Esteri
bombe a nord •
Israele bombarda la base di Abu al Duhur per dire a Erdogan: via dalla Siria
L'obiettivo di Netanyahu è smilitarizzare l'intero paese per timore del nuovo "asse sunnita". Ma la Turchia ha l'appoggio degli Stati Uniti
19 AGO 26

Un'immagine satellitare della base aerea di Abu al Duhur nel nord della Siria
Alle prime luci dell’alba di martedì, le Forze israeliane hanno lanciato otto diversi bombardamenti su una base aerea nel nord-ovest della Siria, ad Abu al Duhur, una sessantina di chilometri appena dal confine turco. I raid non hanno causato vittime, ma la pista d’atterraggio e gli hangar sono stati danneggiati. All’interno erano parcheggiati un paio di vecchi caccia Su-22 ereditati dal regime assadista, alcuni Mig da addestramento e qualche elicottero. Come è suo solito, Israele non ha né confermato né smentito i raid, ma ci ha pensato l’ambasciatore americano Tom Barack, inviato speciale della Casa Bianca in Siria, a parlare di un “attacco israeliano confermato”. “Al Sharaa non ha mantenuto forze per procura. Anzi, ha ripetutamente manifestato una preferenza per la de-escalation con Israele”, ha scritto il diplomatico condannando l’offensiva. Il riferimento implicito di Barrack alle “forze per procura” è alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, vero destinatario del messaggio che Israele ha voluto recapitare con l’attacco ad Abu al Duhur: non tolleriamo che la Siria si doti di un nuovo arsenale bellico, men che meno di un’aviazione militare. Fox News ha intercettato un anonimo funzionario dell’intelligence israeliana che, oltre a riferire che gli americani in realtà erano stati preventivamente informati dell’attacco, ha confermato quali siano le preoccupazioni del premier Benjamin Netanyahu: “Al Sharaa non può agire come ha fatto il vecchio regime siriano, che manteneva forze per procura”. Se prima lo stato ebraico temeva l’asse sciita tra Bashar el Assad, Hezbollah e gli iraniani, oggi si dice preoccupato da un nuovo asse sunnita fra al Sharaa ed Erdogan, un’alleanza non meno temuta da Gerusalemme, visto il sostengo dato da Ankara a Hamas in questi anni.
Oggi in Siria ci sono decine di basi militari sparse per il paese costruite durante la guerra civile e con una nutrita presenza di diverse migliaia di militari turchi. Quella di Abu al Duhur è parzialmente inattiva, ma da alcuni mesi i turchi avevano avviato intensi lavori di manutenzione che interessavano proprio la pista e gli hangar. Poche ore prima dell’attacco israeliano, una delegazione proveniente da Ankara era stata in quella base per verificare l’avanzamento dei lavori. La scelta dell’obiettivo sembra sia stata ben ponderata da Israele, che ha deliberatamente deciso di colpire una base ancora non del tutto operativa piuttosto che, per esempio, quella di Taftanaz, che pure dista appena 30 chilometri da Abu al Duhur, è molto più importante da un punto di vista operativo e ospita un nutrito contingente di soldati turchi. “Le operazioni militari israeliane in Siria nelle ultime due settimane sono state le più aggressive e intense degli ultimi 10 mesi. 27 attacchi diretti tra raid aerei, colpi di artiglieria e di mitragliatrici pesanti, 36 incursioni di terra, 11 civili arrestati”, ha ricordato su X Charles Lister, uno dei principali esperti di Siria del Middle East Institute.
Con l’attacco di lunedì Israele ha voluto dire che quando parla di smilitarizzare la Siria non si riferisce solamente al sud – tra Quneitra, Daraa e Suwayda le incursioni di terra dell’Idf sono quotidiane e non fanno più notizia, ma martedì a Hosh al Shahar, nel nord di Quneitra, è stata distrutta una porzione di foresta, mentre un’altra operazione di terra ha preso di mira Tel Bayt al Warda, nella campagna di Damasco. Piuttosto, lo stato ebraico intende impedire che i turchi armino i siriani in qualsiasi regione del paese, fino al nord. Era dall’aprile dello scorso anno, quando colpì la base T4 nei pressi di Homs, che Israele non lanciava un raid contro una base turca in Siria. Da allora, gli americani erano riusciti a intavolare delle trattative fra Netanyahu ed Erdogan, trattative che però non sembra stiano dando i frutti sperati dalla Casa Bianca. Mentre la stampa araba specula sulla “carta siriana” giocata da Netanyahu per tentare di guadagnare voti in vista delle elezioni di ottobre in Israele, minacciare direttamente la Turchia rischia di trasformarsi in un gioco ad alto rischio per il premier. Erdogan non è Khamenei, ma un alleato stretto degli Stati Uniti, nonché membro della Nato. Anche lui, come Israele, ha dei confini con la Siria da mettere in sicurezza e sarà difficile convincerlo ad abbandonare il paese. Ancor meno con il benestare di questa Amministrazione americana.
Di più su questi argomenti
Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.
