Nei corridoi della Casa Blu, il palazzo del governo di Seul, si è diffusa di recente una considerazione piuttosto cinica: finché la Corea del nord è impegnata con la Russia contro l’Ucraina, dedicherà meno attenzioni alla Corea del sud. E’ una convinzione fragile, e ben poco strategica. Ieri, a poche ore dalla proposta del presidente americano Donald Trump di riaprire i negoziati diretti con il regime di Pyongyang, il dittatore nordcoreano Kim Jong Un ha lanciato circa dieci missili balistici a corto raggio dalla costa della capitale verso il Mar del Giappone, che hanno percorso circa trecento chilometri prima di inabissarsi. La potente sorella del dittatore, Kim Yo Jong, aveva da poco diffuso un comunicato per dire che non era stata data alcuna risposta a Washington sui colloqui. Secondo diversi esperti, però, uno spiraglio c’è: una fonte del Foglio che ha dimestichezza con la diplomazia nordcoreana sostiene che la leadership potrebbe sedersi al tavolo con Trump, di nuovo, a una condizione: che gli Stati Uniti abbandonino definitivamente il presupposto della denuclearizzazione, accettando di fatto la Corea del nord come potenza nucleare.
Trump è un uomo d’affari, ha bisogno di un successo diplomatico almeno apparente, visto il pantano in medio oriente, è abituato a parlare e anzi, va molto d’accordo con mistificatori della diplomazia come i pachistani, e tutto sommato conosce il linguaggio nordcoreano del ricatto. Il problema in questo caso è capire cosa potrebbe volere il regime di Pyongyang adesso, che non ha più bisogno di un alleggerimento delle sanzioni economiche perché negli ultimi anni la Russia, insieme con la Cina, ha lavorato affinché venissero eliminati tutti i sistemi di controllo della loro elusione. Già a fine luglio l’amministrazione progressista sudcoreana del presidente Lee Jae-myung aveva annunciato di voler abbandonare la denuclearizzazione nordcoreana come priorità, accettando la “dura realtà”, come l’aveva definita Lee, e cioè il fatto che d’ora in avanti con Pyongyang si può trattare solo per limitare la produzione delle testate, ma non la loro eliminazione. Il problema è che l’intelligence internazionale non sa nemmeno quante sono queste Bombe. L’altro ieri Trump ha detto un numero, “cinquantasette armi nucleari molto potenti”, e Jeffrey Lewis, uno dei più importanti analisti sulla non proliferazione, ha fatto notare che è un numero strano. Perché è troppo preciso, e l’intelligence sugli arsenali nucleari si esprime sempre per stime. E poi, soprattutto, 57 potrebbe essere un numero troppo basso. Lo stesso ministero della Difesa sudcoreano l’altro ieri ha parlato di almeno 80-100 testate nucleari. Secondo Lewis c’è poi la questione dell’enorme accumulo di materiale fissile, con nuovi impianti e infrastrutture a Yongbyon e Kangson, e della gigantesca produzione missilistica, con nuovi Icbm, missili balistici a propellente solido, Hwasong-11 e altri sistemi tattici capaci di trasportare testate nucleari: “La Corea del nord starebbe schierando una quantità enorme di missili da armare con appena 57 testate?”.
E quei missili preoccupano, perché sono sempre più efficaci, grazie all’esperienza maturata sul campo con la Russia. L’analista Vann H. Van Diepen ha scritto su 38th North che il missile balistico tattico a corto raggio Hwasong-11 è dispiegato contro l’Ucraina dalla fine del 2023, e “inizialmente presentava problemi di affidabilità e precisione”. Poi qualcosa è cambiato, probabilmente perché Mosca ha aiutato i nordcoreani a superare il problema della guerra elettronica ucraina. Ciò significa, scrive l’analista, “che i missili a lungo raggio della Corea del nord dovrebbero essere più efficaci in qualsiasi futuro conflitto nella penisola”. L’altro ieri il ministero della Difesa sudcoreano ha dovuto ammettere per la prima volta che la Corea del nord ha schierato lungo il 38° parallelo i suoi “lanciarazzi multipli super-grandi” da 600 millimetri, un sistema che gli Stati Uniti classificano come missile balistico a corto raggio e che Pyongyang dice di poter armare con testate nucleari. Per gli analisti è una modifica della postura militare nordcoreana sempre più orientata a portare al fronte capacità di attacco convenzionali e nucleari insieme, con sistemi mobili, difficili da neutralizzare e pensati per saturare le difese del Sud. Trump vuole parlare di nuovo con Kim, ma il regime nordcoreano si è preparato a sedersi al tavolo con una forza militare molto più potente di quella con cui ci arrivò la prima volta.