Kushner e Netanyahu aggiornano l'intesa su Gaza

Il genero di Trump va in Israele assieme a Mladenov e Blair. I punti fondamentali del colloquio con il premier e la scoperta del punto fermo della politica israeliana, oppositori di Bibi inclusi: prima il disarmo di Hamas, poi il ritiro

17 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 18:08
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C’è un unico punto su cui tutto lo spettro politico israeliano concorda, che sia la maggioranza di Benjamin Netanyahu con Itamar Ben-Gvir che suggerisce di uccidere quaranta palestinesi a notte, o che sia l’opposizione composita, molto agguerrita e che non necessita delle richieste disumane dell’attuale ministro della Sicurezza nazionale, da Gadi Eisenkot a Naftali Bennett: il futuro del piano per Gaza. Tutti sono inamovibili sul fatto che il ritiro di Tsahal non avverrà fino a quando Hamas non avrà ceduto le sue armi. Nessun progetto potrà partire fino a quando ci sarà un miliziano con un kalashnikov in mano.
Con queste informazioni sulla posizione israeliana tanto condivisa, il genero di Donald Trump, Jared Kushner, il direttore esecutivo del Consiglio per la pace, Nickolay Mladenov, e l’ex primo ministro britannico, Tony Blair, sono andati in Israele a incontrare ieri il premier Netanyahu e i capi dello Shabak (l’intelligence interna) e dell’Aman (l’intelligence militare). Il colloquio è durato più di quattro ore e alla fine americani e israeliani hanno stabilito che nella fase iniziale, le armi consegnate da Hamas saranno trasferite alle forze di sicurezza israeliane a guida americana, quindi saranno gli Stati Uniti a tenere traccia di cosa consegnano i terroristi e non il governo tecnocratico palestinese che dovrà insediarsi a Gaza, come era stato prospettato nelle scorse settimane. Inoltre, le operazioni israeliane nella Striscia contro le minacce proseguiranno (anche se Trump ha detto che sarebbe meglio che la Striscia non venisse più colpita), non ci sarà nessun ulteriore ritiro di Tsahal e la ricostruzione di Gaza non inizierà fino a quando Hamas non sarà completamente disarmato, impegno che il gruppo inoltre ha confermato nel fine settimana, quando i suoi membri hanno incontrato al Cairo lo stesso Kushner. Israele è in campagna elettorale, ma le concessioni che qualunque futuro premier israeliano sarà disposto a fare rimangono queste e poco importa chi il presidente americano, Donald Trump, deciderà di appoggiare durante il voto. Finora l’amicizia con il capo della Casa Bianca è sempre stata un punto di forza per Netanyahu, ma ormai anche l’attuale primo ministro è preso dallo sforzo di dimostrare di essere al di sopra delle richieste americane. Per Israele, gli Stati Uniti sono l’alleato irrinunciabile, insostituibile, ma resta il timore di essere costretti a fare quello che Washington ordina e Netanyahu non vuole legare la sua eredità alle intrusioni della Casa Bianca. Sul futuro della Striscia è difficile che gli americani possano imporre a Israele un ritiro o la fine delle operazioni mirate, però l’Amministrazione Trump tiene molto al progetto del Consiglio per la pace, a tal punto da volerlo replicare in ogni contesto: in Libano come contro la Repubblica islamica dell’Iran.
Due settimane fa, Israele aveva respinto il piano per Gaza, e sicuramente nelle parole del premier israeliano sprizzavano le tensioni della campagna elettorale, ma c’era anche la necessità di riprendere il contatto con gli americani e con l’obiettivo iniziale del piano: fare in modo che i terroristi non fossero più in grado di governare la Striscia. E il loro potere deriva dalle armi.