Il presidente americano Donald Trump ha detto l’altro ieri che il dittatore nordcoreano, Kim Jong Un, avrebbe accettato la sua proposta di parlare di nuovo con lui, senza però elaborare oltre. Tra gli alleati dell’America in Asia, l’ipotesi di una riedizione dei contatti diretti fra Washington e Pyongyang è stata accolta con allarme, soprattutto dopo che Xavier Brunson, capo delle Forze armate americane in Corea, è arrivato per una riunione non programmata al ministero della Difesa di Seul – molto probabilmente per discutere il “ridimensionamento” delle esercitazioni militari congiunte fra Stati Uniti e Corea del sud, le Ulchi Freedom, nate per addestrare i due paesi a una eventuale azione di forza del regime di Pyongyang. Trump ha spiegato la decisione dicendo che il governo della Corea del sud non l’aveva aiutato con la denuclearizzazione dell’Iran, e invece la leadership della Corea del nord è stata “non minacciosa e rispettosa”. Il primo problema che sollevano le dichiarazioni di Trump è che se l’Iran è arrivato ad avere un programma missilistico con il quale continua a colpire il medio oriente – comprese le truppe americane – è anche grazie all’aiuto di Pyongyang. La collaborazione più concreta fra il regime nordcoreano e quello di Teheran inizia negli anni Ottanta, durante la guerra fra Iran e Iraq: secondo diversi analisti i missili a medio raggio iraniani Shahab-1 e Shahab-2 sono derivati dai nordcoreani Scud-B/C e Hwasong-5/6, mentre il missile Shahab-3 sarebbe derivato dal Hwasong-7. La progressione tecnologica iraniana negli anni è andata di pari passo con quella nordcoreana. (Pompili segue nell’inserto III)
C’è ancora dibattito tra gli analisti sulla cooperazione fra Teheran e Pyongyang nel campo nucleare, ma alcune visite reciproche e testimonianze dirette raccontano di un fruttuoso scambio: Ryu Hyun-woo, ex ambasciatore nordcoreano in Siria e in Kuwait che ha disertato nel 2019, ha detto di recente che l’Iran avrebbe dato 25 milioni di dollari al regime di Pyongyang in cambio di tecnologie per la costruzione di tunnel, poi utilizzate nelle strutture sotterranee che proteggono il programma nucleare iraniano nei siti di Natanz e Isfahan. Insomma, la guerra di Trump contro l’Iran è in realtà direttamente legata all’ostilità nordcoreana, ma le minacce nordcoreane non si manifestano solo nei rapporti con l’Asse della resistenza.
Nel 2026 la Corea del nord ha continuato con i test di missili balistici, da crociera e ipersonici – almeno undici lanci dall’inizio dell’anno, l’ultimo era un missile balistico lanciato una settimana fa verso la sua costa orientale, ed era il secondo in pochi giorni. Pyongyang sta sperimentando nuove capacità di guida, gittata e precisione, e ora che i suoi missili tattici sono impiegati operativamente dalla Russia contro l’Ucraina, secondo gli esperti è in atto una evoluzione tecnologica allarmante. Nel frattempo, proseguono i test dei suoi missili strategici: a marzo Kim ha assistito al test a terra di un nuovo motore a combustibile solido da 2.500 kilonewton, realizzato con materiali in fibra di carbonio. Secondo Reuters, è destinato a un Icbm con maggiore spinta, gittata e capacità di carico.
Gli hacker sponsorizzati dal regime di Pyongyang sono diventati una delle minacce informatiche più pervasive al mondo. Colpiscono di solito piattaforme di scambio di crypto, banche e infrastrutture software: secondo le stesse analisi della Casa Bianca, circa metà del programma missilistico nordcoreano è stato finanziato attraverso i furti digitali. Nella scorsa primavera c’è stata una delle operazioni più eclatanti, e cioè l’attacco alla libreria open-source Axios, usata da migliaia di sviluppatori in tutto il mondo. Secondo la società americana Trm Labs, gli hacker nordcoreani hanno sottratto circa 577 milioni di dollari in criptovalute nei soli primi quattro mesi di quest’anno, pari al 76 per cento di tutte le perdite globali da attacchi crypto, dove la minaccia hacker nordcoreana è considerata ormai “strutturale”, e questo lambisce anche un ambito strettamente personale del presidente Trump e il suo business di famiglia, la società di criptovalute World Liberty Financial, che possiede una grandissima quantità di token Wlfi (la moneta digitale della società) e incassa i tre quarti dei guadagni ogni volta che questi token vengono venduti. A ottobre del 2025 World Liberty Financial è stata accusata di aver venduto a soggetti controversi, tra cui gente con legami con il notissimo gruppo hacker nordcoreano Lazarus.
Un tempo Pyongyang mandava lavoratori all’estero per guadagnare valuta straniera, ma con il diffondersi del lavoro da remoto, soprattutto durante la pandemia, il regime ha trasformato quel modello in una macchina per fare soldi, e migliaia di tecnici nordcoreani vengono assunti da aziende occidentali usando identità rubate o false, spesso fingendosi cittadini americani. Il sistema è più sofisticato di un semplice profilo falso. Gli intermediari negli Stati Uniti ricevono a casa i computer inviati dalle aziende ai nuovi dipendenti e li collegano da remoto ai lavoratori che si trovano soprattutto in Cina e Russia. Le cosiddette “laptop farms” permettono al nordcoreano di apparire all’azienda come un dipendente che lavora fisicamente negli Stati Uniti. Curriculum, candidature e persino i colloqui sono condotti anche in tempo reale con l’aiuto dell’AI. Il Wall Street Journal ha ricostruito il caso di una cellula che in tre mesi si è candidata per i posti vacanti di oltre mille aziende. Una volta assunti, i lavoratori possono fare molto più che incassare lo stipendio: in alcuni casi hanno sottratto codice sorgente e dati riservati, rubato criptovalute o minacciato di pubblicare informazioni aziendali. Il dipartimento di Giustizia americano ha documentato assunzioni anche in alcune agenzie federali. Secondo il Tesoro americano, nel 2024 i lavoratori IT nordcoreani hanno generato quasi 800 milioni di dollari, parte dei quali destinata a finanziare i programmi militari di Pyongyang. L’Fbi e il dipartimento di Giustizia stanno ora colpendo anche la rete americana che rende possibile la truffa, e sono state perquisite almeno 21 laptop farm distribuite in 14 stati e sequestrati circa 137 computer.