Le notti nelle fabbriche russe e l'unica risposta possibile per Kyiv

A Kryvyi Rih Mosca attacca un centro commerciale, causando più di centocinquanta vittime, fra morti e feriti. La Russia lavora per avere armi in abbondanza e l'Ucraina ha una sola soluzione, al momento: se i missili non possono essere intercettati, Kyiv punta ai lanciatori da cui partono gli attacchi. Numeri

21 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 18:08
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Foto Ap via LaPresse

Le fabbriche della guerra di Mosca lavorano senza sosta, sono attive e concitate, per aumentare la produzione di droni e missili da lanciare contro l’Ucraina. La città di Alabuga, nella Repubblica del Tatarstan, prima della guerra contro l’Ucraina, era conosciuta per la sua università, ma, da qualche anno, i suoi studenti vengono reclutati per lavorare nella prima fabbrica del paese che ha imparato a produrre e implementare i droni Shahed. Qualche studente ha parlato in segreto con i giornalisti di Novaya Gazeta Europe e ha raccontato di turni sfiancanti, fra lezioni e produzione, notti insonni e paghe misere. Gli iscritti all’Università, tuttavia, non bastano per il lavoro incessante e le autorità di Alabuga hanno iniziato a reclutare ragazzi ucraini nei territori occupati, incitandoli a raggiungere il più grande stabilimento per l’assemblaggio di droni. La colonna vertebrale della produzione russa è tenuta in piedi da un sistema che va avanti senza interruzione, con l’obiettivo di non avere mai carenza di armi da usare contro l’Ucraina, come è accaduto giovedì, quando la Russia ha lanciato un doppio attacco contro un grande centro commerciale nella città di Kryvyi Rih, uccidendo almeno quindici persone e ferendone più di cento.
Secondo l’intelligence ucraina, a luglio l’obiettivo di produzione russo dei missili balistici tattici 9M723 era di sessanta unità. Invece Mosca è riuscita a produrne 65, oltre a 87 Kh-101, missili da crociera a lungo raggio, e a 50 missili terra-aria RM-48U, che spesso vengono usati come esche per indurre il nemico a sprecare contraerea. Poi c’è il resto dell’armamentario, unito ai missili nordcoreani, il cui impiego potrebbe aumentare nei prossimi mesi: secondo i dati raccolti da Kyiv, Pyongyang avrebbe trasferito a Mosca 50 missili balistici, ora schierati nella regione sud-occidentale di Voronezh, dalla quale possono raggiungere le oblast ucraine di Sumy, Kharkiv, Chernihiv, Poltava, Kyiv, Dnipropetrovsk e Zaporizhzhia.
Anche in Ucraina le fabbriche lavorano senza sosta, la produzione non può cessare, si produce e si innova nei sottosuoli segreti ucraini. Ma sotto ai colpi dei missili balistici l’Ucraina rimane a mani nude, perché l’unica cosa che non può né produrre né assemblare è quella di cui ora ha un disperato bisogno: gli intercettori per i missili balistici che servono a rifornire le batterie Patriot. Rimanere immobili non è un’opzione, attendere l’aiuto degli alleati, neppure. Quindi c’è una soluzione soltanto: usare ciò di cui Kyiv si è armata fino ai denti e con cui ha rivoluzionato la guerra, i droni. L’obiettivo è agire alla radice del problema: se non ci sono intercettori per neutralizzare i missili una volta che l’attacco è partito, allora l’Ucraina si ingegna a distruggere i lanciatori di Mosca per colpire i missili prima che partano. Non è una missione semplice, sia perché la Russia ovviamente protegge l’arma che in questo momento le sta dando un vantaggio, sia perché gli ucraini, per raggiungere alcune zone della Russia, hanno bisogno di implementare i loro droni e, per farlo, servono permessi esterni. Secondo il Financial Times, Kyiv vorrebbe utilizzare droni dotati del sistema Starlink per penetrare fino a duecento chilometri nel territorio russo e distruggere i lanciatori, ma per farlo ha bisogno dell’approvazione dell’inventore di Starlink, Elon Musk. Ci sono due problemi: il primo è la posizione di Musk che finora, sugli attacchi nel territorio russo, si è dimostrato altalenante; il secondo è di ordine personale e riguarda il rapporto con l’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, che ha lanciato una sfida al governo ucraino e si è guadagnato un grande “cuore” su X da parte dell’amico Elon. Molti dei progetti legati ai droni facevano riferimento a Fedorov e, secondo l’Atlantic, l’ex ministro era anche il promotore di un’altra operazione, che ancora non si è concretizzata e riguarda il lancio di sciami di droni guidati dall’intelligenza artificiale per colpire e bloccare il traffico aereo di Mosca. La cautela al piano è stata imposta da Volodymyr Zelensky: i droni avrebbero potuto non soltanto bloccare gli aeroporti, ma anche causare vittime fra passeggeri di varie nazionalità. Il punto non è se l’operazione sia stata portata a termine o meno, ma che gli ucraini con i loro droni sarebbero stati in grado di compierla: tutto era pronto, mancava soltanto il via libera del presidente e, anche se con le dimissioni di Fedorov il progetto si è arenato, non è detto che non riparta.
Il vuoto lasciato dagli Stati Uniti nei cieli dell’Ucraina è difficile da colmare, ogni traguardo è soggetto a passi indietro. Trump ha promesso di concedere a Kyiv la licenza per assemblare gli intercettori per i Patrioti, ma la promessa si è persa, incagliata fra difficoltà burocratiche e tentennamenti diplomatici e interni. Questo rapporto, fatto di passi avanti e indietro, non è un danno soltanto per Kyiv, ma una condanna anche per questa Amministrazione. L’ultimo esempio riguarda proprio i droni: il Pentagono aveva investito in una nuova unità dell’esercito dispiegata in Europa per studiare la guerra in Ucraina e anche per colmare il divario nell’utilizzo dei droni. Il battaglione droni d’assalto dell’esercito americano, dopo aver perso contro i velivoli ucraini in una simulazione recente, sta però per essere dismesso. E non c’entra la sconfitta nella simulazione, ma l’arrivo del capo maggiore ad interim, il generale Christopher LaNeve, che vuole smantellare tutti i progetti del suo predecessore, Randy George. I droni sono il punto scoperto degli americani anche in medio oriente. Imparare a contrastarli e usarli è nel loro interesse.