Una voce fuori campo chiede: “Amelia, dimmi la verità, il surplus commerciale cinese significa sovracapacità produttiva?”. Una giovane donna cinese, seduta a un tavolo, risponde mentre beve da una piccola tazza decorata: “No, dai”, e sorride: “Facciamo un esempio”. Davanti a un pannello di legno con caratteri cinesi dorati, Amelia si lancia in un paragone piuttosto ardito: dice che pure il Made in Italy, dalla moda alle auto, viene venduto all’estero, e ci sono prodotti italiani che vengono venduti di più, quindi ecco il surplus commerciale italiano, ma nessuno si sognerebbe mai di accusare l’Italia di sovracapacità. L’ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia qualche giorno fa ha diffuso sui suoi canali social un reel piuttosto rudimentale su un argomento di cui si parla poco sugli autobus o al bar, ma che ha una priorità assoluta nella comunicazione del Partito comunista cinese all’estero: smontare le accuse dell’Unione europea sulla sovracapacità produttiva della Cina convincendo le persone comuni che si tratta di un pregiudizio contro il paese, che è colpa dell’America che non vuole che la Cina cresca, si sviluppi, e che le regole non sono uguali per tutti. Si tratta di una deformazione della realtà talmente eclatante da richiedere un reel semplificativo sui social, il luogo per eccellenza in cui chiunque può dire qualunque cosa sembrando convincente (il video di Amelia per ora ha zero commenti sia su Instagram sia su TikTok, a dimostrazione che per rendere un tema virale forse servono davvero i balletti). L’urgenza delle sedi diplomatiche cinesi in Europa però ha a che fare con una guerra commerciale di cui ci stiamo occupando poco e che invece è già qui. Secondo la Commissione europea, la sovracapacità cinese è ormai un problema strutturale: la Cina ha sviluppato capacità produttive superiori alla domanda interna in alcuni settori, spesso attraverso credito agevolato, incentivi fiscali, sussidi e politiche industriali. E un sussidio statale che consente alle imprese di aumentare la capacità produttiva è considerato lesivo della concorrenza, perché può permetterle di espandersi a scapito dei concorrenti. E c’è un modo molto concreto per misurare lo squilibrio commerciale tra la Cina e l’Europa, in generale tra la Cina e l’occidente: contare i container che tornano vuoti.
Secondo un’analisi di due giorni fa pubblicata da FreightWaves, sito americano specializzato in trasporto merci e logistica, la crescita dei traffici globali quest’anno è stata accompagnata da un aumento dei container vuoti, spinto soprattutto dalle esportazioni cinesi. Il risultato è che un numero crescente di container deve essere riposizionato verso l’Asia senza merci a bordo, con costi logistici considerevoli. Al porto di Rotterdam, gli enormi cassoni di metallo vuoti movimentati nei primi sei mesi dell’anno sono aumentati del 60 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020. Anche nella comunicazione ufficiale, Pechino respinge l’idea che la sovracapacità sia un problema specificamente cinese. In un documento pubblicato il mese scorso dal ministero del Commercio – tradotto perfino in italiano – sostiene che la capacità produttiva sia una “conseguenza naturale dell’evoluzione delle industrie, della volatilità del mercato e della continua evoluzione della divisione internazionale del lavoro”. E’ una lettura che serve a sviare il vero punto della contestazione europea, che accusa la Cina di aver costruito e mantenuto gran parte di quella capacità produttiva grazie all’intervento dello stato, e ora la sua pressione si sta riversando sempre di più sui mercati esteri – basterebbe guardare alle auto: nel primo semestre di quest’anno, i marchi cinesi hanno praticamente raddoppiato la loro quota nel mercato automobilistico europeo rispetto all’anno precedente. Ma quando Bruxelles prova a verificare quanto pesano i sussidi, la Cina risponde vietando ai propri soggetti di collaborare con le indagini. Solo ieri il ministero della Giustizia di Pechino ha ordinato a società e cittadini cinesi di non collaborare con l’inchiesta aperta dalla Commissione europea a maggio su JD.com, uno dei colossi cinesi dell’e-commerce. L’Ue voleva indagare sull’offerta del gruppo cinese per l’acquisizione della società tedesca di prodotti di elettronica di consumo Ceconomy. Secondo Pechino l’indagine europea costituisce una “misura impropria di giurisdizione extraterritoriale”, e segue di pochi mesi lo stesso metodo usato nelle indagini dell’Ue contro Nuctech, l’azienda cinese produttrice di scanner di sicurezza, su cui Bruxelles aveva aperto un’indagine sempre la scorsa primavera.