Esteri
inviato scomodo •
Dopo la sua uscita sul Golan, pure Trump si è stancato di Barrack
L'ambasciatore americano inviato speciale in Siria è in bilico dopo le sue ultime dichiarazioni contro Israele. Nel frattempo ottiene lo scioglimento delle Sdf curde e il rafforzamento di al Sharaa
27 AGO 26

Mazloum Abdi ha annunciato martedì sera lo scioglimento delle Forze democratiche siriane (Sdf), la milizia a guida curda, un tempo alleata degli americani in Siria. Dietro all’integrazione dei combattenti curdi nelle nuove Forze armate di Damasco, un passaggio chiave per il futuro unitario della Siria e per il prestigio del presidente Ahmed al Sharaa, c’è uno dei diplomatici americani più controversi, oggi, in medio oriente. Negoziatore con Hezbollah in Libano, con al Sharaa in Siria, con Netanyahu in Israele, con al Zaidi in Iraq, agli occhi di Israele Tom Barrack porta con sé un peccato originale: quello di essere molto, troppo vicino a Recep Tayyip Erdogan. Se ne sono accorti anche i curdi negli ultimi due anni, Abdi in primis. Quando il leader delle Sdf si rifiutò di negoziare direttamente con al Sharaa il dissolvimento delle sue milizie, disse di volere parlare solo con Barrack. Un calcolo sbagliato, perché l’ambasciatore americano fu piuttosto chiaro: non avete scelta, sciogliete le Sdf e unitevi alle forze di Damasco, perché noi stiamo per andarcene e lasciarvi da soli.
Non deve essere facile vedere ogni volta un ambasciatore americano in Turchia – la carica che Barrack ricopre insieme a quella di inviato speciale in Siria – fare da arbitro a qualsiasi trattativa diplomatica che vede coinvolto Israele. Un malessere, quello dello stato ebraico, che non è mai stato nascosto o censurato e che ora viene nuovamente esternato dal governo di Netanyahu direttamente alla Casa Bianca, dove Donald Trump era considerato il vero grande sponsor di Barrack. Forse uno dei pochi a Washington.
Però la situazione del diplomatico americano si è fatta sempre più precaria, soprattutto dopo il bombardamento israeliano dello scorso 18 agosto contro la base siriana di Abu al Duhur, dove l’Idf sospettava un imminente dislocamento di forze militari turche con il placet di al Sharaa. Mentre Israele e Turchia si scambiavano messaggi al veleno su chi fra i due stesse violando di più la sovranità siriana dal sud al nord del paese, intervistato in un podcast Barrack ha criticato lo stato ebraico per il raid in Siria, accusandolo di sconfinare a sua volta nel sud del paese. Nell’attaccare Israele, l’ambasciatore americano ha però aggiunto che Tsahal “occupa ancora” le alture del Golan, in violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite e di “tutto l’ordine internazionale che ha stabilito che il Golan appartiene alla Siria”. Sebbene le dichiarazioni del diplomatico ricalcassero effettivamente la posizione della comunità internazionale e dell’Onu, contraddicevano la posizione del governo degli Stati Uniti, che nel 2019 decisero di riconoscere la sovranità israeliana sul Golan. Chi si intestò quella – contestata – mossa fu proprio Trump, colui che oggi segue pedissequamente i suggerimenti di Barrack sul dossier siriano. Qualche giorno dopo quelle parole, Barrack ha tentato di ritrattare e ha affermato che stava solo ricordando quale fosse il quadro giuridico ufficiale, non la posizione degli Stati Uniti. La reazione israeliana però è stata rabbiosa. Il ministro della Difesa Israel Katz ha detto che il commento di Barrack era stato “pieno di inesattezze e posizioni che contraddicono la posizione dello stesso presidente degli Stati Uniti Trump riguardo alle alture del Golan”.
Ieri, l’influencer trumpiana Laura Loomer ha detto che Barrack sarebbe stato richiamato a Washington per consultazioni. Non sono arrivate conferme ufficiali in proposito, ma Loomer ha parlato di una reazione piccata della Casa Bianca e del dipartimento di stato dopo le esternazioni di Barrack sul Golan. “Una fonte del dipartimento di stato mi ha detto: ‘Lo vogliamo così tanto fuori che potremmo assumere degli imballatori per fargli impacchettare i suoi effetti personali’”, ha scritto Loomer, che ha aggiunto come Barrack sia “in una situazione delicata con l’Amministrazione Trump e il dipartimento di stato americano” e che una fonte le ha confidato che “c’è la preoccupazione che Barrack non capisca o non si preoccupi di capire la politica estera del presidente”.
Quella sul Golan non è stata la prima uscita incongrua dell’ambasciatore americano a proposito di Israele. Lo scorso dicembre aveva detto pubblicamente di nutrire dubbi sul sistema democratico israeliano: “Non abbiamo mai avuto una democrazia [in medio oriente]. Io non vedo una democrazia”, aveva detto Barrack. “Israele può affermare di essere una democrazia, ma in questa regione, ciò che ha funzionato meglio, che piaccia o no, è una monarchia benevola”, aveva aggiunto riferendosi alla necessità di lasciare la Siria libera di decidere il proprio assetto istituzionale più congeniale.
Ieri, il ministro israeliano Katz, con indosso un giubbotto antiproiettili, ha voluto mandare direttamente dal monte Hermon, in pieno territorio siriano occupato dall’Idf, un altro messaggio si sfida ad al Sharaa e a chi, come Barrack, accusa lo stato ebraico di occupare il Golan: “Quando ti svegli al mattino nel tuo palazzo a Damasco, alza lo sguardo verso il monte Hermon e vedrai le Forze di difesa israeliane”. Gli ha fatto eco Hikmat al Hijri, uno dei leader spirituali dei drusi di Suwayda, la città del sud della Siria rimasta la sola a contestare l’autorità di al Sharaa e molto vicina a Israele. “Noi, in quanto drusi, siamo parte integrante dello stato di Israele – ha detto – E’ giunto il momento che qualcosa di nuovo accada nei prossimi giorni. Siamo in attesa”.