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Mimetica di scena al teatro di Kherson
Da luogo di resistenza a palco della sopravvivenza: la vita, le storie e i personaggi di guerra del Mykola Kulish
15 AGO 26

In scena vanno molte opere sulla guerra e sull’occupazione, non soltanto di Kherson. In basso, la facciata del teatro danneggiata (foto del teatro Mykola Kulish)
La sera prima dell’inizio di una guerra si fa di tutto, un’azione vale l’altra, tanto non sarà una scelta personale a cambiare la decisione di un singolo che ha già predisposto tutto per vedere una nazione bruciare. La sera del 23 febbraio del 2022, in Ucraina c’è chi si è rinchiuso in casa, chi è andato a dormire come sempre, chi non ha creduto che potesse partire un’invasione. E c’è chi è andato a teatro e, per l’ultima volta, è uscito per le strade della sua città che poteva ancora definirsi libera. Il teatro Mykola Kulish di Kherson aveva in cartellone lo spettacolo “Per sempre e un giorno in più” di Milorad Pavic, che ha una particolarità: lascia al pubblico la possibilità di scegliere fra due diversi prologhi e tre finali. E il 23 febbraio di quattro anni fa, gli spettatori del teatro di Kherson avevano scelto un finale allegro, senza aver più scoperto come sarebbero potuti essere gli altri. Alena Movchan, poetessa e sceneggiatrice del teatro, era presente a quella prima serata. Ce l’ha negli occhi e la racconta in un contesto completamente diverso, nella sala spoglia di una scuola che è diventata il rifugio più sicuro della vita teatrale di Kherson: “Ci si divideva in due palchi, poi ci si spostava in altre sale, l’intero edificio era coinvolto. Poi gli spettatori sceglievano una conclusione e la guardavano”
Al teatro Mykola Kulish la sera prima dell’invasione è andato in scena “Per sempre e un giorno in più”, uno spettacolo in cui stava agli spettatori scegliere il finale
Nella sala tutti sapevano cosa sarebbe potuto accadere, se non nella notte, presto; se non questione di ore, di giorni. La decisione di optare per il lieto fine è forse più una scelta umana che una decisione di guerra. “E’ stata una serata incredibile, alcuni giornalisti hanno persino scritto che pareva stregoneria. Il regista Serhii Pavljuk ha fatto un grande lavoro”. E nel pieno della concitazione per la descrizione, Alena aggiunge: “Poi ci siamo svegliati con le esplosioni, è iniziata la guerra”. La finzione sul palco del teatro della sera prima aveva fatto posto a una realtà stupefacente, rarefatta: difficile a dirsi, soprattutto in un posto come Kherson, dove finiva la finzione e dove arrivava la realtà, dura, penetrante, pronta a sabotare la vita di ciascuno, anche di chi aveva partecipato alla messa in scena di “Per sempre e un giorno in più”, mai titolo fu più adatto per l’ultima notte di pace.
Alena è una poetessa, durante l’occupazione curava la resistenza letteraria della città: “Mi ha salvata mio figlio”. Lo portava sempre con lei
In guerra si smette di essere quello che si è stati il giorno prima. Vale per le persone, vale per gli edifici. Il teatro Mykola Kulish divenne un luogo di accoglienza e un centro di resistenza, in cui semplici cittadini, attori, registi, tecnici del suono, delle luci, sceneggiatori, scenografi si radunavano, vivevano, si organizzavano. Nello scantinato del teatro, nacquero molti dei cartelloni che gli ucraini esponevano per le strade di Kherson per dire ai russi che non erano i benvenuti e dovevano andarsene. Il direttore del teatro, Oleksandr Knyha, nei primi giorni dell’invasione venne rapito mentre si trovava nella sua città natale, Oleshki, sulla riva sinistra del fiume Dnipro, che rimane ancora sotto occupazione. “Venne portato in un seminterrato, i russi gli chiedevano di collaborare”, racconta Alena, che alla storia del teatro e del direttore ha dedicato un libro “Kherson sotto occupazione”. Oleksandr Knyha venne rilasciato, la sua Oleshki si trova ancora sotto occupazione, in balia delle scelte di Mosca, bloccata, distrutta, è casa di circa mille persone, mille sopravvissuti tenuti in ostaggio fra i ruderi, senza ospedali, senza alternative. In guerra anche Alena ha smesso di essere quella che era stata fino al giorno prima: “Ho deciso di rimanere a Kherson, con mio marito e mio figlio”. Il bambino, Dobromir, era nato a gennaio e Alena doveva ancora recuperare le forze, aveva avuto delle complicazioni, ma la scelta di rimanere è stata dettata non dalla salute, ma dalla volontà di non abbandonare Kherson. Dobromir ci saltella attorno, ha ormai molta dimestichezza con il teatro improvvisato di cui sua madre con la vecchia squadra del Mykola Kulish si prende cura. E’ un bambino vivace, un bambino della guerra, cresciuto con il suono dei droni, delle esplosioni, tanto da non farci caso.
In guerra si smette di essere quello che si è stati il giorno prima. Vale per le persone e per gli edifici: al teatro si organizzavano le proteste contro Mosca
Alena lo lascia giocare da solo, non vuole che la sua ansia gli si marchi addosso, lo lascia correre per le stanze dell’edificio, “fino a poco fa lasciavo che giocasse per strade, poi una volta in un piccolo parco giochi vicino casa abbiamo trovato una mina pappagallo, non posso più lasciarlo andare”. E’ così che si è abituata a fare la madre, i suoi primi mesi sono stati sotto occupazione e la sua carrozzina con Dobromir minuscolo che dormiva al suo interno funzionava anche da copertura. Quando Alena racconta come girava per le strade di Kherson nei mesi dell’invasione, sembra di seguirla. Il suo nome finì anche in una lista di “traditori”, in una chat con nomi e cognomi in cui qualcuno mandò anche la foto dei piedini di Dobromir coperti da calze blu e gialle. Bionda, dallo sguardo dolce, i lineamenti giovanissimi, una poetessa senza armi, con il bambino che le corre attorno e la tormenta di attenzioni, nella definizione di Mosca anche Alena è una dei “nazisti ucraini”. Al Cremlino, chi tradisce è nazista, mai come in Russia il termine è lontano dal suo significato storico. Alena ha tradito e lo ha fatto fiera di farlo. Ha cercato il tradimento per le strade di Kherson. “Giravo per i caffè della città, portavo Dobromir – che lei chiama Dobromirchyk, secondo la tendenza zuccherina di molte lingue slave di chiamare per diminutivi – Mio marito è un vigile del fuoco e a volte doveva lavorare per due giorni consecutivi, quindi io andavo avanti e indietro per la città con il bambino. Prima vivevamo in centro, ma presto si è riempito di russi, quindi ci siamo trasferiti un po’ fuori, dove stavano anche i miei genitori”.
In quei giorni, non erano pochi gli abitanti di Kherson che cercavano di sabotare gli occupanti. Uno dei motivi per cui i soldati ucraini sono riusciti a liberare la città è anche per il movimento interno di resistenza: è difficile liberare un territorio in cui ogni cittadino potrebbe essere una spia del nemico. Qualcuno c’è, c’è stato e c’è ancora, ma la maggioranza degli abitanti di Kherson aspettava la liberazione e compiva piccoli gesti quotidiani per non lasciare che l’Ucraina rimasta, l’Ucraina percepita, venisse soffocata in quello spazio occupato. Anche Alena era fra i costruttori di questa resistenza, con il bambino piccolo non partecipava alle proteste, né andava a disegnare i cartelloni contro gli occupanti nel seminterrato del teatro, ma prendeva l’autobus e raggiungeva qualche posto in centro per collegarsi a incontri su Zoom e parlare di cultura ucraina. “Non prendevo i taxi, mi adattavo con i mezzi pubblici rimasti, mi sentivo più tranquilla, in quei giorni temevamo che fossero i russi a gestire i taxi e poteva essere pericoloso. Così raggiungevo il centro e tenevo degli incontri letterari online”. Parlava di cultura ucraina e può sembrare cosa da poco andare al bar a discutere di libri, ma non lo è se i libri di cui si discute sono in una lingua proibita: “Su Zoom erano collegate persone da varie parti dell’Ucraina, a Kherson internet mancava quasi ovunque, a volte usavo le reti dei russi. Una volta un poeta di Ivano-Frankivsk ha iniziato a dire: ‘Dobbiamo uccidere i russi come loro uccidono noi’”. Una frase che, detta a Ivano-Frankivsk, nella parte occidentale dell’Ucraina, rappresenta un’opinione più che comune che può essere pronunciata a voce alta, a Kherson poteva costare la reclusione, una condanna e anche la vita. “La situazione era emblematica, io vedevo i militari russi proprio in quel momento mentre lui parlava, li vedevo seduti nel ristorante accanto al caffè in cui ero seduta. Partecipavo alla conversazione, indossavo le cuffie e nessuno poteva sentire cosa dicevano dall’altra parte, ma si poteva intuire dalle mie reazioni. La mia fortuna era che sedevo in un caffè di persone che conoscevo”. Non i proprietari del caffè, ma qualcuno il nome di Alena ai russi lo ha fatto, inoltre alcune sue conversazioni con altri autori venivano messe su YouTube, rintracciarla e sapere cosa pensava non era complesso.
Alena gestiva la scena letteraria dall’occupazione: “A un certo punto ho capito che avrei dovuto iniziare a pensare a cosa fare nel caso in cui i russi fossero venuti a prendermi. Mio marito lavorava quasi tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per Dobromir, così speravo soltanto che se fosse successo, avrei avuto il tempo di avvertire i miei genitori”. Che la guerra, l’occupazione potessero non sembrare reali è una costante nei racconti di molti ucraini. Aver vissuto, sofferto, patito, non rende questa sensazione più estranea, l’orrore sembra troppo irreale per essere stato davvero vissuto, nonostante gli incubi, le ferite e Alena ammette: “Sentivo addosso una certa responsabilità, anche quando ho saputo di essere stata inserita nella lista dei traditori ho continuato con i miei incontri online, era come se non avessi la piena consapevolezza di ciò che stava accadendo, seppure fossi convinta di averla perché in quella vita occupata, in quel soffocamento lento di una città intera, ci stavo dentro. A volte immaginavo che le loro armi fossero di plastica, giocattoli. E’ così che funziona la mia psiche, nonostante attorno a me accadessero cose orribili e lo sapessi”. C’erano sottoscala adibiti a luoghi di tortura, c’erano ucraini che venivano perquisiti durante la notte anche soltanto per controllarne i tatuaggi, “mio marito una volta è stato chiamato a spegnere l’incendio appiccato al corpo di una donna, era completamente nuda, con i vestiti che le erano stati sfilati che giacevano ancora accanto, mentre lei bruciava”. Era difficile non sapere: “Era come se tu fossi seduto a casa tua, nel tuo salotto, e all’improvviso entra qualcuno e vuole farti sentire estraneo”. Tutta la vita di Kherson vissuta in otto mesi di occupazione è poi entrata a teatro.
Il Mykola Kulish oggi si trova in una delle zone più attaccate di Kherson, i droni gli girano attorno, lo tormentano, molte finestre sono rotte, alcune parti di mura distrutte. Per questo dopo qualche mese, la compagnia ha scelto di spostare gran parte degli spettacoli nella scuola che ormai non funziona più come scuola – le lezioni sono ancora tutte online – ma si è riscoperta teatro, grazie a una sala con un palco che non ha i fregi del vero teatro storico, ma consente di portare avanti l’attività teatrale. In scena vanno molte opere sulla guerra e sull’occupazione, non soltanto di Kherson. Uno dei primi spettacoli messi in scena dopo la liberazione riguardava una rifugiata dal Donbas, che raccontava la scelta di andarsene, di abbandonare i territori in cui Mosca arriva e oscura tutto. “Noi l’abbiamo vissuto, ci hanno tagliato le comunicazioni, internet. Avevano chiuso le banche affinché non potessimo prelevare contanti. A settembre i russi hanno cercato di aprire una scuola russa e avevano istituito anche un centro per l’impiego, volevano che le persone lavorassero per loro”. I ricordi dall’oscurità hanno iniziato a riemergere, e a teatro gli ucraini vogliono vedere anche la loro storia, il loro presente. “Testi di riflessioni, storie di veterani, racconti dai territori occupati. Attualmente abbiamo due spettacoli in corso: ‘Eroe per un giorno’, recitato e scritto da un attore che è stato ferito e racconta la storia di un suo amico morto durante il primo giorno di guerra, in prima linea, al fronte. Poi ‘Nel seminterrato’, sempre di un veterano. Continuiamo a portare in scena i classici, a volte li mescoliamo con l’attualità, abbiamo unito Hemingway alla tragedia dell’esplosione della centrale idroelettrica di Kakhovka. La maggior parte delle prove le facciamo online, per limitare i rischi e perché molti fra noi vivono fuori Kherson”.
La prima volta che il teatro Mykola Kulish riaprì dopo l’occupazione, una signora andò da Alena e le chiese: “Vi prego, non smettete”. E non hanno smesso. In scena con la divisa, in scena con il dolore, in scena con i droni. C’è un segreto che Alena non trattiene, non lo confessa a voce, ma trapela mentre parla: Kherson è sopravvissuta perché si è tenuta l’Ucraina dentro, mentre la Russia appendeva le bandiere, imponeva gli inni, le scuole e i rubli, negli angoli della città, nelle conversazioni private, sui mezzi pubblici, nei calzini nascosti dentro alle scarpe, sopravviveva e si custodiva l’Ucraina. Ora che Kherson è libera, anche se incenerita, anche se colpita, anche se a tratti tramortita, quello che chiedono gli abitanti è: parliamoci di noi, mettiamoci in scena, urliamo il nostro nome, il nostro dolore, quello che ci ha salvati, portiamoci a teatro. E’ un momento di egocentrismo necessario, il presente o ciò che è appena passato salgono sul palco.
La vita dell’occupazione ora entra a teatro, Kherson chiede: parliamoci di noi, mettiamoci in scena. Un atto di egocentrismo necessario
Alena sente in lontananza quel suono, quel motorino che ronza come fanno i droni. Si preoccupa, tende le orecchie al cielo e scappa via dopo aver detto: “Credo che in quei giorni non mi abbiano presa perché ero sempre con mio figlio, pensavano che fossi soltanto una madre che girava con un bambino”. Lui l’ha salvata, lei corre via a salvare lui. Non soltanto i droni fanno il rumore dei droni: dalla curva spunta un trattore in lontananza. Al teatro di Kherson capita anche di ridere.
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
