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Vietare i social ai minori non serve. Basta guardare all’Estonia
La sentenza francese offre all’Europa un’occasione per immaginare una strategia diversa. Un’alternativa c’è già: “L’obiettivo è non escludere bambini e giovani dalla società digitale, ma dotarli di strumenti per parteciparvi in modo più sicuro”, ci dice la responsabile per lo sviluppo digitale del ministero della Giustizia e degli Affari digitali in Estonia
18 AGO 26

foto Unsplash
La sentenza con cui il Consiglio costituzionale francese ha bocciato la legge che vieta i social network ai minori di quindici anni non ha solo un significato politico per la Francia: rappresenta una battuta d’arresto nella tendenza, al momento prevalente in Europa, a vedere nei limiti d’età la principale strategia di protezione dei minori dai pericoli online. Secondo il Palais-Royal, la legge – che sarebbe entrata in vigore il 1° settembre e avrebbe reso la Francia il primo paese europeo ad adottare un divieto di questo tipo – costituisce una violazione “non necessaria, né appropriata, né proporzionata” della libertà d’espressione. Il primo ministro francese Sébastien Lecornu starebbe già lavorando a una legge “giuridicamente più solida”, ma sempre più analisti ed esperti evidenziano come un divieto generalizzato non sia, in ogni caso, lo strumento adeguato a proteggere gli adolescenti dall’utilizzo inconsapevole delle piattaforme. Intanto la Commissione europea si prepara a presentare, dopo l’estate, una proposta per vietare l’utilizzo dei social media ai minori di tredici anni, con limiti graduali fino ai sedici, e lasciando agli stati membri margini di libertà per fissare misure aggiuntive.
Nell’Unione europea c’è un solo paese apertamente contrario ai divieti: l’Estonia, in cui già da anni la necessità di tutelare gli adolescenti s’intreccia alla consapevolezza che rimuovere i social dal loro orizzonte rappresenta un’opzione impraticabile. “La protezione dei minori online è una sfida complessa e, nella nostra visione, non esiste un’unica soluzione universale”, spiega al Foglio Anna-Liisa Pärnalaas, responsabile dello sviluppo digitale del ministero della Giustizia e degli Affari digitali in Estonia. “Le restrizioni basate sull’età offrono una risposta chiara e visibile a preoccupazioni collettive, ma la questione è molto più sfumata. Un divieto basato esclusivamente sull’età non è utile per affrontare le sfide di fondo legate alla sicurezza online di bambini e ragazzi, e anzi, potrebbe produrre rischi aggiuntivi, spingendo i giovani utenti verso piattaforme alternative con garanzie di sicurezza ancor più fragili”. Pärnalaas fa riferimento al caso dell’Australia, che è stato il primo paese ad adottare, nel dicembre scorso, una legge che vieta l’accesso ai social media ai minori di sedici anni, la cui efficacia è però messa in discussione dai primi dati: secondo un rapporto di eSafety, l’ente regolatore australiano per la sicurezza online, pubblicato a fine luglio, otto adolescenti su dieci interessati dal divieto continuano a utilizzare i social media. “Un approccio di questo tipo, tra l’altro, rischia di distogliere l’attenzione dalle scelte di progettazione delle piattaforme, che sono la causa profonda di molti danni provocati dai social e riguardano tutti gli utenti, non solo i bambini. In questa prospettiva, una strategia fondata solo sui limiti d’età potrebbe ridurre la pressione sui fornitori di servizi, col risultato che la sicurezza complessiva dei servizi digitali ne risulterebbe indebolita, anziché migliorata. La sfida principale non risiede nella mancanza di norme ma nelle difficoltà legate alla corretta applicazione di quelle esistenti”, continua l’esperta. L’articolo 28 del Digital Services Act impone alle piattaforme accessibili ai giovani di adottare misure di sicurezza adeguate e vieta di mostrare pubblicità basate sulla profilazione quando l’utente è riconosciuto come minore. “Queste norme sono entrate in vigore relativamente di recente, ma è vero che l’attuazione potrebbe essere già più efficace. Abbiamo invitato la Commissione europea a rafforzare la vigilanza del Dsa e a concludere i procedimenti in corso in modo più tempestivo”, sottolinea Pärnalaas, che fino al 2025 ha lavorato anche come consigliera per le Politiche digitali e di Cybersicurezza presso la Rappresentanza permanente dell’Estonia all’Ue. “La revisione del Dsa è prevista per il 2027 e rappresenterà un’importante occasione per valutare l’efficacia dell’attuale quadro normativo, individuare eventuali lacune e stabilire se siano necessarie misure aggiuntive per proteggere meglio i minori”.
Ma è soprattutto la centralità dell’educazione a rendere l’Estonia un modello a cui gli europei dovrebbero guardare con più curiosità: “L’obiettivo è non escludere bambini e giovani dalla società digitale, ma dotarli di capacità e strumenti per parteciparvi in modo più sicuro e responsabile”, spiega l’esperta: “In Estonia le competenze digitali sono integrate nel nostro curriculum nazionale per l’istruzione di base e costituiscono una delle otto competenze chiave prioritarie”. Dal 2011, ad esempio, in tutte le scuole secondarie superiori è obbligatorio un corso di “Media e manipolazione”. Dal 2023 vige l’obbligo – che investe le scuole primarie e secondarie e gli istituti di formazione professionale – di prevedere percorsi di alfabetizzazione mediatica, che permettano di sviluppare le capacità di gestire le informazioni e valutarne l’affidabilità, creare contenuti digitali, comprendere i rischi online e proteggere la propria privacy, i dati personali e l’identità. Ci sono misure che riguardano anche la prima infanzia, racconta Pärnalaas: “In questo campo lo sviluppo dell’alfabetizzazione mediatica è stato aggiunto ai curricula nazionali a partire da settembre 2025 e, di recente, il ministero della Giustizia e degli Affari digitali ha commissionato curricula sull’alfabetizzazione ai dati e all’AI per il primo e secondo ciclo dell’istruzione di base, comprensivi di materiali didattici e di indicazioni metodologiche per gli insegnanti”. Al di là della dimensione scolastica, alcune iniziative si rivolgono alle famiglie, come “Smartly on the Web”, che fornisce indicazioni per bambini, genitori ed educatori, “Great digital adventure”, che offre un kit didattico rivolto ai bambini e li aiuta a comprendere gli aspetti positivi e negativi di internet. Un punto spesso sottovalutato riguarda anche la sensibilizzazione dei genitori, che “svolgono un ruolo chiave nel plasmare le abitudini digitali dei figli e possono avere un forte impatto sulla loro sicurezza online”.
L’idea è che alle strategie di protezione dai rischi vadano affiancati tentativi di valorizzare i benefici e le opportunità che i social hanno introdotto, anche e soprattutto per gli adolescenti: “E’ improbabile che scompaiano, e la domanda più utile è come ridurne gli effetti dannosi e rafforzarne i benefici”, commenta al Foglio Eneli Kindsiko, docente di Ricerca quantitativa all’Università di Tartu e ricercatrice del Foresight Center, think tank del Parlamento estone. “Si può partire dall’accesso all’informazione e all’istruzione: un video di YouTube accurato può aiutare gli studenti a visualizzare un evento storico, osservare una reazione chimica o ascoltare una lingua straniera parlata in un contesto naturale”. Ma non solo: “I social possono essere particolarmente preziosi per i giovani che vivono in zone remote, per i membri di minoranze o per coloro che faticano a trovare persone con interessi ed esperienze simili nel contesto a loro più vicino, oltre a permettere di diffondere informazioni socialmente utili a una velocità che pochi canali possono eguagliare”. L’ambiente digitale è ormai un pezzo essenziale della vita sociale, educativa e civica dei giovani – aggiunge l’esperta – “escluderli improvvisamente può ritardare lo sviluppo delle competenze di cui avranno bisogno più avanti per muoversi in autonomia”.
“La questione della sicurezza online degli adolescenti è diventata centrale nell’agenda politica di tutta l’Ue, spinta da preoccupazioni legittime”, conclude Pärnalaas. “Allo stesso tempo, c’è il rischio che soluzioni semplicistiche non riescano a produrre i risultati previsti. Ogni nuova misura deve confrontarsi con le cause profonde delle minacce online. Ci aspettiamo che il dibattito a livello europeo si concentri sempre più sulla ricerca del giusto equilibrio tra protezione, autodeterminazione e responsabilizzazione delle piattaforme”. La sentenza francese può rappresentare un’occasione per riorientare la strategia europea, e un modello alternativo esiste già.