Cavo Dragone: “Russia e Iran? Minacce per l’Europa. Kyiv? La pace passa dalla deterrenza”

Il disimpegno americano, l’aumento della spesa per la Difesa, il sostegno all’Ucraina, la guerra a Teheran. L’italiano più importante della Nato ci spiega la strategia per reinventare la Difesa dell’occidente. “L’Italia? Bene, ma servono altri sforzi”. Intervista


26 AGO 26
Immagine di Cavo Dragone: “Russia e Iran? Minacce per l’Europa. Kyiv? La pace passa dalla deterrenza”

Giuseppe Cavo Dragone a Bruxelles nel maggio scorso (EPA/OLIVIER MATTHYS)

Siamo noi che difendiamo il futuro dell’Ucraina o è l’Ucraina che sta difendendo anche il nostro futuro? L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone avete ormai imparato a conoscerlo e non solo per i suoi magnifici baffoni risorgimentali. Cavo Dragone è l’italiano più importante della Nato, l’Alleanza atlantica. Dal gennaio dello scorso anno è il presidente del comitato militare, in precedenza è stato capo di stato maggiore della Difesa per tre anni, nel passato è stato anche capo di stato maggiore della Marina militare e pur avendo assunto un ruolo che lo costringe a maneggiare anche l’arma delicata della diplomazia ha il merito, quando lo si chiama in causa, di non girare attorno ai concetti, di chiamare le cose con il loro nome, senza paura di far esplodere l’algoritmo del politicamente corretto, che in tempi di guerra spesso si traduce in pacifismo farlocco. Cavo Dragone ha accettato di concedere questa lunga e appassionata intervista al Foglio in un momento delicato, in un momento in cui gli alleati della Nato devono affrontare minacce esterne, dalla Russia all’Iran, e minacce interne, legate alla necessità di trovare nuovi equilibri, all’interno dell’Alleanza, a causa delle manovre di Donald Trump. Giovedì prossimo, a Bruxelles, Cavo Dragone parteciperà a una riunione convocata dal North Atlantic Council, l’organo politico decisionale più importante dell’Alleanza, riunione a cui dovrebbe partecipare Elbridge Colby, il responsabile della politica strategica del Pentagono e l’uomo che sta guidando la revisione della presenza militare americana in Europa, si parla di circa 80 mila militari. Il tema della nostra conversazione con l’ammiraglio è proprio questo: come ci si muove oggi per promuovere militarmente la pace senza correre il rischio di generare nuove guerre?
Ammiraglio, ai pacifisti che sostengono che senza le armi occidentali la guerra, sul lato est dell’Europa, sarebbe già finita, forse bisognerebbe porre una domanda controfattuale molto semplice: sarebbe finita la guerra o sarebbe finita l’Ucraina? “Fermare il massacro è un obiettivo che condivido assolutamente e che chiunque porti questa uniforme sottoscriverebbe senza esitazioni. La divergenza riguarda il metodo e la sua domanda controfattuale è quella corretta. Nel febbraio 2022, l’obiettivo dichiarato nella pianificazione russa era prendere Kyiv in tre giorni. Il sostegno militare ha consentito a uno stato aggredito di continuare a esistere e, quando verrà il momento di un negoziato, di parteciparvi disponendo di qualcosa. Le condizioni imposte a chi non ha alternative, storicamente, hanno raramente prodotto stabilità durevole o pace”. Può spiegare perché, concretamente, spendere di più in armamenti non significa desiderare una guerra ma, esattamente al contrario, ovvero ridurne la probabilità? “Parlerei di investimento più che di spesa, e di sicurezza più che di armamenti. La sicurezza è la precondizione di tutto il resto: nessuna economia cresce, nessun sistema sanitario funziona, nessuna scuola apre in un contesto che non sia sicuro. Vale la pena guardare cosa contiene concretamente l’obiettivo concordato”. 
“Un investimento in sicurezza produce risultati anche quando la minaccia rimane lontana”
“Oltre agli strumenti prettamente militari, una parte rilevante riguarda anche mobilità e infrastrutture energetiche, le reti e la cybersicurezza, le scorte sanitarie, la protezione civile. Vi è poi la componente tecnologica: intelligenza artificiale, spazio, sensoristica, sistemi autonomi. Sono ambiti che incidono sulla competitività industriale europea dei prossimi decenni e che coinvolgono università e imprese. Sul perché questo riduca la probabilità di un conflitto, la logica della deterrenza si regge su tre elementi: capacità reali, credibilità della volontà di impiegarle, chiarezza nel comunicarle. Un’aggressione si verifica quando chi la considera stima di poterla condurre rapidamente e a costo contenuto. Ogni investimento fatto in tempo di pace interviene su quella stima, e la rende meno favorevole. Ci sono anche ricadute immediate e visibili, indipendenti da qualunque scenario: le stesse infrastrutture servono nelle emergenze naturali, la stessa protezione informatica difende ospedali e banche, la stessa base industriale genera occupazione qualificata. Un investimento in sicurezza produce risultati anche quando la minaccia rimane lontana”.
Capita spesso di sentire nel dibattito pubblico, in Italia e non solo, frasi come queste: “La Nato ha provocato Putin”, oppure “armare Kyiv prolunga soltanto la guerra”, “la Russia si sta semplicemente difendendo dall’accerchiamento occidentale”. Siamo davanti a opinioni discutibili oppure a pezzi riconoscibili di un’architettura propagandistica russa?
“Ogni opinione è legittima. Dal mio canto, però, vorrei ribadire alcuni concetti. Innanzitutto, la Nato è un’Alleanza difensiva. Lo dimostrano non solo gli atti costitutivi, ma i fatti. Un’Alleanza difensiva nella quale si entra per libera scelta: ultime in ordine cronologico, Finlandia e Svezia hanno deciso di aderire liberamente dopo il 2022. Poi, parlare di accerchiamento è quantomeno inesatto, proprio da un punto di vista fattuale: anche con l’ingresso di Helsinki, i paesi Nato sfiorano solo il 10 per cento degli sterminati confini russi. Infine, non dimentichiamo un dato fondamentale: nel 2022, è la Russia che ha invaso l’Ucraina, un paese che non faceva parte dell’Alleanza, e che lotta per la proprio sovranità”.
Alcuni servizi occidentali hanno avvertito che, continuando a riarmarsi a questo ritmo, la Russia potrebbe essere in grado tra pochi anni di attaccare con successo un paese dell’Alleanza. A chi dice che è terrorismo psicologico per giustificare maggiori spese militari, Cavo Dragone cosa risponde?
“La Nato opera sulla base di valutazioni militari. Stiamo innanzitutto osservando l’evoluzione di una minaccia che, negli ultimi due anni, ha richiesto circa 700 interventi dei caccia alleati – praticamente uno al giorno – in risposta a velivoli russi che minacciavano lo spazio aereo Nato o lo violavano. A questo si aggiungono le attività ibride, cyber e di disinformazione che, come emerso anche in questi giorni, mostrano come la competizione sia già in corso sotto la soglia del conflitto aperto. Dobbiamo inoltre guardare alla Russia non isolatamente. Mosca ha adattato la propria economia alle esigenze di una guerra prolungata e beneficia di una crescente cooperazione militare, strategica ed economica con Corea del nord, Iran e Cina. Questo rende il quadro strategico più complesso e impone di evitare qualsiasi sottovalutazione. La Nato sta agendo di conseguenza nell’adattare le proprie capacità di deterrenza. La Russia deve sapere che un attacco contro il territorio alleato avrebbe conseguenze devastanti e non potrebbe avere successo. Il nostro obiettivo non è prepararci a combattere una guerra inevitabile, ma renderla evitabile attraverso una deterrenza credibile. A chi dice che è terrorismo psicologico – pertanto – ricordo come sia necessario studiare meglio i fatti e conoscere il mondo militare e operativo, evitando le solite strumentalizzazioni politiche, e cercare di evitare di farsi interprete consapevole o mezzo ingenuo di quella disinformazione di cui la Russia ha saputo dimostrare di essere evidentemente molto capace ed efficace, trovando troppo spesso terreno fertile”.
“In Ucraina una pace sostenibile è quella che lasci Kyiv sovrana e capace di reagire a nuove aggressioni”
Quando parliamo di Ucraina abbiamo quasi paura di utilizzare la parola “vittoria”. Che cosa significherebbe, militarmente e politicamente, vincere questa guerra contro la Russia? E simmetricamente: che cosa significherebbe perdere? Un’Ucraina mutilata ma sovrana sarebbe una sconfitta? Oppure la vera vittoria russa sarebbe dimostrare che nel XXI secolo modificare i confini europei con la forza alla fine paga?
“Io sarei prudente nell’applicare a questa guerra categorie come ‘vittoria’ e ‘sconfitta’ nel loro significato tradizionale. La Nato non è parte del conflitto e saranno gli ucraini a decidere quali condizioni potranno accettare per porvi fine. E’ questa capacità di scelta, non una formula imposta dall’esterno, che distingue una pace sostenibile da una semplice tregua tra due guerre. Il sostegno della Nato all’Ucraina è stato ribadito anche al vertice di Ankara e, nei giorni scorsi, in occasione del trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza ucraina. Come ha anticipato il vostro giornale nei giorni scorsi, il Comitato militare della Nato svolgerà prossimamente una sessione di lavori a Kyiv. Un punto deve essere chiaro: una pace che premiasse l’aggressione avrebbe conseguenze che andrebbero molto oltre l’Ucraina e l’Europa, perché cambierebbe il calcolo strategico di ogni attore revisionista nel sistema internazionale. Per questo, militarmente e politicamente, il risultato strategico decisivo è che la Russia non possa raggiungere attraverso la forza il proprio obiettivo di condizionare la sovranità e le scelte dell’Ucraina. Una pace che lasci un’Ucraina sovrana, libera di scegliere il proprio futuro e militarmente capace di impedire una nuova aggressione è una pace sostenibile”.
Lei qualche mese fa ha detto una cosa impressionante: abbiamo di fronte una potenza che colpisce infrastrutture civili, uccide civili, viola i confini di uno stato sovrano e deporta bambini. Siamo sicuri che sia corretto continuare a parlare di una possibile futura aggressione russa all’Europa? O, in forme ibride, quell’aggressione è già cominciata?
“Distinguerei due fenomeni, entrambi reali. Il primo riguarda il territorio degli alleati, ed è già in atto. Cavi sottomarini danneggiati nel Baltico e nel Mare del nord, sabotaggi contro logistica e reti ferroviarie, interferenze Gps che toccano l’aviazione civile, incursioni di droni nel nostro spazio aereo, campagne informative continue. Osservati nel loro insieme, questi fatti mostrano una regolarità e una direzione, e si mantengono deliberatamente al di sotto di una certa soglia. Il secondo è lo scenario di un attacco armato convenzionale contro un paese dell’Alleanza. Quello non è in corso, e il nostro compito è contribuire a far sì che non si verifichi. Sulle parole sono prudente, perché hanno conseguenze operative. Sul piano giuridico non siamo in guerra. La formula che utilizzo è questa: non siamo in guerra, ma non siamo più in una condizione di pace piena. Da tempo, oramai”.
Droni nello spazio aereo dei paesi Nato, sabotaggi, incendi sospetti, cyberattacchi, interferenze Gps, campagne di disinformazione, infrastrutture critiche prese di mira. Ma dov’è oggi il confine tra “guerra ibrida” e guerra? E chi decide quando quel confine è stato superato?
Chi decide è chiaro: il Consiglio atlantico, cioè i trentadue alleati riuniti, caso per caso. E’ una decisione politica, presa anche sulla base del consiglio militare che il Comitato militare fornisce. Dove passi esattamente il confine, invece, non è scritto da nessuna parte, e si tratta di una scelta consapevole. Se indicassimo in anticipo la linea, chiunque volesse metterci alla prova saprebbe con precisione fino a dove spingersi senza conseguenze. Nella pratica, le difficoltà sono tre. Capire chi ha agito. Riconoscere il disegno complessivo. Contenere un attacco informatico o un’incursione di droni che si sviluppa in pochi minuti, mentre una decisione a trentadue richiede tempo. Per questo abbiamo regole d’ingaggio già concordate in anticipo e una presenza permanente sul fianco orientale e nel Baltico, che consentono di reagire subito. Aggiungo che fra l’articolo 5 e l’inazione c’è uno spazio fondamentale: l’articolo 4, che consente agli alleati di consultarsi ogni volta che l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di un alleato sono minacciate. E’ stato invocato e ha funzionato. In definitiva, la risposta di fondo consiste nel rendere questo tipo di azioni meno o non convenienti: infrastrutture protette, reti con alternative di riserva, capacità di attribuzione più rapida, società più resilienti. Chi agisce in questo modo si ferma quando smette di ottenere risultati”.
“Occorre distinguere tra opinioni legittime, anche critiche, e attività riconducibili a strategie di disinformazione”
Ammiraglio, ma come si riconosce un propagandista russo? Dove passa il confine tra un’opinione legittima e la ripetizione sistematica delle narrazioni costruite dal Cremlino?
“Il punto è distinguere tra opinioni legittime, anche radicalmente critiche, e attività informative e riconducibili a strategie di disinformazione. Criticare la Nato, contestare le politiche occidentali o sostenere la necessità di negoziare con Mosca non significa essere propagandisti russi. Le nostre democrazie sono forti proprio perché si basano sullo scambio di opinioni, anche serrato. Il problema nasce con la riproduzione sistematica di un’architettura narrativa costruita per manipolare la percezione dei fatti. C’è una distinzione che trovo utile. L’opinionista parte dai fatti per arrivare a una conclusione. Il propagandista parte dalla conclusione e seleziona i fatti che gli servono. Il test consiste quindi nel chiedersi: vengono selezionati sistematicamente soltanto i fatti compatibili con una determinata narrativa? Vengono ignorati o distorti quelli che la contraddicono? Esiste anche il rischio di diventare, senza volerlo, amplificatori inconsapevoli di una narrativa costruita da altri. Il vero antidoto è aumentare la capacità delle nostre società, a cominciare dagli organi di informazione, di distinguere tra opinioni, fatti e manipolazione. Le campagne di disinformazione impongono una costante verifica delle fonti, di versioni differenti e di schemi ricorrenti a prescindere dal mutamento dei fatti”.
A proposito del futuro dell’Ucraina. Tutti i 32 paesi dell’Alleanza hanno affermato che l’Ucraina diventerà membro della Nato quando saranno soddisfatte le condizioni e gli alleati saranno d’accordo. E’ ancora un impegno strategico reale o si tratta solo di una formula diplomatica che viene ripetuta senza avere più una scadenza politica?
“L’impegno politico assunto dai trentadue alleati in occasione del summit di Washington del 2024 resta in vigore. Il percorso dell’Ucraina verso l’adesione è stato definito irreversibile, ma il processo inizierà quando saranno soddisfatte le condizioni e tutti gli alleati saranno d’accordo. Non esiste quindi una scadenza automatica: l’adesione richiede una decisione politica unanime. Guardiamo alla Finlandia: quando Helsinki ha deciso di cambiare posizione, il processo di adesione si è concluso in meno di un anno. La variabile decisiva è la volontà politica, sia del paese candidato sia degli alleati. Dal punto di vista militare, il nostro compito è fare in modo che, quando quella decisione maturerà, non siano le capacità a costituire un ostacolo: l’Ucraina ha sviluppato un livello molto elevato di interoperabilità con la Nato. Come ho detto agli amici ucraini, il fine ultimo è un’Ucraina libera, sovrana e capace di difendersi da sola”.
“L’atlantismo non può più essere delimitato dalle due sponde dell’Atlantico. Guardiamo all’Indo-Pacifico”
Se allarghiamo il nostro punto di osservazione e proviamo a guardare alle minacce che esistono in giro per il mondo, per la Nato e non solo, c’è un dettaglio che forse merita attenzione: Russia, Iran e Corea del nord hanno imparato a collaborare concretamente. Si scambiano armi, droni, munizioni, tecnologia, intelligence e sostegno politico, trasformando guerre apparentemente diverse in pezzi dello stesso ingranaggio di promozione del terrore. Perché le democrazie che vogliono contrastare il terrorismo, l’aggressione e la destabilizzazione riescono ancora a coordinarsi molto meno dei loro avversari? E che cosa dovrebbero fare, concretamente, per costruire un’alleanza politica, militare ed economica più integrata di quella che esiste oggi?
Russia, Iran e Corea del nord possono prendere decisioni rapidamente e attraverso rapporti diretti. Le democrazie si coordinano con modalità più complesse: opinioni pubbliche, parlamenti, vincoli giuridici, interessi economici diversi e cicli politici. Ma abbiamo dimostrato per oltre settant’anni di saper trovare sempre una sintesi. Questa capacità è una delle ragioni della forza della Nato e della sua durata. L’atlantismo non può più essere delimitato dalle due sponde dell’Atlantico. Oggi dobbiamo guardare ai paesi amici e partner che condividono con noi princìpi fondamentali e interessi di sicurezza. Il mio recente viaggio in Nuova Zelanda me lo ha confermato. E’ la stessa logica che guida il rapporto della Nato con i partner dell’Indo-Pacifico, ovvero i cosiddetti IP4: Australia, Giappone, Repubblica di Corea e Nuova Zelanda. Ed è la stessa logica che esiste nel crescente dialogo con i paesi del Golfo. In questo senso va letto anche il mio prossimo incontro con i capi di stato maggiore e i rappresentanti militari della regione indo-pacifica in Canada. Questo deve tradursi in una rete più integrata di sicurezza, industria, tecnologia, energia e materie prime strategiche. E’ qui che il cosiddetto friendshoring diventa parte della deterrenza: non conta soltanto ciò che siamo capaci di produrre, ma anche con chi lo produciamo. I nostri avversari stanno costruendo una rete di convenienza strategica; noi dobbiamo rafforzare una rete di fiducia strategica. Dobbiamo poi avere un ultimo elemento di vantaggio: la capacità di trasformare le crisi in opportunità per diventare più forti. Nel XXI secolo la superiorità non dipenderà soltanto da quanti mezzi possediamo, ma dalla velocità con cui siamo capaci di imparare, adattarci e trasformare l’esperienza in nuova capacità”.
Le opinioni pubbliche internazionali tendono a considerare l’Iran essenzialmente come un problema mediorientale. Eppure Teheran contribuisce materialmente alla guerra russa in Europa, sviluppa missili con gittate sempre maggiori e la Nato ha segnalato che alcune capacità iraniane sono già pericolose per gli alleati. E’ un errore dire che l’Iran, ormai, dal punto di vista della sicurezza, è anche una potenza ostile europea?
La Nato prende molto sul serio ogni minaccia al territorio alleato e l’Iran non può più essere considerato esclusivamente un problema mediorientale. Teheran fornisce capacità militari alla Russia per una guerra combattuta in Europa e sviluppa capacità missilistiche a sempre maggiore distanza. Missili iraniani hanno già raggiunto lo spazio aereo Nato e recentemente sono state prospettate minacce contro obiettivi in Europa. A questo si aggiungono attività ibride condotte sul territorio degli alleati. La cooperazione fra Russia, Iran, Corea del nord e Cina rende il quadro ancora più complesso e dimostra quanto le minacce alla sicurezza euro-atlantica siano oggi interconnesse. C’è poi una dimensione strettamente europea. L’Europa è diventata anche uno dei teatri della repressione transnazionale iraniana, che per anni ha colpito dissidenti, giornalisti e oppositori, arrivando a minacciare la sicurezza delle persone e condizionando il dibattito pubblico nelle nostre società. Nel giugno 2026 ventiquattro paesi, tra cui l’Italia, hanno denunciato formalmente complotti e altre attività ostili attribuite agli apparati di sicurezza iraniani. Dobbiamo valutare l’Iran per quello che è e dice di essere: un attore capace di proiettare instabilità e minacce ben oltre il medio oriente”.
La guerra contro l’Iran può non piacere, si può giudicare sbagliata, sproporzionata o pericolosa. Ma questo autorizza a rimuovere il problema iraniano? Si può essere contro la guerra all’Iran senza raccontarsi che l’Iran non sia una minaccia per l’Europa?
“Non condividere una determinata risposta militare è comprensibile. A mio parere non ha invece senso utilizzare quel giudizio per rimuovere il problema strategico che l’ha preceduta: la minaccia iraniana per l’occidente e l’Europa. Il confronto con la Repubblica islamica attraversa oltre quattro decenni di competizione strategica e, negli ultimi anni, ha assunto dimensioni che vanno ben oltre il medio oriente. Per la prima volta assistiamo a un arretramento significativo della sfera di influenza iraniana, a cominciare dall’indebolimento di Hamas e Hezbollah, dalla caduta del regime di Assad, che ha privato Teheran di un pilastro essenziale e del collegamento strategico verso il Libano. L’Iran è oggi sottoposto a una pressione politica, militare ed economica senza precedenti e fortemente logorante nel breve e medio periodo. Ma, proprio nelle fasi di arretramento strategico bisogna evitare due errori opposti: sovrastimare un avversario oppure convincersi che non rappresenti più una minaccia. Un Iran più isolato e sotto pressione non è necessariamente un Iran meno pericoloso. Il compito della Nato è valutare quella minaccia, proteggere gli alleati e mantenere una deterrenza credibile, indipendentemente dal giudizio politico che ciascuno può legittimamente dare sulle singole operazioni militari”.
A proposito di tentativi di rafforzare la deterrenza. La Nato ha deciso di arrivare entro il 2035 al 5 per cento del pil tra Difesa e sicurezza. Molti europei lo descrivono come il prezzo imposto da Donald Trump. Ma se domani Trump non esistesse più politicamente, le ragioni militari per spendere quelle somme scomparirebbero oppure resterebbero esattamente le stesse?
Per molti anni gli europei hanno beneficiato di un dividendo della sicurezza. Oggi quel dividendo non esiste più. La guerra in Ucraina, la crisi del Golfo, la crescente competizione strategica dall’Atlantico all’Indo-Pacifico, gli attacchi ibridi, cyber e cognitivi hanno riportato l’Europa al centro dell’arena internazionale. E gli Stati Uniti sono chiamati a sostenere un confronto accentuato e simultaneo su scala globale. L’elemento chiave del vertice Nato di Ankara è stato il passaggio dal tema dello spending a quello del delivery. Sono i cosiddetti capability target della Nato che indicano ciò che serve. Dobbiamo ottenere la massima capacità operativa da ogni euro investito: ridurre duplicazioni, cooperare di più, accelerare il procurement e la circolazione delle tecnologie. Oltre agli annunci sull’ammontare delle risorse che dichiariamo di voler spendere, e ai numerosi programmi di investimento che abbiamo avviato, dobbiamo mostrare – di fronte alle minacce – la nostra capacità di acquisire le capacità giuste: disponibili velocemente e velocemente impiegabili, interoperabili fra gli alleati e adeguate al livello tecnologico richiesto dalla Nato. La deterrenza serve precisamente a questo: costruire una forza credibile per rendere la guerra non necessaria”.
Durante la stagione dominata da Trump, la Nato, volente o nolente, come si dice, sta diventando ciò che chiamate “Nato 3.0”: più responsabilità convenzionale agli europei, nuovi equilibri nei comandi, con gli Stati Uniti che modificano parte della loro presenza in giro per il mondo e soprattutto in Europa. Siamo sicuri che sia un salutare riequilibrio e non sia invece, come temiamo, un ritiro americano che l’Alleanza sta cercando elegantemente di trasformare in virtù? Qual è a linea rossa oltre la quale il riequilibrio diventerebbe disimpegno?
“Il rapporto transatlantico si sta evolvendo verso una distribuzione più equilibrata delle responsabilità. Gli europei stanno assumendo maggiori responsabilità convenzionali e vediamo questo processo anche nella struttura di comando: il Regno Unito a Norfolk, l’Italia a Napoli, mentre Germania e Polonia si alterneranno a Brunssum. Parallelamente, agli europei è richiesto di rendere progressivamente disponibili maggiori capacità convenzionali, intelligence, sorveglianza, logistica e sostegno operativo. Gli Stati Uniti continuano a mantenere posizioni chiave nella struttura di comando della Nato (terrestre, aereo, marittimo e Saceur – Supreme Allied Commander Europe), una forte presenza convenzionale in Europa e un ruolo centrale nella deterrenza nucleare, che costituisce la garanzia ultima della sicurezza atlantica. Assistiamo dunque a un processo di riequilibrio che era stato richiesto anche dalle precedenti amministrazioni americane. La linea rossa è molto chiara: il venir meno della capacità americana di contribuire in modo credibile alla deterrenza, al comando e al controllo, e, soprattutto, alla deterrenza nucleare. Non è ciò che vediamo oggi. Il processo in corso va nella direzione opposta: un’Alleanza più forte e complessivamente meno dipendente da un solo alleato”.
“L’Italia ha una traiettoria di crescente responsabilità riconosciuta e apprezzata dai partner della Nato”
Nel rapporto fra Trump e la Nato c’è un altro grande elefante nella stanza: la Groenlandia. Senza girarci troppo attorno: in che modo la Nato si sta organizzando per far sì che vi sia un’opera di deterrenza rivolta anche ai paesi della Nato che, come stanno facendo gli Stati Uniti con la Groenlandia, minacciano in varie forme di voler intervenire contro un paese Nato? E cosa accadrebbe, alla Nato se gli Stati Uniti portassero avanti un’offensiva nei confronti di un territorio legato a un paese Nato, come la Danimarca?
“La Nato è il pilastro della sicurezza atlantica da oltre 75 anni. Una delle ragioni fondamentali è che l’Alleanza funziona come una vera ‘fabbrica di coesione’. Il suo presupposto è la composizione pacifica delle controversie che dovessero crearsi tra gli alleati, come stabilisce l’articolo 1 del Trattato di Washington, e dispone di una vera e propria architettura di consultazione: il North Atlantic Council, il segretario generale, il Military Committee e una rete permanente di organismi che servono anche ad assorbire le divergenze e impedire che diventino crisi irreversibili. Ho potuto constatare personalmente come la Groenlandia sia un buon esempio. Le tensioni emerse negli ultimi mesi sono state ricondotte, per quanto riguarda la Nato, dentro una cornice più ampia: la sicurezza dell’Artico e del Grande nord. Nel febbraio scorso è stata avviata Arctic Sentry, mentre Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia stanno conducendo separatamente un confronto trilaterale sulle questioni che riguardano direttamente il territorio groenlandese. Il vero successo, in casi del genere, è di fare in modo che quella crisi non si riproduca”.
Il tempo con l’ammiraglio è finito ma a Cavo Dragone chiediamo uno sforzo di non diplomazia per ragionare su un tema che riguarda da vicino il nostro paese. L’Italia sta facendo abbastanza per ottemperare agli impegni Nato o sarebbe lecito aspettarsi di più, nel costruire progetti di rafforzamento della Difesa, anche a livello di spesa? E, in aggiunta, nel recente passato, cosa ci dice la traiettoria italiana, nei rapporti con la Nato, rispetto a ciò che abbiamo visto negli ultimi anni?
“Per una risposta completa, la domanda dovrebbe essere rivolta anche allo stato maggiore della Difesa. Dai dati disponibili dell’osservatorio di Bruxelles, però, le posso confermare che l’Italia ha una traiettoria di crescente responsabilità riconosciuta e apprezzata dai partner della Nato. Con personale altamente qualificato e assetti aerei, navali e terresti, l’Italia è presente nelle principali missioni, partecipa alle attività dell’Alleanza, contribuisce alla deterrenza sul fianco orientale, ha un ruolo centrale nei Balcani e nel Mediterraneo e ospita un numero crescente di strutture fondamentali, dal Joint Force Command di Napoli, di cui assumerà la guida, al Nato Defense College. Negli ultimi anni, inoltre, l’investimento dell’Italia per la Difesa è cresciuto in modo significativo. Credo quindi che la traiettoria sia positiva e coerente con il ruolo che l’Italia, paese fondatore dell’Alleanza, tradizionalmente svolge nella Nato. La sicurezza europea è entrata in una fase nuova e più esigente, richiedendo a tutti gli alleati uno sforzo ulteriore. Anche il nostro paese, come ha sempre fatto, dovrà assumersi una quota crescente della responsabilità collettiva. La questione, però, non è soltanto quanto si investe, ma che cosa si riesce a trasformare in capacità. Dobbiamo continuare a investire in programmi che producano capacità credibili, disponibili e interoperabili, rafforzando la prontezza delle nostre Forze armate e il contributo che l’Italia può offrire all’intera Alleanza”.