Esteri
terroristi che non lo sono più •
Un foreign fighter italiano chiede la riabilitazione: “Al Sharaa sì e io no?”
Intervista a Stefano Costantini, ex membro della milizia del presidente siriano: “Voglio i suoi stessi diritti”

Stefano Costantini in un campo profughi nella provincia di Idlib, nel 2020
Aveva solo 17 anni quando decise di lasciare la Svizzera e partire per Idlib, unendosi a Jabhat al Nusra, la milizia comandata da Ahmed al Sharaa, l’attuale presidente della Siria. Ora che di anni ne ha 29 Stefano Costantini ricorda che per lui non si è mai trattato di combattere. “Non sopporto la guerra. Aiutavo gli orfani. Sono andato lì solo per motivi umanitari, per aiutare la lotta contro il regime”, racconta al telefono in una conversazione con il Foglio. Adesso vive a Loreto Aprutino, in provincia di Pescara, ed è qui che si è rifatto una vita, con un lavoro, lontano dalla guerra. Costantini ricostruisce il suo passato da foreign fighter italiano, uno dei 130 partiti per la Siria dopo il 2011, quindi arrestato in Turchia e infine condannato in Italia. Sono passati cinque anni dal suo ingresso in carcere, prima quello di Rossano poi quello di Ferrara – “il mio vicino di cella è stato Cesare Battisti, io gli tagliavo i capelli e lui cucinava per me”. La pena comminata in base all’articolo 270-bis del Codice penale per il reato di terrorismo internazionale inflitta dal Tribunale dell’Aquila – cinque anni di reclusione – l’ha scontata, ma ora chiede alla giustizia italiana di cancellare tutto. Vuole essere riabilitato completamente, sulla base degli stessi criteri adottati dalla comunità internazionale nei confronti del suo ex leader, Abu Muhammad al Julani, nome di guerra di Ahmed al Sharaa.
“Voglio uscirne pulito, voglio avere il diritto di viaggiare e andare dalla mia famiglia, da mia moglie e dai miei figli che vivono in Turchia”. Impossibile, gli ha risposto un giudice il mese scorso. La Corte d’Assise di Chieti ha rigettato la revoca della sentenza. Costantini rivendica l’atto con cui, lo scorso febbraio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha cancellato dalla lista delle organizzazioni terroristiche internazionali al Nusra e tutte le sue denominazioni successive, tra cui Hayat Tahrir al Sham (Hts), il gruppo comandato da al Sharaa. Da allora, uno dei terroristi internazionali più ricercati, un estremista islamico con un passato in al Qaida e uno dei comandanti più influenti dell’opposizione al regime siriano durante la guerra ha cambiato il corso degli eventi di un paese intero. L’avanzata partita da Idlib, nel nord-ovest della Siria, ha finito per mettere in fuga il dittatore Bashar el Assad, finché l’8 dicembre del 2024 al Sharaa è entrato a Damasco ed è diventato presidente ad interim della Siria, ponendo fine a una guerra civile durata 14 anni e che secondo le stime dell’Onu ha causato 600 mila morti. Da lì ha preso forma la sorprendente svolta moderata di Julani e la conseguente riabilitazione internazionale nelle vesti di al Sharaa. “E’ andato alla Casa Bianca, ha incontrato Trump e Macron, è ricevuto in consessi internazionali, al vertice della Nato…”, ricordano i legali di Costantini. Se a Julani è stato consentito di tornare a essere al Sharaa, con la benedizione del presidente americano e della comunità internazionale – medita Costantini – anche io, nel mio piccolo, mi aspetto un trattamento analogo. Un’unica idea in testa: “Voglio la cancellazione del mio divieto di viaggio in Turchia, voglio potermi muovere e andare da mia moglie e dai miei figli”.
Per i giudici di Chieti però, la cancellazione di un’organizzazione terroristica dalla lista delle Nazioni Unite non ha effetti retroattivi. Va da sé che il fatto che oggi non sia più terrorista non implica automaticamente che Costantini non lo sia stato in passato, ha stabilito il tribunale. “Vicenda complessa”, ha commentato il legale del giovane, che contesta la condanna inflitta cinque anni fa e confermata fino in Cassazione. “Sì, è vero quando avevo 16 anni mi sono avvicinato all’islam su internet. Ma non sono un terrorista. Sono partito per fare del bene, per motivi umanitari. Mi sono imbarcato a Bari e sono arrivato in Turchia e da lì a Idlib. Ho lavorato nei campi profughi, davo da mangiare, portavo giocattoli. Non ho mai combattuto”, dice Costantini. Tante foto e video mostrano il giovane tra il 2014 e il 2021 impegnato nel consegnare generi di prima necessità agli orfani di Idlib. “Quasi tutti gli amici che avevo sono morti in guerra a causa dei bombardamenti russi e di Assad – ricorda Costantini – Ho visto bambini sotto le macerie, le bombe barili, le bombe al fosforo. Tutto mentre il mondo restava in silenzio. E’ per questo che sono partito, perché volevo aiutare il popolo siriano che ancora oggi mi è rimasto nel cuore”.
Secondo l’accusa però le intenzioni del giovane combattente non erano del tutto pacifiche. Una foto mostra Costantini mentre imbraccia un kalashnikov e indossa una mimetica. “Ma ero appena arrivato, avevo 17 anni”, risponde. Su di lui hanno indagato cinque procure diverse – italiana, svizzera, tedesca, turca e americana – e alla fine solo l’accusa di terrorismo internazionale è rimasta in piedi, mentre le altre due ipotizzate dai pm, quella di propaganda e istigazione al terrorismo e quella di violenza, sono decadute per assenza di prove. “Una volta arrestato, la Digos di Pescara mi ha interrogato – racconta l’ex foreign fighter –. Mi hanno chiesto anche informazioni su Hts, su Idlib, volevano sapere cosa accadeva lì. Io però non gli ho voluto rispondere. Perché avrei dovuto aiutarli dopo avermi fatto passare agli occhi di tutti come un terrorista?”. Ora il caso di Costantini, unico finora nel suo genere, potrebbe diventare un precedente per tutti gli altri foreign fighter di Hts tornati in patria e che desiderano di reinserirsi nelle società occidentali. Una redenzione difficile da ottenere. A meno che non si tratti di Ahmed al Sharaa.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.
