Strozzare la Cina per fermare l’Iran (e la Russia). Ma Trump non è pronto allo scontro con Xi

Dietro ai nemici delle democrazie c’è sempre la Cina, ma nessuno può o riesce a sanzionarla

26 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 18:44
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 La Repubblica popolare cinese è pronta alla rappresaglia contro gli Stati Uniti, nel caso in cui il D-Day annunciato da Trump, cioè le sanzioni secondarie contro chiunque faccia affari con l’Iran, colpisca anche gli interessi di Pechino. Lin Jian, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha detto ieri che il commercio con l’Iran è affar loro e che la Cina “farà tutto il necessario per salvaguardare con fermezza i propri diritti e interessi”. Secondo molti osservatori, però, prima di strangolare economicamente il regime iraniano, Trump deve capire quanto è disposto a scontrarsi con la Cina, e finora il presidente americano ha dimostrato di essere più propenso a salvaguardare gli accordi con Pechino. Soprattutto, Trump non ha nessuna intenzione di far saltare il prossimo vertice bilaterale con il leader cinese Xi Jinping, che si terrà – se tutto va bene – tra un mese, il 24 settembre, negli Stati Uniti. 


Del resto, sebbene con qualche rallentamento registrato negli ultimi mesi, la Cina resta il principale acquirente del petrolio iraniano e, proprio per questo, rappresenta il principale canale attraverso cui il regime di Teheran riesce ancora a trasformare il proprio greggio in valuta. Washington ha cercato di limitare il commercio iraniano colpendo società, navi e intermediari e imponendo nuove sanzioni anche a entità cinesi e di Hong Kong, accusate di aiutare l’Iran a procurarsi tecnologie dual use per i programmi nucleare e missilistico. Ma secondo la gran parte degli analisti, e perfino secondo alcuni osservatori cinesi, il Tesoro americano finora ha colpito operatori di secondo piano come alcune delle raffinerie indipendenti cinesi che acquistano greggio iraniano, le famose teapot. Nessuna delle grandi banche cinesi e nessuna delle grandi società energetiche del paese è stata invece inserita nelle liste nere americane, ed è un limite non casuale: colpire i giganti significherebbe trasformare la pressione su Teheran in uno scontro diretto con Pechino. Nella guerra dei dazi con Washington, la Cina per ora ha avuto la meglio dimostrando di poter toccare gli interessi strategici americani grazie alle limitazioni nell’export delle terre rare – settore su cui la Repubblica popolare detiene il quasi-monopolio. C’è quindi un buco “grande quanto la Cina” nella strategia americana contro l’Iran, ha scritto ieri Tim McDonnell su Semafor, perché per arrivare alla rottura nei rapporti commerciali fra Pechino e Teheran l’America dovrebbe imporre sanzioni “contro le banche cinesi, le imprese statali e i porti e terminali economicamente strategici”, aspettandosi poi una ritorsione. 
Se dal punto di vista commerciale l’Amministrazione Trump sta ancora cercando un equilibrio con Pechino, che foraggia e finanzia i nemici di Washington, dal punto di vista della postura militare le cose sono ben diverse. Per giustificare riduzioni e cancellazioni delle esercitazioni militari congiunte con la Corea del sud, Trump ha parlato di risparmiare i soldi dei contribuenti e di avere altre priorità militari legate alla guerra in Iran. In questi piccoli cambiamenti epocali Pechino vi legge però un segnale più ampio: “Sta emergendo una tendenza sempre più chiara”, ha detto ieri un esperto militare cinese al Global Times, il giornale della propaganda del Partito comunista cinese in lingua inglese, “l’epoca in cui gli Stati Uniti erano disposti a sostenere una parte consistente del costo della sicurezza dei propri alleati sta finendo”. La strategia di Trump potrebbe essere quella di diminuire la pressione militare sulla Corea del nord nella speranza di riaprire un canale di comunicazione con il dittatore Kim Jong Un, ma il messaggio è fraintendibile da tutti gli alleati americani nell’Asia-Pacifico, che potrebbero essere tentati di avvicinarsi di nuovo a Pechino. 
E nel frattempo, la Repubblica popolare non è soltanto il paese con cui Trump deve negoziare, ma anche il grande finanziatore e facilitatore dei sistemi ostili all’occidente, dall’Iran alla Russia passando per la Corea del nord. Ieri un incendio ha colpito l’Amur Gas Chemical Complex, un impianto ancora in costruzione nell’estremo oriente russo, nato dalla joint venture tra la russa Sibur e il gigante cinese Sinopec, destinato a diventare uno dei grandi poli mondiali della produzione di polietilene e polipropilene. Il rogo ha provocato oltre cento feriti e la morte di almeno un lavoratore cinese. Sulle cause sono in corso accertamenti e non c’è la conferma ufficiale di un’azione ucraina. Ma il punto è un altro: mentre Washington misura ogni passo per non trasformare la guerra economica contro l’Iran in uno scontro con la Cina, Kyiv continua a cercare il modo di rendere vulnerabile la base industriale della Russia. Quelle sì, sanzioni che funzionano.