Gli americani e l'atomica di Hiroshima. Luci sull’orrore

L'America sapeva poco della bomba. Scoprì cosa era successo davvero solo un anno dopo, in edicola, dalle pagine di un irripetibile numero del New Yorker
22 AGO 26
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Foto LaPresse

La mattina del 31 agosto 1946 l’America capì per la prima volta cosa era successo davvero un anno prima a Hiroshima e Nagasaki. Lo scoprì in edicola, acquistando la più straordinaria copia del New Yorker mai pubblicata, un numero del magazine che conteneva un solo articolo lungo 68 pagine. Un reportage firmato da un giornalista trentaduenne, John Hersey, con un titolo di una semplicità spaventosa: “Hiroshima”. Fu sfogliando le pagine della rivista, con dolore e orrore, che in quella fine estate di ottanta anni fa gli americani compresero l’età atomica in cui erano appena entrati. Un articolo che divenne una lettura a puntate nelle stazioni radio di tutto il paese, poi ripubblicato in un libro e i cui estratti fecero il giro del mondo, contribuendo a cambiare la percezione globale sui nuovi ordigni che avrebbero segnato la Guerra fredda. “Hiroshima” aprì il dibattito mondiale sul nucleare. J. Robert Oppenheimer non era ancora diventato, almeno pubblicamente, lo scienziato in crisi di coscienza ritratto da Christopher Nolan nel suo celebre film. Ma la comunità scientifica si stava già interrogando a fondo e l’articolo di Hersey le fornì elementi di giudizio di grande importanza: Albert Einstein acquistò mille copie della rivista e le spedì ai colleghi di tutto il mondo.
Le due bombe con cui si era chiusa la Seconda guerra mondiale avevano suscitato un’impressione enorme subito dopo le esplosioni. Alla fine del 1945 nelle due città erano morte tra le 150 e le 240 mila persone, la maggior parte immediatamente e molte altre per le ferite e le radiazioni: le stime non sono mai riuscite a essere più precise. Altrettanto enorme era stato lo sgomento per la scoperta, da parte dell’opinione pubblica globale, di cosa era avvenuto nei campi di concentramento nazisti. Ma ben presto questi drammi della storia erano usciti entrambi dai riflettori e dalle prime pagine dei giornali. C’era da ricostruire il mondo, c’era voglia di ripartire e di dimenticare la guerra più devastante dell’umanità. Negli Stati Uniti, l’amministrazione Truman era concentrata sulle tensioni crescenti con l’Unione Sovietica e sul tentativo – poi fallito – di tenere i russi lontani dalla potenza dell’atomica. Le bombe sganciate sul Giappone erano ancora degli oggetti misteriosi per l’opinione pubblica ed erano state descritte fino ad allora solo come meraviglie tecnologiche. A Hollywood erano in corso le riprese di un film della Mgm, “The Beginning or the End”, che nelle intenzioni degli autori doveva essere un’accurata ricostruzione storica della missione del bombardiere Enola Gay a Hiroshima. Ma le pressioni del governo fecero cambiare molto la sceneggiatura, falsando la ricostruzione di come il presidente Harry Truman aveva gestito la scelta di usare l’arma atomica e riempiendo il film di dati ed episodi poco veritieri.
Le bombe sganciate sul Giappone erano ancora degli oggetti misteriosi per l’opinione pubblica, e descritte solo come meraviglie tecnologiche
La Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Pentagono non volevano che si approfondisse troppo quello che era successo in Giappone. L’attenzione ora era tutta sull’Europa, si stavano cominciando a delineare i pilastri della dottrina Truman e del piano Marshall, c’era da ricostruire un continente e da contenderlo ai sovietici che avevano già alzato quella che Winston Churchill, nel suo celebre discorso del marzo 1946 a Fulton, in Missouri, aveva ribattezzato “la cortina di ferro”. Il Giappone, con i suoi tre milioni di morti e le città distrutte, non era più in cima ai pensieri americani: a Tokyo si era installato il generale Douglas MacArthur ed era in corso l’occupazione militare alleata, che doveva trasformare il paese in una potenza pacifista e ridurre l’imperatore Hirohito a una figura puramente simbolica.
È in questo scenario che nella redazione del New Yorker nacque la decisione di fare qualcosa di diverso. Harold Ross, il fondatore e direttore della rivista e soprattutto il suo vice William Shawn, una figura leggendaria che avrebbe guidato il magazine dal 1952 al 1987, si interrogavano su cosa fosse veramente accaduto quel giorno nelle strade di Hiroshima e cosa ne fosse dei sopravvissuti. Nell’ultimo anno erano arrivate immagini terribili di devastazione della città e qualcuno si era avventurato tra le macerie, ma si sapeva ancora poco soprattutto degli effetti delle radiazioni. Il governo americano le minimizzava e insisteva sul fatto che il prezzo pagato dai civili giapponesi era servito a evitare lo spargimento di sangue necessario nel caso di un’invasione americana del Giappone. E’ in buona parte la tesi che ancora oggi divide gli storici, ma i giornalisti del New Yorker non volevano scendere su questo terreno: volevano ascoltare la voce della gente di Hiroshima e documentare cosa fosse accaduto quel giorno e nei mesi successivi. Nessuno lo aveva ancora fatto. La scelta di Shawn, per questo compito, cadde su Hersey. Un giornalista che era nato a Tientsin in Cina, figlio di missionari protestanti americani, che aveva imparato il cinese prima dell’inglese e conosceva ogni angolo dell’Asia. Quando nel marzo 1946 Hersey ricevette il cablogramma di Shawn che gli chiedeva di andare a Hiroshima, il giornalista si trovava a Shanghai ed era già un fuoriclasse, che il New Yorker aveva strappato ai rivali di Time e Life con cui collaborava da tempo. Per tutta la Seconda guerra mondiale si era spostato tra l’Europa e l’Asia trovandosi sempre in prima linea e sopravvivendo a quattro incidenti aerei. Nel 1944 aveva pubblicato sul New Yorker un reportage intitolato “Survival” che raccontava le disavventure e gli eroismi di un giovane sottotenente che comandava una motosilurante nel Pacifico, la PT-109, speronata e affondata dai giapponesi: si chiamava John F. Kennedy. Un racconto che anni dopo sarebbe stato fatto ristampare in migliaia di copie dal padre, Joe Kennedy, per usarlo come materiale editoriale per le campagne di Jfk.
I giornalisti del New Yorker volevano ascoltare la voce della gente di Hiroshima e documentare cosa fosse accaduto. Nessuno lo aveva ancora fatto
Hersey aveva anche accompagnato gli Alleati nello sbarco in Sicilia e ne aveva raccontato le gesta in un romanzo, “A Bell for Adano”, che nel 1945 gli era valso il Pulitzer per la narrativa. La storia era basata sulle avventure reali a Licata del maggiore Frank E. Toscani, governatore militare locale, e sul racconto di come aveva restituito alla chiesa del paese la campana che era stata fusa per farne proiettili. Adano era una finta Licata e il maggiore Toscani era diventato il maggiore Joppolo, al quale però Hersey aveva pensato di attribuire una romanzata avventura d’amore con una donna siciliana. Il vero Toscani l’aveva presa male e l’aveva querelato per diffamazione, ma alla fine tutto si era risolto con una cena a New York in un ristorante che aveva preso il nome dal libro, “Adano”. Hersey era già stato a lungo a Tokyo dopo la fine della guerra e, tra le altre cose, si era imbattuto in un documento scritto da un gesuita tedesco sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima, padre Wilhelm Kleinsorge, che raccontava nel dettaglio cosa era accaduto in città prima e dopo la bomba. Deciso a mettersi sulle tracce di Kleinsorge, il giornalista partì dalla Cina per il Giappone nella primavera del 1946 portandosi dietro da leggere “Il ponte di San Luis Rey”, il romanzo premio Pulitzer di Thornton Wilder che raccontava le conseguenze sulle vite della gente in Perù per il crollo di un ponte nel 1714. Il protagonista era un frate che si interrogava sulla tragedia e sul ruolo della Provvidenza. Hersey ne rimase molto impressionato e decise che il suo racconto sarebbe stato incentrato su alcune storie personali, delineate con il massimo rigore e con tutti i dettagli possibili.
A Hiroshima, per settimane, il giornalista accompagnato da padre Kleinsorge intervistò decine di sopravvissuti e alla fine ne scelse sei, di cui avrebbe raccontato le storie: due medici, il gesuita, un ministro metodista e due donne che quel giorno erano una a casa e l’altra al lavoro. In estate, Shawn si vide recapitare un reportage di trentamila parole, praticamente le dimensioni di un libro. Hersey suggeriva di pubblicarlo in varie puntate, ma Ross e Shawn decisero di fare qualcosa di completamente nuovo. Prepararono un numero del New Yorker in apparenza normale, senza annunciare niente sul lavoro di Hersey. La copertina disegnata da Charles E. Martin era innocua, un disegno vacanziero che ritraeva americani in spiaggia e sui sentieri di campagna. L’unica avvertenza ai lettori fu una nota secca della direzione editoriale: la rivista dedicava tutto il suo spazio a un articolo sull’annientamento quasi totale di una città con una sola bomba, nella convinzione che pochi avessero ancora compreso la potenza di quell’arma. All’interno erano state mantenute solo le pagine pubblicitarie, mentre era sparito ogni altro contenuto che non fosse il reportage di Hersey: un racconto che si sviluppava per 68 pagine, con quel titolo semplice e potente: “Hiroshima”.
In copertina un innocuo disegno vacanziero, ma i lettori erano avvertiti: la rivista dedicava tutto il suo spazio a un articolo sull’annientamento di una città
Le prime righe erano altrettanto essenziali e da allora sono entrate nei manuali delle scuole di giornalismo: “Alle otto e quindici esatte del mattino del 6 agosto 1945, ora giapponese, nel momento in cui la bomba atomica lampeggiò sopra Hiroshima, la signorina Toshiko Sasaki, impiegata al reparto del personale della East Asia Tin Works, si era appena seduta al suo posto nell’ufficio dello stabilimento e stava girando la testa per parlare con la ragazza alla scrivania accanto”. Hersey raccontava sei vite ordinarie e come tutto fosse cambiato per loro in un lampo. Toshiko Sasaki viene sepolta sotto gli scaffali crollati che le fracassano una gamba. Il dottor Masakazu Fujii resta incastrato tra le travi del suo ospedale, scivolato dentro il fiume. Hatsuyo Nakamura, vedova con tre figli, si scava fuori dalla casa in macerie. Padre Kleinsorge vaga ferito tra i sopravvissuti. Il giovane chirurgo Terufumi Sasaki, quasi l’unico medico illeso, lavora giorni interi tra migliaia di feriti. Il pastore Kiyoshi Tanimoto traghetta corpi da una riva all’altra cercando i suoi. Il reportage li seguiva ora per ora, poi giorno per giorno, con una prosa piatta che rifiutava ogni commento. Nessuno, sul posto, capisce cosa sia accaduto. Nei giorni successivi compaiono sintomi che nessun medico sa spiegare: febbre, emorragie, capelli che cadono. E’ la malattia da radiazioni, di cui l’America non aveva ancora letto nulla. Hersey chiudeva il racconto sulle vite spezzate che continuavano, malridotte, senza catarsi. La forza del reportage stava proprio nella sottrazione, nell’evitare qualsiasi giudizio o dettaglio superfluo, per concentrarsi su sei vite ordinarie. Mostrando cosa aveva fatto una bomba a chi la mattina si stava solo voltando per parlare con la collega.
John Hersey intervistò decine di sopravvissuti e ne scelse sei. Il reportage li seguiva ora per ora, con una prosa piatta che rifiutava ogni commento
L’effetto fu enorme, nonostante il New Yorker avesse deliberatamente evitato ogni promozione della rivista, nascondendo il contenuto fino all’ultimo con una copertina vacanziera. Il numero andò esaurito nelle edicole in poche ore. I giornali dal Rhode Island a Londra chiesero i diritti di riproduzione. Einstein ordinò mille copie. Il Book-of-the-Month Club lo distribuì gratis. Il network Abc lesse integralmente l’articolo di Hersey in radio su centinaia di stazioni. La lettura radiofonica andò in onda per quattro sere consecutive dal 9 settembre 1946. La Bbc e la Cbc canadese subito dopo fecero altrettanto. Un anno fa, in occasione dell’ottantesimo anniversario della bomba, la giornalista investigativa Jane Mayer ha riflettuto di nuovo, con un articolo sul New Yorker, sull’importanza di “Hiroshima” nella storia del giornalismo americano: “La franchezza di Hersey ebbe un impatto sismico – ha ricordato – la rivista andò esaurita e la versione in volume dell’articolo vendette milioni di copie. Stephanie Hinnershitz, storica militare, mi ha detto che il reportage di Hersey ‘non si limitò a cambiare il dibattito pubblico sulle armi nucleari: lo creò’. Fino ad allora, mi ha spiegato, il presidente Harry Truman aveva celebrato l’attacco come un capolavoro strategico, ‘senza affrontarne il costo umano’. I funzionari minimizzavano senza vergogna gli effetti delle radiazioni; uno le definì ‘un modo molto piacevole di morire’. ‘Hersey ruppe quella censura’, ha detto Hinnershitz. Avvertì il mondo di ciò che il governo statunitense aveva tenuto nascosto”.