Negli ultimi mesi ci sono stati diversi presunti incidenti e attacchi a fabbriche e industrie della difesa europee. L’ultimo è avvenuto nella notte tra venerdì 14 e sabato 15 agosto, quando un edificio utilizzato dalla compagnia estone Milrem Robotics in Betooni Street, a Tallinn, ha preso fuoco. Il giorno dopo il servizio di sicurezza lettone ha aperto un procedimento penale ipotizzando che tre cittadini lettoni avessero appiccato l’incendio in Estonia, e contestando ai tre anche un reato previsto dalla legislazione lettone che punisce l’assistenza di uno stato straniero in un’azione diretta contro la sicurezza nazionale. Secondo un’inchiesta pubblicata ieri dal Telegraph, il Cremlino avrebbe avviato una nuova campagna di sabotaggi contro gli stabilimenti che producono armamenti destinati all’Ucraina, utilizzando intermediari e gruppi criminali locali proprio per rendere più difficile arrivare all’origine dell’operazione. Il meccanismo è quello della cosiddetta “plausible deniability”, la possibilità per uno stato di beneficiare di un’operazione ostile senza che esistano elementi sufficienti per attribuirgliela direttamente. E’ una delle caratteristiche della guerra ibrida contemporanea: l’obiettivo non è necessariamente provocare un attacco abbastanza evidente da imporre una risposta militare, ma esercitare pressione, raccogliere informazioni sulla reazione dell’avversario e sfruttare le divisioni politiche che l’episodio può produrre. La Russia non è l’unico paese a utilizzare questo tipo di strumenti: nelle stesse settimane, hacker ritenuti legati all’Iran hanno colpito un piccolo impianto elettrico britannico e diversi sistemi di gestione di infrastrutture idriche negli Stati Uniti. Gli episodi non hanno provocato danni estesi, ma hanno mostrato la vulnerabilità delle infrastrutture critiche occidentali.
Il problema dei gruppi potenzialmente reclutabili da chi vuole seminare instabilità è emerso anche in Italia, dopo l’esplosione del 13 agosto nello stabilimento della KNDS Ammo Italy di Colleferro. Nel caso specifico, la procura di Velletri sta verificando anche l’ipotesi del sabotaggio, anche se per ora il governo italiano non ha trovato elementi per collegare l’incidente alla Russia. La prudenza italiana non significa però che gli apparati non considerino concreta la minaccia delle operazioni russe sotto soglia. L’intelligence italiana, nella sua ultima relazione, ha indicato Mosca come la principale minaccia esterna per l’Europa e considera la guerra ibrida uno degli strumenti attraverso i quali la Russia cerca di indebolire i paesi occidentali. E l’Italia ha già compiuto attribuzioni esplicite in alcuni casi: a febbraio il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva ricondotto alla Russia una serie di attacchi informatici contro strutture della Farnesina, l’ambasciata italiana a Washington e siti collegati alle Olimpiadi di Milano-Cortina.
Ma stabilire chi può organizzare e materialmente eseguire un singolo episodio di sabotaggio è molto più difficile. In alcuni casi, le connessioni tra ambienti della galassia antagonista e la rete di influenza dei paesi ostili all’occidente sono pubbliche. Il 14 dicembre scorso, per esempio, al Centro sociale Intifada di Casal Bruciato, a Roma, si è svolta una giornata dedicata al Donbas con la proiezione di un documentario di Russia Today alla presenza dell’ambasciatore della Corea del nord in Italia, Ri Kwang Hyok, e rappresentanti dell’ambasciata russa in Italia. Secondo una fonte ascoltata dal Foglio che si occupa del dossier e preferisce restare anonima, gli ambienti antagonisti da soli, però, non sembrano sufficienti a spiegare la dimensione del fenomeno. All’attenzione dell’intelligence ci sono anche gruppi anti-europeisti e comunità politiche trasversali che possono contribuire alla circolazione di determinate narrazioni. Esistono frange estremiste, sia di destra sia di sinistra, ma ci sono anche i cosiddetti lupi solitari, individui che decidono autonomamente di compiere un’azione dopo essere stati esposti per lungo tempo a campagne di propaganda, contenuti estremisti o narrazioni ostili alle istituzioni occidentali. Secondo la fonte del Foglio, è per questo che l’intelligence sta seguendo con rinnovato interesse le operazioni di influenza online, quelle che non producono necessariamente un ordine diretto o un reclutamento esplicito, ma che possono cercare di modificare progressivamente l’ambiente informativo nel quale gli utenti prendono le proprie decisioni. Un algoritmo che continua a proporre contenuti coerenti con le ricerche precedenti può amplificare una narrativa senza che sia immediatamente evidente chi l’abbia introdotta nel sistema. Secondo un’altra fonte qualificata della sicurezza interna, questo tipo di indagini diventa ancor più rilevante in prossimità delle elezioni politiche: le operazioni di influenza sono un sistema “autogenerativo”, e una volta immessa una narrativa, non è più necessario che chi l’ha originata intervenga direttamente. Gli utenti la rilanciano, gli algoritmi la amplificano, nuovi contenuti vengono prodotti sulla base delle interazioni precedenti e la propaganda finisce per assumere una vita propria. La pressione può essere “complessa e coordinata a tutti i livelli”, mentre l’identità dell’autore materiale di una singola azione può restare incerta. E i soldi? Oggi basta assicurare “200 mila like” a un post su Instagram per chiedere a un ragazzino di fare una “bravata”, che bravata non è.