Così la Cina mette “il guinzaglio” a tutti i suoi nemici politici

A Hong Kong Chow Hang-tung e Lee Cheuk-yan sono stati condannati per aver difeso lo slogan contro il partito unico

22 AGO 26
Tradotto con IA
Immagine di Così la Cina mette “il guinzaglio” a tutti i suoi nemici politici

Un veicolo del Dipartimento dei Servizi Penitenziari arriva al Tribunale dei Magistrati di West Kowloon a Hong Kong, venerdì 21 agosto 2026. (Foto AP/Chan Long Hei)

Cani al guinzaglio. E’ così che Chow Hang-tung, avvocata e figura di primo piano del movimento pro democrazia hongkonghese, in un messaggio pubblicato l’altro ieri sul suo account Patreon ha descritto il modo in cui le autorità di Hong Kong spostano i detenuti, soprattutto i detenuti politici come lei. Come ampiamente previsto, ieri l’Alta Corte di Hong Kong ha dichiarato colpevoli la quarantunenne Chow e Lee Cheuk-yan, che per anni sono stati gli organizzatori della veglia annuale in ricordo del massacro di piazza Tiananmen del 1989 e i leader della disciolta Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements of China, con l’accusa di incitamento alla sovversione ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel luglio del 2020. Detenuti dal settembre 2021, Chow e Lee rischiano ora fino a dieci anni di carcere e l’udienza per la mitigazione della pena, in vista della sentenza, è fissata per venerdì prossimo.
Pechino li accusa entrambi di aver spinto i cittadini a rovesciare la leadership del Partito comunista cinese attraverso lo storico appello a “porre fine al governo del partito unico”, uno dei principi fondativi del gruppo sin dal 1989. E i giudici, pur riconoscendo che gli attivisti non avevano mai indicato metodi o tempistiche concrete per realizzare quell’obiettivo, e pure che l’Alleanza non aveva mai fatto ricorso né appello alla violenza, hanno comunque ritenuto che la diffusione di quello slogan dopo l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale fosse sufficiente per un arresto preventivo, per la punizione dell’isolamento e del silenzio, perché diffondendolo avevano in qualche modo contribuito “a minare la fiducia dei cittadini nella leadership del Partito”. Questa è l’assurdità dello stato di diritto non solo a Hong Kong, ma in tutta la Repubblica popolare cinese. E in particolare Chow, scienziata, avvocata e attivista, che ha scelto di difendersi da sola durante tutto il procedimento, racconta la russizzazione della Cina e la guerra che viene fatta a chiunque venga ritenuto un nemico politico. Cani al guinzaglio, appunto.
Dall’inizio del processo le autorità hanno cambiato “il metodo di trasporto. Non si tratta più soltanto di semplici manette: ora utilizzano un intero sistema di manette, ferri alle gambe, catene alla vita e catene alle caviglie”, scrive. Il sistema – quello delle manette rivestite di plastica rigida e senza la consueta possibilità di rotazione del polso – impedisce il movimento naturale delle braccia, obbligando chi le indossa a torcere busto e spalle per evitare che i bordi taglino la pelle, lasciando segni che non svaniscono nemmeno dopo un’intera giornata di udienza. E Chow scrive che non è la violenza visibile a fare più male, ma piuttosto il modo in cui certi dispositivi costringono il corpo a infliggersi dolore da solo, “scegliendo” quale parte far soffrire di volta in volta. La sofisticata tortura, “proprio come il totalitarismo maturo”, scrive, “evita gli atti di violenza visibili ed esplicitamente crudeli. La sua forza sta nello sfruttare e creare conflitti interni tra le persone, alimentando una costante sorveglianza reciproca, il controllo e la delazione. In questo modo, la responsabilità degli autori si disperde”. La Repubblica popolare cinese è riuscita nel giro di sei anni a silenziare un’intera città, l’unica che ancora lottava per la democrazia e contro l’autoritarismo. Mentre il mondo occidentale si volta dall’altra parte, Chow, Lee Cheuk-yan e Jimmy Lai, il fondatore di Apple Daily, restano in carcere come cani al guinzaglio per il semplice fatto di aver parlato ai cinesi di libertà.