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Teheran fa la guerra a Trump su Hormuz e agli iraniani sul patibolo
Agosto in Iran è il mese delle condanne a morte, riecheggia il massacro delle prigioni del 1988. E tra le dichiarazioni di guerra e le divisioni interne fra oltranzisti e pragmatisti, il regime iraniano da mesi continua impunito a giustiziare manifestanti

Mentre ieri il presidente iraniano Masoud Pezeshkian diceva che è arrivato il momento “di porre fine alla guerra ora che ci troviamo in una posizione di forza e dignità”, il capo di stato maggiore delle Forze armate, il generale Ali Abdollahi, rispondeva “alle nuove minacce del nemico” Trump parlando di reazioni “schiaccianti, punitive e devastanti”. La posizione di forza è il controllo sullo Stretto di Hormuz, con cui Teheran tiene in ostaggio da ormai quasi sei mesi il traffico marittimo e su cui non ha intenzione di fare passi indietro, ma tra le dichiarazioni di guerra e le divisioni interne fra oltranzisti e pragmatisti, il regime iraniano da mesi continua impunito a eseguire condanne a morte nei confronti dei manifestanti che hanno partecipato alle proteste di massa iniziate a gennaio e che in poche settimane si sono diffuse in tutto il paese. Nelle scorse settimane erano stati uccisi Omid Behzad e Pouria Safvat, accusati di spionaggio per Israele, e il ventenne Arvin Kheirkhah, che era stato arrestato durante le proteste.
Questa settimana l’agenzia di stampa Mizan, organo di informazione del sistema giudiziario della Repubblica islamica, ha annunciato l’esecuzione di un altro ragazzo arrestato durante le proteste dell’8 gennaio a Piazza Alikhani, nel quartiere nel nord Isfahan. Di Ghaem Hosseini, cittadino afghano, Mizan scrive che lo “straniero” era stato condannato a morte con l’accusa di essere coinvolto nella morte di quattro agenti di polizia e quindi di moharebeh, cioè “corruzione sulla terra”, “distruzione di beni pubblici con l’intento di turbare l’ordine e la sicurezza pubblica” e “cospirazione contro la sicurezza nazionale”. Hosseini è stato impiccato nel carcere di Isfahan. Per le proteste di piazza sono state giustiziate anche altre quattro persone, Golmohammad Mohammadi, Erfan Esfandiari, Amirhossein Safari e Abolfazl Sepahi, e ne sono state condannate dodici. I quattro sono stati impiccati in piazza con il chiaro intento di dare un avvertimento agli iraniani: questo è il prezzo per aver manifestato qui, guardate. La repressione alle proteste è stata brutale, il regime ha sparato sulla folla provocando migliaia di morti, ha chiuso internet vietando agli iraniani ogni contatto con l’esterno, ha arrestato in maniera arbitraria chiunque fosse stato fermato e riconosciuto dalle telecamere e dai video diffusi online. Le condanne a morte sono l’ultimo tassello della strategia del terrore del regime sulla popolazione, che negli ultimi mesi ha perfino accelerato il processo i contro prigionieri politici accusati di reati legati “alla sicurezza nazionale”. Secondo l’organizzazione iraniana per i diritti umani (Ihr), da quando sono riprese le esecuzioni in tempo di guerra, il 19 marzo scorso, sono state eseguite le condanne a morte di almeno 30 manifestanti, 28 per le proteste iniziate a gennaio e due per le proteste “Donna, vita, libertà” del 2022: “Si tratta di una media di oltre un’esecuzione di manifestanti a settimana”, scrive.
Agosto in Iran è il mese delle condanne a morte, riecheggia il massacro del 1988, quando migliaia di prigionieri politici furono sottoposti a esecuzioni sommarie ricordate come il “massacro delle prigioni”, e la solidarietà della comunità internazionale si è espressa con una campagna dallo slogan: No alla pena di morte. Nei giorni scorsi gli studenti di sette università iraniane hanno pubblicato un comunicato di condanna: “Non esiste alcuna separazione” tra le repressioni di piazza, l’incarcerazione e l’applicazione della pena di morte. “Un futuro costruito sul patibolo è una continuazione del passato, non una rottura con esso”.
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Nata a Roma, all'università tra le tante lingue e civiltà orientali ho scelto il cinese. Grazie a un progetto di doppio titolo ho studiato un anno a Pechino, rapita dal romanticismo delle poesie Tang. Negli anni ho sviluppato un talento particolare per le passioni più costose, collezionando corsi: fotografia, ceramica, poi giornalismo. Dal 2021 lavoro al Foglio, nella redazione (umana) degli Esteri e in quella virtuale del Foglio AI.
