Trump inaugura la rotta liberiana per le sue deportazioni di migranti

Fondata nel 1847 da schiavi liberati in Nord America, il presidente americano ha pensato alla Liberia come una delle destinazioni dove indirizzare i “riemigrati”. E il governo liberiano ha acconsentito a firmare un accordo per accoglierne 1.200

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Foto ANSA

Fondata nel 1847 da schiavi liberati in Nord America che erano stati riportati in Africa occidentale dagli abolizionisti, la Liberia è stata definita “una copia, e spesso una caricatura in nero, degli Stati Uniti”, anche se la pur influentissima etnia degli “Americo-Liberians” non supera il 5 per cento della popolazione. Dalla capitale, che si chiama Monrovia in onore di James Monroe, presidente degli Stati Uniti al momento della sua fondazione, a una bandiera che è quella a stelle e strisce con una stella sola, fino a una moneta che si chiama dollaro. Dunque, non è alla fine una grande sorpresa se Donald Trump vi ha pensato come una delle destinazioni dove indirizzare i “riemigrati”, e se il governo liberiano ha acconsentito a firmare un accordo per accoglierne 1.200. I primi venti sono arrivati giovedì scorso all’aeroporto internazionale Roberts, alla periferia della capitale.
Come ha spiegato il ministro dell’Informazione liberiano Jerolinmek Piah, tra i 1.200 deportati ci saranno non solo cittadini di vari paesi africani, ma anche di paesi del Nord America, del Sud America e dei Caraibi, che saranno ricevuti nel corso di un anno. Martedì, durante un briefing, il ministro della Giustizia Natu Oswald Tweh aveva chiarito che la maggior parte dei deportati ha commesso violazioni e reati legati all’immigrazione e che, se lo desiderano, potranno chiedere asilo in Liberia. In cambio dell’accordo, l’Amministrazione Trump ha accettato di estendere i visti turistici per i liberiani da 12 a 36 mesi e ha promesso 124 milioni di dollari in aiuti.
Un aspetto fondamentale degli accordi è la possibilità di coinvolgere migranti in possesso di provvedimenti di protezione emessi da un giudice dell’immigrazione statunitense, che impediscono il loro rimpatrio nei paesi d’origine per motivi di sicurezza. Piah non ha specificato se i migranti in arrivo in Liberia fossero in possesso di tali provvedimenti di protezione. Ha comunque chiarito che “potranno richiedere asilo” in Liberia al loro arrivo, oppure “potranno lasciare il paese quando lo desiderano”. Ha pure aggiunto che la Liberia riceverà il supporto degli Stati Uniti per la gestione del programma e il rafforzamento del proprio sistema di immigrazione. “Il gesto della Liberia è di natura prettamente umanitaria e in linea con le consolidate tradizioni del paese”, ha detto.
Un nuovo rapporto di Refugees International e Human Rights First parla di accordi spesso segreti dell’Amministrazione Trump con almeno 35 paesi e rileva che, dall’inizio di agosto, sono state rimpatriate circa 23.000 persone in 26 di essi, di cui una decina africani. Ma quello con la Liberia è il più grande accordo singolo finora concluso.
Gli avvocati specializzati in immigrazione sostengono che l’Amministrazione Trump utilizzi le deportazioni verso paesi terzi come una scappatoia legale per costringere indirettamente i richiedenti asilo a tornare nei loro paesi d’origine. In molti casi, i migranti vengono deportati in paesi che non hanno mai visitato o dove corrono rischi per la propria sicurezza.
Un rapporto di febbraio della Commissione per le relazioni estere del Senato, a maggioranza democratica, ha rivelato che l’Amministrazione Trump ha versato oltre 32 milioni di dollari a cinque governi, molti dei quali con una pessima reputazione in materia di diritti umani, per accogliere circa 300 espulsi. Gli 1,1 milioni di dollari a persona versati al Ruanda per sette persone espulse e i 7,5 milioni di dollari alla Guinea Equatoriale per 29 persone rappresentano una somma superiore a tutti gli aiuti statunitensi erogati a quei paesi negli otto anni precedenti.
Il rapporto ha rilevato come oltre l’80 per cento delle persone inviate in paesi terzi fosse comunque tornato a casa, spesso a spese dei contribuenti. Ha citato anche casi in cui i deportati, protetti da un tribunale statunitense, sono stati trasferiti in Ghana e Guinea Equatoriale prima di essere rimandati altrove nel giro di pochi giorni. Il dipartimento di stato ha contestato la descrizione del proprio operato.