Russi e americani. In Mali Haftar libera tutti (coi soldi degli Emirati)

Prima il missionario rapito in Niger, Kevin Rideout, ora due mercenari degli Africa Corps. La strana mediazione di Saddam con tuareg e terroristi sponsorizzata da Dubai per diventare l'eroe di Trump e Putin

22 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 06:57
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Saddam Haftar e Vladimir Putin a Mosca

Nella terra di nessuno che dal Fezzan si estende al Mali e al Niger, gli Haftar parlano con tutti. Con le giunte golpiste e con i separatisti tuareg, con l’Isis e con al Qaida e, ovviamente, con i russi. In pochi vantano una rete così ampia di rapporti con interlocutori tanto eterogenei. L’ultima settimana è servita al generale libico Khalifa e al figlio Saddam per dimostrare a tutti che chi intende risolvere problemi nel Sahel deve passare da Bengasi. Grazie alla loro intercessione con Isis e tuareg, sono stati liberati un cittadino americano, il 49enne Kevin Rideout, e alcuni giorni dopo due mercenari russi degli Africa Corps.
Il caso di Rideout è ancora in parte avvolto dal mistero. Il pilota e missionario americano lavorava per un’organizzazione umanitaria e viveva in Niger da vent’anni. Sequestrato l’anno scorso davanti alla sua abitazione a Niamey, Rideout è rimasto prigioniero dell’Isis per nove mesi. “Mi hanno portato via di notte in motocicletta, a nord di Niamey e poi verso il Mali”, ha dichiarato al momento del suo rilascio, venerdì scorso. “Ringrazio anche il generale Saddam Haftar e le forze speciali”, ha detto in un video registrato a Bengasi poco dopo essere atterrato all’aeroporto da uomo libero. Il presidente americano Donald Trump ha espresso la propria soddisfazione: “Lo aspetto alla Casa Bianca insieme alla sua bellissima moglie Krista”, ha scritto su Truth. Parole che per gli Haftar sono medaglie al merito, per di più se Saddam è il presidente in pectore della Libia unificata che verrà, quella progettata dall’Amministrazione Trump e che da mesi vede trattative serrate tra l’est e l’ovest del paese.
Fonti anonime hanno detto all’agenzia Reuters che l’esercito della Cirenaica avrebbe agito addirittura con il blitz di un commando di forze speciali libiche in Mali. Altre ricostruzioni più attendibili e meno inclini alla glorificazione di Haftar dicono invece che il generale libico avrebbe pagato un riscatto ai miliziani dell’Isis. Secondo alcune fonti del Foglio, il denaro in questione sarebbe stato messo a disposizione di Haftar dagli Emirati Arabi Uniti, che da tempo hanno stabilito canali di comunicazione diretti con gruppi terroristici islamici nella regione. A ottobre dello scorso anno, Dubai pagò circa 50 milioni di dollari per liberare un membro della casa reale, lo sceicco Ahmed bin Maktoum bin Juma al Maktoum, rapito da al Qaida a Bamako il mese prima. “Gli Emirati Arabi Uniti sono il principale, se non l’unico sostenitore esterno del piano americano per l’unificazione della Libia – spiega Jalel Harchaoui del thin tank Rusi di Londra –. Aveva tutto l’interesse a fare un favore a Trump liberando un americano, un cristiano per giunta, e a fare apparire Haftar come un eroe”. Ma secondo molti osservatori la vera mediazione per il rilascio di Rideout sarebbe toccata a trafficanti di droga maliani, come Cherif Ould Taher, noto come “El Chapo del Sahel”. “Haftar ha solamente trovato il denaro proveniente dagli Emirati, che dopo avere versato 50 milioni di dollari ad al Qaida lo scorso anno ha ritenuto eccessivo pagare anche l’Isis stavolta”, spiega una fonte.
Due giorni fa, Haftar ha ottenuto un’altra liberazione preziosa per i suoi risvolti politici, quella di due mercenari russi degli Africa Corps. I due erano stati fatti prigionieri dagli autonomisti tuareg del Mali dopo la battaglia di Tinzawaten combattuta nel nord del paese due anni fa. Più fonti confermano che gli Haftar hanno avuto un ruolo anche in questo caso, proprio nelle stesse ore in cui Saddam Haftar era volato a Mosca per incontrare l’altro suo principale sponsor, Vladimir Putin. Il presidente russo ha “espresso sostegno agli sforzi volti a unificare le istituzioni libiche, a rafforzare la stabilità del paese e a preservarne la sovranità e l’integrità territoriale”. Al Foglio risulta che in queste settimane a Bengasi, sotto gli auspici di Haftar, si siano svolti degli incontri per mediare una tregua fra i russi e i tuareg, che in Mali si combattono su fronti opposti – i primi al fianco della giunta golpista, i secondi come alleati di al Qaida. La liberazione dei due mercenari sarebbe stata parte di queste trattative.
“E’ chiaro che Saddam Haftar è colui che ha più da guadagnare da tutta questa vicenda”, spiegano al Foglio Pawel Wójcik e Lucas Webber, due analisti che di recente hanno indagato sulle relazioni fra gli Haftar e l’estremismo islamico nel Fezzan: “Haftar ha avuto contatti informali con l’Isis e Jnim (affiliata ad al Qaida, ndr) nelle tribù del sud”, spiegano. “Molti membri di queste tribù hanno legami di parentela con combattenti dell’Isis o di al Qaida. E se vuoi avere protezione per i tuoi traffici devi chiedere a loro”. “Quando Haftar ha necessità di contrabbandare qualcosa alla frontiera, soprattutto in quella tripartita tra Libia, Niger e Mali, non guarda la carta di identità di chi sta pagando per consegnare armi o trafficare persone – spiega una fonte al Foglio –. E’ un problema, perché non si sa a quali gruppi armati finisca il denaro il denaro di Haftar”.