Esteri
in cisgiordania •
I giorni e le trappole di Qusra
Il villaggio palestinese assediato dai coloni israeliani e la lotta spietata fra governo ed esercito
15 AGO 26

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non parla e cosa ne pensi dell’assedio a Qusra, il villaggio palestinese vicino a Nablus, in Cisgiordania, non è mai uscito dalle sue stanze. Gli Stati Uniti, scrive il Times of Israel, vogliono che condanni i coloni violenti che si sono piazzati davanti a tre case palestinesi, stabilendo un avamposto illegale. Ma lui non si muove e il suo silenzio è una meditazione elettorale come tutta la gestione dell’emergenza che sta tramortendo il villaggio palestinese. Ci ha pensato il ministro della Difesa Israel Katz a prendersi la scena condannando ma parlando di “fenomeno marginale”, e chiedendo che al posto dell’esercito intervenga la polizia, che in realtà dovrebbe già essere responsabile della questione. L’assedio continua, i coloni rimangono al loro posto, a Qusra non si entra e non si esce e nemmeno si può consegnare il cibo a chi è rimasto bloccato all’interno del villaggio. Il battaglione Golani dell’esercito israeliano che è stato mandato a fermare i coloni e in teoria a proteggere i palestinesi non è riuscito a riportare la situazione alla normalità, e Tsahal ha aperto un procedimento contro alcuni dei soldati che anziché agire contro i coloni si sono messi a pregare con loro. Katz ha detto che l’esercito non era in grado di garantire la sicurezza ma le affermazioni del ministro della Difesa non vanno lette come reale preoccupazione per una situazione allarmante in cui i soldati non sono in grado di sbloccare l’assedio imposto da un gruppo di coloni, ma come strali di una campagna elettorale in cui gli scontri dell’esercito e il governo sono al centro di tutto. Qusra ci è finita in mezzo, al centro di un dibattito elettorale che sarà duro, si preannuncia scorretto e capace di riaprire le ferite accumulate da Israele negli ultimi anni.
Il giornalista Barak Ravid di Axios ha raccontato un aneddoto sull’ultimo incontro fra il presidente americano Donald Trump e Netanyahu a Washington. Trump ha chiesto al primo ministro israeliano come andassero i sondaggi in vista del voto di ottobre, e il tentennare di Netanyahu sarebbe stato interrotto da un funzionario israeliano che ha rotto l’imbarazzo dicendo: “Vincerà lui”. I sondaggi non dicono questo, per il momento. Gli scontri fra il rango politico e l’esercito pesano sul voto e anche Qusra, i coloni impuniti, l’assedio, i soldati immobili pesano sul voto.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
