Domenica notte, con un annuncio inaspettato, il presidente americano Donald Trump ha detto che visto il suo “ottimo rapporto con Kim Jong Un”, non è contento delle esercitazioni militari congiunte fra Stati Uniti e Corea del sud, cioè le Ulchi Freedom Shield, tra i più importanti appuntamenti annuali nell’Indo-Pacifico, che sono iniziate ieri e andranno avanti fino alla prossima settimana. Dato che era ormai “troppo tardi per annullarle”, Trump ha aggiunto di aver incaricato il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, di ridurre “sostanzialmente” le operazioni, che manderebbero “un segnale inappropriato e ostile” al regime nordcoreano, il quale “si è sempre dimostrato non minaccioso e rispettoso”. Per i paesi asiatici alleati dell’America, che lavorano al contenimento della Corea del nord e della Cina nella regione, una dichiarazione simile è un capovolgimento della realtà: da almeno due anni il regime di Pyongyang, grazie al trattato firmato con la Russia di Vladimir Putin nel giugno del 2024, non solo è cambiato, è diventato più aggressivo, ma non ha più nessun interesse di parlare, né con l’America né con la Corea del sud. Solo domenica, alcuni soldati nordcoreani hanno oltrepassato la Linea di demarcazione militare sul fronte orientale, costringendo i sudcoreani a sparare colpi di avvertimento.
Trump sta riproponendo una tattica che aveva già utilizzato nel primo mandato, quando aveva ordinato la sospensione delle esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del sud dopo il primo vertice con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un, a Singapore nel 2018. Non solo quei tentativi di negoziare la denuclearizzazione del paese erano falliti pochi mesi dopo, ma oggi Pyongyang non ha nessun interesse a tornare al tavolo dei negoziati con Washington – lo dimostrano i vari tentativi andati a vuoto della nuova Amministrazione Trump di creare un contatto con il regime, rivelati dalla stampa sudcoreana negli ultimi mesi. E’ possibile che Pyongyang ora accetti di parlare, ma a condizione che non si discuta di denuclearizzazione: la Bomba è infatti l’unica garanzia di sopravvivenza del regime. Nello stesso messaggio di domenica, Trump ha accusato il presidente sudcoreano Lee Jae-myung di aver negato l’aiuto sudcoreano per la denuclearizzazione dell’Iran, suggerendo un posizionamento ostile di Seul (e si parla anche di una crisi diplomatica fra i due paesi dovuta ad alcune fughe di notizie cruciali proprio sulla Corea del nord). In realtà, la determinazione del presidente americano di aprire a nuovi colloqui con il Nord non può che aiutare politicamente Lee, che è un democratico e sostiene la posizione conciliante con Pyongyang. Sabato scorso, giorno in cui in Corea si celebra l’anniversario della fine dell’occupazione giapponese, il presidente sudcoreano Lee aveva fatto un annuncio altrettanto importante, proponendo – sei anni dopo che Kim Jong Un ha fatto saltare in aria il liason office di Kaesong, il luogo simbolo del dialogo intercoreano – dei colloqui diretti con la Corea del nord per trasformare l’armistizio del 1953 in un trattato di pace.
Nel frattempo però il mondo è cambiato, Kim Jong Un ha imparato la lezione dell’Iran e del Venezuela, ha cambiato la Costituzione per trasformare la Corea del sud da “fratello” da riunificare a stato separato e ostile, e soprattutto ha due protettori sempre più attivi, a Mosca e a Pechino. Da settimane, prima dell’annuncio di Trump, si parlava di un’edizione delle Ulchi Freedom completamente diversa: perché oltre ad avere una capacità produttiva di armamenti molto migliorata, la Corea del nord sta imparando attivamente a fare la guerra grazie alla collaborazione con la Russia. Le esercitazioni militari più recenti non servono più solo alla deterrenza, ma ad addestrarsi operativamente contro un regime che sta imparando tattiche sul campo, e che potrebbe non avere alcuna remora ad attaccare. Mentre in Iran la strategia di Trump si complica, il presidente vuole tornare a occuparsi di un problema che durante il suo primo mandato ha forse perfino peggiorato.