasile, Colombia, Egitto, Haiti, Iran, Nigeria, Russia e Somalia — sostenendo che fossero ad alto rischio di ricorrere ai sussidi. Il 21 agosto la giudice Jeannette Vargas ha stabilito che il dipartimento non aveva l'autorità per farlo: il Congresso ha affidato ai singoli funzionari consolari il compito di valutare caso per caso, mentre la direttiva del segretario di Stato Marco Rubio sostituiva quel giudizio con un esito deciso in partenza. La sentenza non ha però messo in discussione la norma sulla public charge in sé. Il dipartimento di stato non ha collegato le due cose. L'effetto pratico, però, è che l'obiettivo bocciato per via generale viene ora perseguito rendendo più severo e uniforme l'esame individuale: cioè con il metodo che la giudice ha indicato come l'unico legittimo, e molto più difficile da impugnare.
La sospensione si inserisce in una stretta più ampia sull'immigrazione regolare. Il dipartimento di stato sta valutando di revocare oltre 200mila visti per turismo o affari (B1 e B2) rilasciati tra il 2016 e il 2026 a stranieri che poi hanno chiesto asilo: sarebbe la più vasta revoca di massa di visti nella storia americana. L'Amministrazione ha inoltre proposto una tassa a sei cifre sui nuovi visti H-1B, quelli usati per i lavoratori altamente qualificati (103.265 dollari su ogni domanda).