Trump e Bessent promettono di fare dell’Iran un pària economico

Mentre cresce la crisi col Canada il tesoro americano colpisce gli intermediari e le case di cambio che portano miliardi di dollari ai pasdaran. Ma il caso russo e i circuiti alternativi indicano i limiti delle sanzioni

26 AGO 26
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Mentre l’offensiva commerciale contro il Canada si sta impantanando nella rappresaglia di Ottawa – che ha annunciato da settembre dazi fino al 50 per cento su circa 700 prodotti americani, per un valore di 27,6 miliardi di dollari canadesi –, Donald Trump prosegue su un altro fronte della sua guerra economica: isolare completamente l’Iran. Con l’operazione Economic Outcast la promessa è di rendere l’Iran un “pària economico”, attraverso lo “zero leakage”, ossia chiudere ogni via di fuga finanziaria senza falle, costringendo ogni nave, banca o casa di cambio che aiuta a trasformare il greggio persiano in denaro a scegliere: o Teheran e i pasdaran, oppure gli Stati Uniti e l’accesso al sistema finanziario globale. (Mattone segue nell’inserto III)
Così la Casa Bianca ha messo sotto sanzioni una sessantina di bersagli che aiuterebbero l’Iran a vendere greggio, procurarsi tecnologie nucleari e missilistiche e condurre operazioni cyber: le petroliere della flotta ombra e le società di comodo che lo pagano; le reti che muovono i soldi fra Hong Kong, gli Emirati, il sud-est asiatico e l’Europa; e così via. Inoltre, ha stabilito che chiunque al mondo lavori con Teheran in cinque settori, dall’oro alle criptovalute fino all’aviazione, rischia di fare la stessa fine. Il Tesoro assicura di avere “mappato ogni nodo” e ha assegnato una scadenza entro cui chiudere ciascuna attività individuata. Bessent ha minacciato che chi non si adeguerà rischierà le sanzioni secondarie e quindi di perdere l’accesso al sistema finanziario americano.
La filiera che il Tesoro statunitense vuole spezzare comincia in mare. L’Iran incassa i proventi del petrolio soprattutto in yuan, dato che la Cina è il suo maggior compratore – nonostante Pechino, a causa del blocco americano, abbia ridotto di molto i suoi acquisti. Ma per utilizzare quei ricavi fuori dal circuito cinese, Teheran deve convertirne almeno una parte in valute più spendibili. Infatti il renminbi non è “liberamente convertibile”, perché è la Banca centrale cinese a gestire il cambio con una banda giornaliera, imponendo anche dei limiti al massimo dei capitali convertibili – tutto ciò, unito alla scarsa quota della valuta cinese nelle riserve globali (circa 2 per cento contro il 20 dell’euro e 57 del dollaro), rende lo yuan poco fruibile internazionalmente. Se non convertiti, quei soldi possono solo essere tenuti in banche cinesi o usati per comprare merci da Pechino. Qui entrano in gioco le case di cambio e le società-schermo individuate negli Emirati – che dovrebbero essere teoricamente fuori dai giochi, dopo che lo stato avrebbe interrotto i rapporti finanziari con l’Iran la settimana scorsa – in Turchia e a Hong Kong: prestanome che aprono nuovi conti, case di cambio che compensano i crediti (provenienti dal petrolio, per esempio) e i debiti iraniani, evitando così i canali tracciabili internazionali. Quando il circuito si stringe, però, la rete finanziaria occulta ricorre appunto all’oro, alle criptovalute o direttamente ai contanti (qui secondo il Tesoro giocherebbero un ruolo cruciale dei corrieri turchi, legati anche a Hezbollah, che sono stati sanzionati il 20 agosto).
Che la stretta possa fare male lo mostrano le misure approvate dal Congresso nel 2012 ed entrate in vigore nel febbraio 2013, che obbligarono i paesi rimasti acquirenti a lasciare i ricavi petroliferi iraniani in conti vincolati, utilizzabili essenzialmente per gli scambi bilaterali. Le esportazioni scesero infatti da circa 2,5 milioni di barili al giorno all’inizio del 2012 a 1,1 milioni all’inizio del 2015. Ma da allora sono cresciuti i circuiti alternativi e la capacità dei paesi sanzionati di adattarsi.
Il caso della Russia indica infatti i limiti della promessa americana. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina del 2022, le banche russe sanzionate hanno creato dei sistemi di compensazione che non passano per i sistemi di messaggistica bancaria come Swift né dai conti occidentali. Nel momento peggiore le commissioni sui circuiti alternativi di Mosca sono arrivate al 12 per cento, salvo poi scendere in alcuni casi. Oppure, rispetto all’export di greggio, la Kyiv School of Economics ha contato 122 petroliere russe che hanno semplicemente cambiato bandiera, nome o società di gestione. I flussi, dunque, non sono scomparsi. Sono diventati più costosi, illegali o dipendenti da pochi intermediari che operano nell’ombra. Ma se anche l’Iran troverà un modo di sostituire rapidamente ogni società finanziaria bruciata dalle sanzioni, aggirando anche quelle secondarie, l’operazione Economic Outcast potrebbe ridursi a imporre solo “una tassa all’elusione”.
Ogni stretta finanziaria, però, fa male anche a chi il regime lo subisce. Sulla carta le deroghe umanitarie dovrebbero proteggere i beni essenziali come cibo e medicinali. Ma quando la valuta scarseggia il cambio crolla, i prezzi salgono e le importazioni si fermano. E i pasdaran depredano le risorse che restano.