Pro Pal per conto di Pechino

L'organizzazione femminista di estrema sinistra Code Pink avrebbe preso soldi dalla Cina per protestare nel Regno Unito

15 AGO 26
Immagine di Pro Pal per conto di Pechino

Foto Ansa

Il movimento pro Palestina, che si è acceso in Europa nei giorni più cupi della guerra tra Israele e Hamas, pur restando legittimo e per certi versi meritoriamente appassionato, ha mostrato fin dall’inizio tratti che richiamano dinamiche già note alle cancellerie occidentali, e cioè quelle di mobilitazioni spontanee che, a un certo punto, sembrano trovare un sostegno esterno, orchestrato da chi ha interesse a fomentare il caos e indebolire dall’interno le istituzioni europee. E’ un sospetto che da tempo circola negli ambienti dell’intelligence continentale, alimentato per esempio dalla conversione, tanto rapida quanto sospetta, di numerosi canali Telegram filorussi alla causa palestinese e anti israeliana.
Ora, però, emergono elementi ulteriori, e più circostanziati. Secondo un’inchiesta del Telegraph, una società britannica riconducibile a Code Pink, organizzazione femminista di estrema sinistra nata negli Stati Uniti e tra i principali gruppi protagonisti delle proteste pro Pal nel Regno Unito, avrebbe incassato circa 250 mila sterline da aziende riferibili a Neville Roy Singham, noto imprenditore tecnologico da anni accusato di finanziare, su scala globale, la macchina propagandistica del Partito comunista cinese. Un ulteriore versamento, pari a 70 mila sterline, sarebbe arrivato nel 2024 dalla People’s Support Foundation, altra entità ricondotta alla galassia di Singham. Nel frattempo, Code Pink promuoveva nel Regno Unito manifestazioni contro il coinvolgimento britannico nel conflitto a Gaza, sit-in davanti a basi della Raf, e ha accusato apertamente la leadership britannica di essere “comprata dal sionismo” (subito prima di aver promosso una campagna dal titolo “La Cina non è nostra nemica”). Sia Code Pink sia Singham negano di aver operato con l’aiuto del Partito comunista cinese, ma nel Regno Unito, come in America, il fattore trasparenza nelle donazioni ad associazioni e ong è un tema serio, soprattutto se riguarda paesi ostili.